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L’era Netanyahu potrebbe concludersi. Cosa cambierebbe?

di Alessandro Maran

 

Sembra che l’intesa ci sia. Yair Lapid, leader del partito centrista Yesh Atid, mercoledì sera, 38 minuti prima della scadenza della mezzanotte, ha comunicato al presidente israeliano Reuven Rivlin di essere riuscito a mettere insieme una coalizione di governo formata da un impasto di partiti politici di destra, centristi e arabi che ora è sul punto di fare quello che, negli ultimi 12 anni, nessuno è riuscito a fare: spodestare Benjamin Netanyahu.

La redazione del Wall Street Journal ha sostenuto acutamente che il nuovo governo (che dovrà ottenere il voto di fiducia della Knesset) probabilmente non cambierà l’orientamento del paese sui grandi temi come la statualità palestinese. Anche se Netanyahu viene allontanato, ciò non significa, sostiene il giornale, che il paese si butti a sinistra. Lo stesso Lapid, sottolinea il WSJ, ha focalizzato la sua campagna elettorale non nel far rivivere la formula terra in cambio di pace”, ma sulla stanchezza dopo dodici anni di governo ininterrotto da parte di Netanyahu e sulle accuse di corruzione. Ed è probabile che i leader impegnati nelle trattative per formare il governo abbiano lasciato poco spazio alle grandi questioni come, appunto, quella della statualità palestinese o quella relativa insediamenti nei territori occupati. Del resto, il governo di unità avrà una maggioranza di destra che impedirà il congelamento o l’evacuazione degli insediamenti. Non per caso, Maria Kor ha scritto su Israel Hayom che si possono già sentire voci diverse anche a destra e che sui social media, si possono già intravedere coloni “che non hanno paura di parlare bene” del futuro premier,  Naftali Bennet.

Del resto, come ha scritto Ben-Dror Yemini su YNetNews.com (affiliato con il giornale Yedioth Ahronoth), “attualmente Israele non è divisa politicamente tra destra e sinistra, non è divisa neppure sulle questioni dell’annessione della Cisgiordania o sulla futura statualità palestinese. La frattura non riguarda neppure l’indipendenza del sistema giudiziario o le disuguaglianze della struttura sociale israeliana”. In discussione, secondo Yemini e parecchi altri, é semplicemente Netanyahu in persona. Sempre su YnetNews, anche Ovad Yehezkel descrive il movimento anti-Netanyahu come una questione prevalentemente interna agli ex alleati del primo ministro che semplicemente non sopportano più il suo stile di governo. Ed il motivo per cui l’estromissione di Netanyahu andrà in porto, riconosce la redazione di Haaretz, non riguarda l’ideologia: “Solo un uomo che ha profondamente nauseato la gente, poteva mettere insieme persone provenienti da tutte le parti dello spettro politico”.

Probabilmente, l’avvicendamento nella leadership di Israele non porterà grandi cambiamenti nelle politiche. E, come scrivono sul New York Times Patrick KingsleyIsabel Kershner e Adam Rasgon, i palestinesi non si aspettano grandi cambiamenti. Israele si sta lasciando Netanyahu alle spalle, scrivono, ma i palestinesi sono concentrati su un movimento tellurico che li riguarda più da vicino, dato che i loro giovani, i ragazzi palestinesi, stanno spostando il centro di gravità lontano dalle tradizionali (e decennali) rivendicazioni della statualità verso la rivendicazione di eguali diritti.

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Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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