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30 anni dopo, dare uno sbocco positivo alla transizione italiana resta il nostro compito

di Giorgio Tonini

 

Eravamo in trentatré. Trent’anni fa. Trentatré trentini, il 9 giugno 1991, come comitato promotore provinciale, brindammo al successo del referendum Segni per la preferenza unica, la piccola crepa che fece collassare la Repubblica dei partiti (la “partitocrazia”, come era solito chiamarla Marco Pannella), fondata sulla spartizione proporzionale del potere, e aprì la strada alla speranza in una Repubblica dei cittadini, fondata sul metodo maggioritario dell’investitura chiara per un tempo certo.

Per vincere quel referendum bastava raggiungere il quorum dei votanti (la metà più uno degli elettori) che rendesse valida la consultazione. Che tra i votanti vincesse il sì era scontato. Per niente scontato invece il quorum, con tutti i partiti di governo schierati per il non voto. Craxi aveva invitato gli italiani ad “andare al mare”. Un autogol clamoroso. La personalizzazione del referendum mobilitò gli elettori “contro” e il referendum passò.

La Dc era stata più prudente. Del resto, Mario Segni era un democristiano, sia pure ribelle. E tanti dirigenti della Dc avevano manifestato la loro simpatia per le ragioni del referendum. A chiudere la campagna a Trento (quattro gatti in piazza Pasi sotto una pioggia battente) era venuto Nino Andreatta. Paolo Piccoli, da segretario provinciale del partito, non aveva aderito al comitato, ma da notaio veniva a tutte le nostre iniziative per autenticare le firme.

Tra i trentatré trentini c’erano democristiani di rango, come Tarcisio Grandi, Lucia Fronza Crepaz, Toni a Beccara, Giampaolo Andreatta, Alessandro Dalla Torre. Nota era la simpatia per la riforma maggioritaria di Bruno Kessler e Lorenzo Dellai. Ma il comitato dei trentatré era un crogiolo di culture politiche le più diverse: dai cattolici delle Acli, dell’Agesci o della Fuci, fino ai radicali di Bergher e Valcanover, insieme a personalità della sinistra laica, come Renato Ballardini e Vincenzo Calì, o cristiana, come Carlo Alessandrini, Aldo Marzari, Piergiorgio Rauzi. C’erano docenti universitari come Cerea, Fabbrini, Schiera, Zucal ed esponenti delle categorie economiche e sindacali, come Ivo Rossi o Achille Pomini, giornalisti come Gardumi, Lunelli, Giovanetti. Non tutti, ma molti, si sarebbero poi ritrovati dalle parti dell’Ulivo e del Pd. Del resto, Romano Prodi e Walter Veltroni erano stati tra i principali sostenitori di Segni. Ma il comitato di allora era rigorosamente apartitico.

Trent’anni dopo, gli effetti di quella battaglia sono ancora controversi. Il risultato più solido e concreto è stato la stabilizzazione, nella trasparenza democratica, dei governi locali. Grazie alla spinta del referendum, il parlamento varò l’elezione diretta dei sindaci e, qualche anno dopo, dei governatori. Comuni e regioni godono ora di un elevato livello di stabilità e sono guidati da amministrazioni scelte direttamente dai cittadini-elettori.

Non è andata così per il livello nazionale: l’Italia è ancora governata da esecutivi per lo più instabili e poco legittimati sul piano elettorale, mentre il parlamento è in preda al trasformismo più sfrenato, con decine e decine di deputati e senatori che cambiano casacca rispetto a quella indossata in campagna elettorale. D’altra parte, il completamento della riforma elettorale maggioritaria, con una coerente revisione della seconda parte della Costituzione, è ripetutamente fallito. Dare uno sbocco positivo a questa interminabile transizione italiana è dunque un compito che abbiamo ancora davanti a noi. E gli interrogativi angosciosi sul dopo-Mattarella e il dopo-Draghi sono lì a ricordarcelo tutti i giorni.

Sarebbe peraltro un errore pensare che non ci sia nulla da migliorare nei “rami bassi” del nostro sistema istituzionale. Comuni e regioni hanno conquistato stabilità e certezza democratica: un risultato prezioso, che sarebbe irresponsabile rimettere in discussione. L’effetto collaterale della riuscita riforma, rappresentata dall’elezione diretta di sindaci e presidenti, è stato tuttavia la mortificazione del ruolo delle assemblee elettive, consigli comunali e regionali. La crisi di identità  e di ruolo del consiglio della Provincia autonoma di Trento e di molti consigli comunali trentini sono lì a testimoniare la fondatezza di queste preoccupazioni, anche dalle nostre parti. Migliorare l’equilibrio tra i poteri “nel” sistema maggioritario e non uscendo all’indietro da esso è il compito che dovremmo sentire nostro, noi consiglieri provinciali, indipendentemente dal partito nel quale militiamo.

Serve un vero e proprio “statuto delle minoranze” nei consigli: non per bloccare chi governa, impedendogli di decidere, ma per rendere forte, accanto al potere di governare di chi ha ottenuto dagli elettori il mandato di farlo, il contropotere di controllo, di critica, di proposta, da parte delle minoranze. Trent’anni dopo, a mio modo di vedere, questo è il compito che la vittoria del comitato dei trentatré trentini, che ebbi il privilegio di presiedere, consegna ai trentacinque consiglieri che oggi hanno l’onore di rappresentare la nostra comunità.

Giorgio Tonini
Giorgio Tonini
tonini@per.it

Consigliere provinciale a Trento e presidente del gruppo del Partito Democratico del Trentino. Componente della Presidenza di Libertà Eguale. Senatore dal 2001 al 2018, è stato vicepresidente del gruppo del Partito democratico in Senato, presidente della Commissione Bilancio e membro della segreteria nazionale del Pd. E' stato presidente nazionale della Fuci, sindacalista della Cisl, coordinatore politico dei Cristiano sociali e dirigente dei Democratici di Sinistra. Tra gli estensori del "Manifesto per il Pd", durante la segreteria di Walter Veltroni è stato responsabile economico e poi della formazione del partito.

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