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75° del Patto Atlantico/ La Nato rivive grazie Putin, ma gli Europei dovrebbero fare di più

di Vittorio Ferla

Cento miliardi per cinque anni. È la sostanza del pacchetto di aiuti militari che la Nato sta discutendo allo scopo di proteggere l’Ucraina dai “venti di cambiamento politico” che, con l’eventuale rielezione di Donald Trump a novembre, potrebbero sconvolgere le relazioni internazionali. L’obiettivo è chiudere l’accordo entro il vertice dei leader della Nato che si terrà a Washington a luglio.

Se fosse approvata dai 32 stati membri, si tratterebbe di una misura storica. Proprio oggi, infatti, si celebra il 75° anno di vita dell’Alleanza atlantica: il 4 aprile 1949 è il giorno in cui i 12 paesi fondatori (Usa, Regno Unito, Canada, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Portogallo, Italia, Norvegia, Islanda e Danimarca) firmano a Washington il Patto Atlantico entrato poi in vigore il 24 agosto dello stesso anno.

Inoltre, sarebbe la prima volta nella storia che la Nato si adopera con una somma così ingente per tutelare un paese dell’ex Urss aggredito dal Cremlino nella prospettiva di una ricomposizione del Russkyi Mir, il ‘mondo russo’. Vladimir Putin ha giustificato già nel 2014 l’annessione della Crimea (e poi nel 2022 l’attacco a Kiev) con la presunta volontà della Nato di espandersi ad est. Per il despota russo l’ingresso degli stati dell’ex Patto di Varsavia nella Nato avrebbe violato un supposto impegno dall’Alleanza a non allargarsi ad est. In più, l’Occidente avrebbe cercato di “trascinare” l’Ucraina nel Patto Atlantico.

Ma l’impegno di non espansione della Nato con la Russia è solo un mito che perpetua il vittimismo dispotico di Mosca: un comodo pretesto per giustificare le guerre di conquista di Putin. Nessun trattato sottoscritto tra le parti dopo il crollo dell’Urss prevede alcun impegno della Nato al ‘non-allargamento’. Soprattutto, ricorda Anna Roininen, ricercatrice dell’Università di Leicester e dell’Institute of International Relations di Praga, “i politici americani e russi direttamente coinvolti nel processo di riunificazione tedesca hanno confermato che tale impegno non è stato assunto”.

Perfino Mikhail Gorbaciov in un’intervista del 2014 dichiarò che “il tema dell’espansione della Nato non è stato discusso affatto in quegli anni. Nessun paese dell’Europa orientale ha sollevato la questione, nemmeno dopo la cessazione del Patto di Varsavia nel 1991”. Infine, a dispetto delle legittime aspirazioni dell’Ucraina di emanciparsi definitivamente dal dominio russo, la Nato ha sempre rifiutato la richiesta di adesione di Kiev, proprio per evitare la reazione di Mosca. E dire che l’adesione dell’Ucraina sarebbe moralmente giustificata dalla Carta di Helsinki del 1975 che sancisce il diritto degli stati sovrani di scegliere la propria alleanza.

Se la Nato può essere accusata di qualcosa è, semmai, l’eccessiva tiepidezza: oggi sappiamo quanto avrebbe fatto comodo all’Ucraina – in termini di deterrenza contro Mosca – ritrovarsi sotto lo scudo dell’articolo 5, che prevede il dovere di difesa di ciascun paese membro nei confronti dell’alleato aggredito.

Alla fine, il paradosso della paranoia di accerchiamento di Putin è proprio la rinascita dell’Alleanza. L’aggressione dell’Ucraina, frutto del disegno espansionista e totalitario di Putin, ha rianimato le mai sopite paure dei paesi confinanti con la Russia. Così, oggi, gli stati baltici e la Polonia sono i più grandi alfieri della solidarietà atlantica e spingono per aprire le porte della Nato a Kiev, con un invito formale al vertice di Washington. Inoltre, Svezia e Finlandia hanno deciso di abbandonare la loro storica neutralità per aderire al Patto. Niente male per una organizzazione settuagenaria che nel 2019 il presidente francese Emmanuel Macron aveva giudicato, non a torto, in uno “stato di morte cerebrale”.

Tuttavia l’eterogenesi dei fini di Vladimir Putin non basta. Sul futuro dell’Alleanza incombe l’eventuale rielezione di Donald Trump a novembre. “Dovete capire che, se l’Europa è sotto attacco, non verremo mai in vostro aiuto”, disse già nel 2020 Trump a Ursula von der Leyen durante il vertice di Davos. “E comunque – aggiunse – la Nato è morta, tutti abbandoneremo la Nato”. Di recente l’ex presidente, durante uno dei suoi folli comizi, ha minacciato brutalmente di consegnare gli stati inadempienti a Vladimir Putin: “Ne faccia quel diavolo che vuole”. In verità, tutti gli inquilini della Casa Bianca – Barack Obama, lo stesso Trump e Joe Biden – hanno insistito affinché tutti i membri della Nato raggiungano il fatidico tetto nazionale del 2% delle spese per la difesa, concordato nel 2014. Per ora solo 11 dei 32 membri dell’Alleanza Atlantica lo hanno raggiunto.

Il problema è anche politico: oggi le preoccupazioni principali degli Usa sono la Cina e l’economia nazionale. In caso di conflitto nel Pacifico, gli americani sanno che dovranno fare da soli: la solidarietà atlantica non scatterebbe in automatico. Si spiega così l’interesse dell’America ad avere un pilastro europeo della Nato autonomo e funzionante. Ecco perché i paesi europei dovrebbero affrettarsi a prendere in mano il proprio destino anche sul fronte della sicurezza.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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