A San Francisco Xi e Biden tentano il dialogo - Fondazione PER
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A San Francisco Xi e Biden tentano il dialogo

di Vittorio Ferla

 

L’incontro di oggi a San Francisco tra Xi Jinping, incontrastato presidente della Repubblica Popolare Cinese dal 2013, e Joe Biden, contrastatissimo presidente degli Stati Uniti dal 2021, contribuirà a definire meglio i rapporti tra le due superpotenze, ma non sarà in grado di sciogliere i nodi di una competizione sempre più tesa. Da una parte, c’è il colosso asiatico, titolare di una straordinaria espansione economica e strategica negli ultimi anni, che rivendica il ruolo di nuovo baricentro globale. Dall’altra, c’è il gigante americano, stressato da un mondo sempre più caotico, che vuole mantenere la primazia esercitata a partire dalla fine della guerra fredda. “Comincia ora un complesso processo di negoziazione dei termini di questa competizione: dove e come competere, quali rischi correre e quali costi pagare. Questo vertice è fondamentale per questo negoziato”, ha spiegato al Financial Times Evan Medeiros, ex alto funzionario della Casa Bianca per l’Asia e ora alla Georgetown University, secondo cui il vertice mostra la necessità per entrambi di regolare una competizione geopolitica che durerà a lungo.

L’incontro è stato preceduto negli ultimi mesi da un fitto dialogo tra i due esecutivi, inclusa una visita del segretario di Stato Antony Blinken a Pechino e un viaggio a Washington del ministro degli Esteri Wang Yi. Tuttavia l’amministrazione americana è scettica sulla possibilità di concludere accordi di pacifica collaborazione. Le tensioni restano alte su diversi dossier, primo tra tutti la libertà di Taiwan, isola contesa sia perché è il più importante produttore di microprocessori indispensabili per sviluppare l’industria tech occidentale sia perché detiene una posizione strategica nel Pacifico nell’eventualità di una guerra di espansione della Cina verso i suoi vicini. Taiwan terrà le elezioni presidenziali a gennaio ma la Cina non ne riconosce l’autonomia. Un altro elemento di frizione è l’atteggiamento di Pechino nei luoghi di crisi: il governo di Xi continua a spedire tecnologia militare alla Russia per alimentare la guerra in Ucraina e ad acquistare petrolio russo e iraniano (a dispetto delle sanzioni) con l’obiettivo di rafforzare i due paesi che più di ogni altro sono impegnati a destabilizzare i Balcani e il Medio Oriente. Inoltre, con la Belt and Road Iniziative, la Cina ha cercato di estendere anche all’Europa un’influenza che è già assai estesa in Africa, con l’offerta di costruzione di infrastrutture in cambio di peso politico, e, addirittura, in America Latina, da sempre sottoposta al potere di Washington. In questo clima altamente competitivo sarà già un miracolo se Biden e Xi riusciranno a trovare qualche punto di contatto per la gestione della concorrenza, la prevenzione del rischio di conflitto e la garanzia che i canali di comunicazione restino aperti. È molto probabile, in ogni caso, che i due leader non rilasceranno una dichiarazione congiunta, con ciò dimostrando profonde divergenze su questioni fondamentali. Ne è sicuro il Financial Times che prevede pure che Biden e Xi nemmeno ceneranno insieme dopo il loro incontro: un’altra prova del loro rapporto gelido. Del resto, l’attacco sferrato dalla Cina agli Stati Uniti è molto duro. Xi sostiene che gli Stati Uniti sono in declino e da tempo ripete lo slogan dong sheng, xi jiang che significa “l’est cresce, l’ovest cade”. La Cina alimenta le tensioni economiche sui fronti della tecnologia e del commercio e le tensioni politiche sul fronte delle alleanze con gli stati canaglia e e i paesi emergenti del Sud Globale, rivendendo il suo modello autoritario come un’alternativa più efficace per il mondo in via di sviluppo. Inoltre foraggia sui media convenzionali e sui social media una sistematica campagna di disinformazione denigratoria nei confronti degli Usa, dando ampio spazio alle bad news, dalle notizia di sparatorie nelle scuole superiori ai problemi del settore bancario. In generale, Xi cerca di raccontare l’America come un paese in declino, ne mina la credibilità sciupando l’immagine del sogno americano, vuole smentire l’idea che le istituzioni statunitensi siano efficaci e che la stampa a stelle e strisce sia effettivamente libera, dipinge l’egemonia militare Usa come nemica della pace e dei diritti umani. Come spiega Moritz Rudolf, membro del Paul Tsai China Center della Yale Law School, il messaggio è: “Lo Zio Sam è il grande cattivo e la Cina è la forza del bene”. Ma questa campagna serve pure per coprire le politiche del governo cinese contro i diritti umani e contro la stabilità delle relazioni internazionali, dalla repressione di Hong Kong alla pulizia etnica verso gli Uiguri, dalla rappresaglia economica contro l’Australia al sostegno agli stati canaglia come la Russia e l’Iran. 

Proprio ieri un’inchiesta della Cnn basata su indagini giudiziarie e sui rapporti delle società di social media ha segnalato che il governo cinese ha messo a punto la più grande operazione di disinformazione online conosciuta al mondo e la sta utilizzando a scopo di intimidazione contro residenti, politici e imprese statunitensi, a volte minacciando i suoi obiettivi con la violenza. Il Dipartimento di Stato americano spiega che queste tattiche fanno parte di un più ampio sforzo multimiliardario per modellare l’ambiente informativo mondiale a vantaggio di Pechino e per mettere a tacere critici e dissidenti. Conosciuti come “Spamouflage” o “Dragonbridge”, le centinaia di migliaia di account della rete sparsi su tutte le principali piattaforme di social media non solo molestano gli americani che criticano il Partito comunista cinese, ma cercano di screditare i politici statunitensi, denigrare le aziende americane che toccano gli interessi della Cina e manipolare le conversazioni online in tutto il mondo. Le vittime di questa iniziativa vengono sommersi sui social media da decine di migliaia di post sui che le accusano di essere dei “traditori” e dei “cani” e le ricoprono di insulti razzisti e omofobi. Una campagna che vuole suscitare uno stato di costante paura e paranoia. In questo clima di guerra ibrida, Xi e Biden cercheranno quantomeno di evitare l’esplosione di conflitti ben peggiori. In questa direzione un contributo alla collaborazione viene dalla crisi economica che la Cina sta affrontando, dopo il disastro delle politiche contro il Covid e gli eccessi di intervento della mano pubblica nell’economia. Ma è assai improbabile che possa bastare a raffreddare le tensioni.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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