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Afghanistan: “Ci mandereste vostro figlio o vostra figlia?”

di Alessandro Maran

 

Tra non molto, Kabul potrebbe cadere. Secondo l’intelligence americana, una volta completato il ritiro delle truppe statunitensi dal paese, il governo afgano potrebbe reggere ancora per sei mesi. Ormai i talebani controllano il nord del paese, si sono impadroniti di decine di distretti e delle principali città circostanti e le forze di sicurezza afghane si arrendono spesso senza combattere, lasciando agli insorti i loro Humvee e altre attrezzature fornite dagli americani.

Del resto, l’hanno detto (e ridetto) in molti che appena partiti gli americani sarebbe tornata l’instabilità e i talebani non avrebbero tardato molto a  prendere il potere. Lo ha ricordato la settimana scorsa Fareed Zakaria nella sua rubrica sul Washington Post: «Il paese diventerà ancora una volta una base per il terrorismo, sostengono, e quindi dobbiamo rimanere per mantenerlo stabile e in mani amiche». Ma la storia, ha osservato il conduttore del più importante programma di politica internazionale della CNNpuò offrire importanti insegnamenti agli imperi, a chi si prefigge obiettivi troppo ambiziosi e sui limiti a quel che anche paesi molto potenti possono realizzare in luoghi lontani,. «La mentalità che ha guidato le occupazione statunitensi dell’Afghanistan e dell’Iraq è stata quell’avversione imperiale a qualsiasi genere di instabilità» che ricorda l’assoggettamento britannico del Sudan (per paura di perdere la presa sul canale di Suez) e la costosa occupazione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica. Ed entrambe hanno comportato uno spreco di risorse in un approccio segnato eccessivamente dal timore dell’instabilità in luoghi lontani, sostiene Zakaria.

Non c’è dubbio che la presa del potere da parte talebana sarebbe seccante e che gli Stati Uniti debbano lavorare con i vicini dell’Afghanistan per promuovere la pace, scrive Fareed Zakaria, ma «Washington deve anche tenere a mente (…) che le truppe americane (…) hanno fatto il possibile, disgregando con successo al-Quaeda e uccidendo Osama bin Laden. In definitiva, l’Afghanistan non fondamentale per il ruolo degli Stati Uniti come potenza globale».

Anche il presidente americano Joe Biden, rispondendo la settimana scorsa alle stesse obiezioni, l’ha messa giù dura: «Ci manderesti tuo figlio o tua figlia?». Esponendo le ragioni della scelta di abbandonare comunque l’Afghanistan, nonostante il fondato timore che il ritiro degli Stati Uniti porti inevitabilmente al ritorno al potere degli estremisti talebani, Joe Biden non avrebbe potuto essere più diretto: «Per due decenni gli Stati Uniti sono rimasti «just a little bit longer». A che cosa servirebbe restarci ancora? Inoltre, spetta agli afgani decidere del loro destino, non agli americani».

Inoltre, il presidente americano ha lasciato intendere che il paese devastato dalla guerra è sempre stato un disastro, e che se dovesse sfaldarsi di nuovo tornerebbe a una consuetudine storica. Biden ha rifiutato anche qualsiasi parallelo con la sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam, poiché gli obiettivi dell’operazione (consegnare Osama bin Laden «alle porte dell’inferno» dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 e schiacciare la capacità operativa di al Qaeda) sono stati raggiunti; ed ha sostenuto che le forze armate nazionali afgane addestrate dagli Stati Uniti e dai loro alleati sono sufficientemente forti per respingere i talebani.

Poi Biden ha guardato gli americani negli occhi e ha posto una domanda che grava in modo particolare sul primo commander in chief da parecchi anni a questa parte ad aver avuto un figlio impiegato all’estero in una zona di guerra: «Le persone che vogliono che gli Stati Uniti rimangano in Afghanistan manderebbero i loro figli a combattere laggiù?».

Insomma, quel che potrà accadere ai civili afgani se dovessero tornare sotto il dominio dei talebani, noti per la repressione delle donne e per una rigida versione della sharia, è ancora incerto. Ma Biden, sostanzialmente, ha sostenuto che non è un problema dell’America (ha promesso, tuttavia, che i traduttori afgani che hanno lavorato con le forze statunitensi e sono ora minacciati dai talebani troveranno ospitalità negli Stati Uniti).

«Ho ritenuto che non fosse nell’interesse nazionale degli Stati Uniti d’America continuare a combattere questa guerra a tempo indeterminato. Ho preso la decisione in modo lucido e sono informato ogni giorno sulle novità sul campo di battaglia», ha concluso poi Biden.

In altre parole, Biden sta adempiendo al dovere principale di qualsiasi presidente degli Stati Uniti (decidere che cosa è meglio per il proprio paese e nessun altro luogo), nonostante il fatto che le scelte dell’America riguardino praticamente tutti gli altri posti.

È quello che l’ex presidente Donald Trump avrebbe chiamato America First, no? L’America è tornata, ma, dicevamo, non come prima.

Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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