Al summit Russia-Africa in scena la debolezza di Putin. L’Europa e l’Italia dovrebbero approfittarne - Fondazione PER
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Al summit Russia-Africa in scena la debolezza di Putin. L’Europa e l’Italia dovrebbero approfittarne

di Vittorio Ferla

 

Stavolta il summit Russia-Africa in corso a San Pietroburgo si svolge nelle condizioni peggiori per Vladimir Putin. La guerra di conquista contro l’Ucraina ha seminato incertezza su tutto lo scacchiere geopolitico. E pure gli stati africani ne percepiscono le conseguenze. Una tra tutte, la crisi del grano. Con la rottura dell’accordo per la libera circolazione delle navi commerciali sul Mar Nero da parte di Mosca, l’Africa teme ripercussioni drammatiche sugli approvvigionamenti di derrate alimentari indispensabili. “Oggi l’Africa si sta affermando sempre più con sicurezza come uno dei poli del mondo multipolare emergente e il forum darà un ulteriore impulso al nostro partenariato politico e umanitario per molti anni a venire”, dice Putin, presentando il summit. La prima parte della dichiarazione è vera (il resto no): le 54 nazioni africane costituiscono il più grande blocco elettorale alle Nazioni Unite e si sono divise più di qualsiasi altro continente sulle risoluzioni dell’Assemblea generale che criticano le azioni della Russia in Ucraina. Putin si aggancia a questo per cercare alleati disponibili a sostenerlo contro l’Occidente. Il suo obiettivo è ricostruire un fronte comune dei paesi in via di sviluppo replicando la capacità di leadership della defunta Unione sovietica. Ma sulla realizzazione di questo piano è legittimo qualche dubbio. È il secondo vertice Russia-Africa dal 2019 e il numero dei capi di stato presenti è sceso dai 43 di allora ai 17 di oggi. Un chiaro segno della perdita di credibilità di Mosca dopo la scelta improvvida di aggredire l’Ucraina. Il Cremlino cerca di buttarla in caciara accusando l’Occidente di pressioni indebite sui paesi africani. Il portavoce Dmitry Peskov deplora “l’ingerenza sfacciata da parte di Usa, Francia e altri stati attraverso le loro missioni diplomatiche nei paesi africani, e tentativi di fare pressione sulla leadership di questi paesi al fine di impedire la loro partecipazione attiva al forum”. Ma è difficile pensare che basti qualche pressione diplomatica per far cambiare idea alla metà dei capi di governo africani, molti dei quali sono autocrati che non temono nulla. Chi fa pressioni da anni sugli stati africani, con obiettivi tutt’altro che trasparenti e liberali, è piuttosto Vladimir Putin.

Per esempio, sulla tragica questione del grano dopo la chiusura dell’accordo sul Mar Nero, Putin continua a ripetere la promessa di offrire grano gratis ai paesi africani a basso reddito. “Voglio assicurare che il nostro paese è in grado di sostituire il grano ucraino sia su base commerciale che gratuita”, afferma il despota del Cremlino, ricordando che la Russia ha già spedito quasi 10 milioni di tonnellate di grano in Africa nella prima metà dell’anno. “Nei prossimi mesi saremo in grado di garantire consegne gratuite da 25mila a 50mila tonnellate di cereali in Burkina Faso, Zimbabwe, Mali, Somalia, Repubblica Centrafricana ed Eritrea”, assicura Putin. Che fa un paragone tra la raccolta cerealicola ucraina e quella russa. Secondo i dati del Cremlino, lo scorso anno l’Ucraina ha raccolto 55 milioni di tonnellate di cereali e ne ha esportate 47 tonnellate. La Russia a sua volta ha prodotto 156 milioni di tonnellate di cereali, esportando 60 milioni di tonnellate. “La Russia è un fornitore responsabile di prodotti agricoli nel mondo, e coloro che dicono che sia sbagliato dicono falsità”, assicura il presidente russo. Poi accusa i paesi occidentali di ostacolare le forniture di cereali ai paesi africani per incolpare Mosca. In realtà, come spiegano numerose ricerche, lo stop all’accordo Onu fra Russia e Ucraina per le spedizioni di grano dai porti del Mar Nero interrompe un fiume di milioni di tonnellate di frumento per il pane, mais, olio di girasole e altri prodotti destinati ai paesi poveri dell’Africa e dell’Asia, con il rischio fame e carestie.

Nel disegno di Putin c’è anche l’idea di usare l’Africa per rafforzare il rublo. “Per espandere ulteriormente l’intera gamma di relazioni commerciali ed economiche è importante passare all’utilizzo delle valute nazionali, incluso il rublo. A questo proposito, siamo pronti a lavorare con i Paesi africani per sviluppare le loro infrastrutture finanziarie”, avverte il capo dello Federazione russa.

L’altra grande partita è quella militare. La Russia è presente da tempo in diversi paesi africani per svolgere un’azione permanente di di destabilizzazione politica e di controllo militare. In questo quadro si iscrive il destino della compagnia militare russa Wagner guidata da Evgeny Prigozhin dopo la sua ribellione (con fulmineo dietrofront) contro il Cremlino del mese scorso. Il futuro dei reparti della Wagner è un tema urgente per paesi come il Sudan, il Mali e altri che si avvalgono dei servizi del gruppo mercenario in cambio di risorse naturali come l’oro. In questo senso, sia gli esponenti ufficiali del governo russo che Prigozhin hanno garantito che le brigate di mercenari continueranno a presidiare i paesi africani. Insomma, chi vuole cercare gli artefici delle pressioni politiche sull’Africa farebbe bene a cercarli al Cremlino.

Il summit Russia-Africa dimostra ancora una volta quale potenziale di intervento e di relazioni esiste per l’Unione europea. In particolare, l’idea guida del governo di Giorgia Meloni basata sull’investimento sull’Africa e sul Mediterraneo allargato appare strategica. A condizione che alla teoria seguano i fatti. L’augurio è che l’incontro di ieri della premier italiana con Joe Biden rappresenti un ulteriore tassello nella direzione di un nuovo protagonismo dell’Unione europea in Africa, senza scopi predatori, ma nella prospettiva dello sviluppo e della democrazia.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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