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Alla ricerca della sostenibilità perduta

di Sergio Saia

 

Le discrasie tra evidenze scientifiche, scelte amministrative e percezione popolare

 

La parola “sostenibilità” può assumere diversi significati in funzione dell’ambito di riferimento. In generale, la sostenibilità di un processo è la possibilità di poterlo mantenere senza compromettere le risorse necessarie per le generazioni future. Tale definizione è indubbiamente ampia e generalista ed è stata integrata con i concetti di sostenibilità economica e sociale.

Sebbene la definizione e le tre sfaccettature della sostenibilità (ambientale, sociale ed economica) siano facilmente condivisibili, la loro misura a scala ridotta (ossia per un dato processo, luogo, popolazione e scala temporale) sono spesso ardue. Peraltro, diversi ricercatori invocano l’inclusione della sicurezza alimentare (ossia la certezza di avere cibo) tra le voci della sostenibilità.

 

Misurare la sostenibilità

Per poter misurare la sostenibilità sono stati messi a punto indicatori, tuttavia, non esiste una misura assoluta di sostenibilità e gli indicatori sono utili, almeno al momento, solo per confrontare condizioni diverse e permettere la scelta di quella ritenuta migliore. L’assenza di una misura assoluta (come può essere il metro per misurare le distanze) è dovuta sia alla difficoltà di stima delle risorse disponibili e, talvolta, degli stessi impatti, soprattutto quelli a scala sociale ed economica, sia alla natura complessa e multifattoriale della sostenibilità, nella quale l’incremento del valore di un indicatore si può accompagnare alla riduzione di un altro.

Alcuni aspetti delle stime sono inoltre particolarmente complessi e incerti, tra cui l’impatto economico e sociale di un dato processo, soprattutto se a piccola scala, nell’ambito di tutti gli impatti analoghi su una popolazione di riferimento e in relazione ai trend generalizzati (si pensi, ad esempio, alle grosse crisi o ai momenti di espansione economica globali).

Per misurare la sostenibilità, diverse metodologie sono state messe a punto. Tali metodologie riguardano in genere componenti dell’impatto ambientale di un processo o parte di esso.

L’impatto ambientale, come detto, è solamente una componente della sostenibilità e come questa riguarda tutto il processo in esame. A sua volta, i processi possono essere sia produttivi (es. la produzione di un manufatto o di un alimento), sia relazionati ad essi (es. il trasporto, la fruizione e lo smaltimento).

 

La specificità agricola della sostenibilità

La sostenibilità in agricoltura assume un aspetto di rilievo rispetto ad altri settori, in quanto l’agricoltura è l’unica attività umana che sfrutta in maniera diretta e sostanziosa la fotosintesi clorofilliana. La fotosintesi è attualmente l’unico processo a contribuire, in solido, alla conversione dell’anidride carbonica in carbonio organico. Ovviamente esistono processi industriali, il cui costo economico e soprattutto energetico è elevato e non paragonabile a quello della sintesi biologica (ossia la fotosintesi).

Inoltre, il settore agricolo assolve alla duplice funzione di generare alimento per l’uomo e gli animali allevati, fonte di energia e reddito. Tutti e tre gli aspetti sono cruciali per il mantenimento delle società e dei sistemi agricoli stessi.

L’agricoltura è un settore estremamente variabile nello spazio e nel tempo e ciò può comportare forti variazioni nell’impatto ambientale. È dunque fondamentale studiare gli aspetti cruciali della sostenibilità in agricoltura a varie scale di indagine (locale, nazionale, globale, etc.) e unità di misura (per unità di superficie, prodotto o popolazione). Molte variabili sono state prese in considerazione per descrivere la sostenibilità in agricoltura, ciascuna con un impatto specifico. Queste variabili riguardano molteplici aspetti del comparto, sia relazionati alla gestione a scala di singolo appezzamento, di azienda e di territorio e sia riferiti alle singole pratiche colturali e loro integrazione nello spazio e nel tempo.

 

L’analisi del ciclo di vita

Per quanto riguarda lo studio della sostenibilità in agricoltura, uno dei metodi più usati a scala globale è il Life Cycle Assessment (chiamato LCA o analisi del ciclo di vita), nel quale vengono presi in considerazione tutti gli impatti potenziali della produzione, trasporto e uso di un prodotto o servizio. Ad esempio, si tiene in conto della degradazione del suolo, del consumo di carburanti per le operazioni colturali, per produrre i mezzi agricoli, per trasportare i concimi o le sementi, per raccogliere, etc. Di tutti gli impatti dalla produzione dei mezzi tecnici alla produzione agricola propriamente detta, alla conservazione, trasporto e distribuzione degli alimenti e loro consumo e smaltimento, molti studi si soffermano agli stadi che culminano con la produzione agricola, detti “from cradle-to-farm gate”, ossia dalla culla al cancello dell’azienda agricola, in quanto questi rappresentano le principali voci di impatto[1].

Va sottolineato che l’LCA e altri metodi utilizzabili (es. l’impatto sulla risorsa idrica o water footprint) sono standardizzati e forniscono una misura affidabile (per quanto perfettibile) dell’impatto per le varie categorie in esame. Inoltre, tale misura va riscalata alla resa per unità di superficie in quanto una della maggiori voci di impatto ambientale è dovuta alla conversione di terreno naturale in agricolo, per cui a maggiori rese si accompagna una minor necessità di utilizzare superficie per la coltivazione.

 

Scienza, agricoltura e sostenibilità ambientale

È assodato che l’impegno verso una maggiore sostenibilità non sia un vezzo dei tempi contemporanei, ma una chiara esigenza per evitare l’eccessivo uso delle risorse non rinnovabili. È altrettanto chiaro che questo problema debba essere affrontato da ogni settore (agricolo, industriale, servizi) e in ogni ambito, ciascuno contribuendo al meglio delle proprie possibilità. Come per ogni argomento, ovviamente, le pratiche che consentono di aumentare la sostenibilità in agricoltura non sono state studiate in maniera esaustiva, tuttavia esistono[2] già alcune indicazioni fondamentali che in parte sono state recepite, più o meno recentemente, da diverse nazioni e comunità. In particolare, gli indicatori di sostenibilità più utilizzati riguardano diverse categorie d’impatto tra cui l’uso delle risorse non rinnovabili, l’uso del suolo, gli effetti sul clima, sullo strato di ozono, l’acidificazione delle acque dolci e salate, il potenziale di eutrofizzazione delle acque, la tossicità per l’uomo o altri comparti ambientali[3]. Le pratiche agricole da poter consigliare per poter ridurre gli impatti sono diverse, ma nessuna tra queste si è rivelata capace di ridurre gli impatti dei sistemi agricoli se applicata singolarmente e prescindendo dagli altri aspetti gestionali. Anzi, la riduzione dell’impatto ambientale è chiaramente un processo multifattoriale e le diverse pratiche agronomiche interagiscono in maniera incostante rispetto all’impatto ambientale[4]. Soffermarsi quindi a consigliare o sconsigliare una singola pratica colturale è una via controproducente per ridurre gli impatti ambientali. La letteratura scientifica è comunque popolata anche di studi che comparano interi sistemi agricoli. Fornire una definizione di ‘sistema agricolo’[5] è comunque arduo tanto quanto definire la sostenibilità. Tali comparazioni sono state fatte raramente per sistemi che differivano per una sola o poche pratiche (es. presenza/assenza di allevamenti e colture foraggere) e più frequentemente per sistemi che differivano per molte pratiche contemporaneamente (es. agricoltura biologica vs. convenzionale) e quindi senza la possibilità di comprendere a cosa sia dovuta l’eventuale differenza negli impatti. Nonostante ciò, tali comparazioni offrono comunque un importante spunto di riflessione.

 

Il confronto tra biologico e convenzionale

Sui confronti a scala di sistema, uno dei più frequenti in letteratura scientifica riguarda il confronto fra sistemi biologici e convenzionali. Le ragioni di tale frequenza sono diverse, in primis riguardano il claim del tutto non confermato di minor impatto ambientale avanzato dai sistemi biologici rispetto ai convenzionali. Inoltre i sistemi biologici soggiacciono a una certificazione pubblica di processo che ne facilita l’identificazione, pur considerando le differenze normative tra le varie nazioni. In particolare, i sistemi con certificazione biologica vietano pressappoco ovunque l’applicazione di principi attivi e fertilizzanti di sintesi, sebbene alcuni feromoni utilizzati in biologico vengano effettivamente da sintesi chimica o diversi prodotti utilizzati in biologico richiedano processi industriali per il loro ottenimento. Infine, pressappoco ovunque sono consentite deroghe ai regolamenti per diverse ragioni.

 

L’impatto dell’agricoltura biologica per unità di prodotto non è diverso da quello dell’agricoltura convenzionale sia a scala globale[6], (Fig. 1), sia a scala europea (Fig. 2). Né il biologico fornisce alimenti più salubri.

Fig. 1. Risultati di una metanalisi (collezione di risultati di prove sperimentali) di confronto tra biologico e convenzionale in termini di impatto ambientale a scala globale. La figura utilizzata è stata prelevata dal lavoro su Environ. Res. Lett. 12 (2017) 064016. Per la definizione e significato del dato (ossia del rapporto chiamato “response ratio”), si veda il commento 2.

 

Fig. 2. Risultati di una metanalisi (collezione di risultati di prove sperimentali) di confronto tra biologico e convenzionale in termini di impatto ambientale a scala europea. La figura utilizzata è stata prelevata dal lavoro su Journal of Env. Manag. 112 (2012) 309-320. Per la definizione e significato del dato (ossia del rapporto chiamato “response ratio”), si veda il commento 2.

 

A scala di unità di superficie, il biologico impatta di meno e produce di meno. In particolare, Seufert et al. hanno compilato nel 2012 un database dei confronti a scala globale delle rese di sistemi biologici e convenzionali e lo hanno anche reso pubblico[7]. Dal lavoro di Seufert et al. il biologico a scala europea ha fornito produzioni inferiori al convenzionale nell’89.6% dei casi (69 su 77) e superiori solo nel 10.4%. Inoltre, la mediana del rapporto tra resa in biologico e convenzionale è stata del 26.6% in meno (con un intervallo di confidenza dal -75.8% al +8.7%).

Da diversi lavori, le differenze tra sistemi biologici e convenzionali sono apparse più contenute quando i sistemi biologici erano più diversificati di quelli convenzionali, tuttavia dal punto di vista pratico non c’è ragione per non ritenere opportuna anche una maggiore diversificazione dei sistemi convenzionali nell’ottica di mantenere le rese e ridurre l’impatto ambientale. E in effetti, la diversificazione dei sistemi sembra essere una strategia ottimale per incrementare la sostenibilità ambientale.

 

La discrasia tra evidenze sperimentali e scelte istituzionali

Il processo legislativo sul Green Deal Europeo[8] mira ad affrontare in maniera diretta il tema della sostenibilità in tutti i settori, incluso quello agricolo. Su questo aspetto solleva questioni, ancorché da un punto di vista teorico, contrastanti al proprio interno. Tra queste, due riguardano l’uso dei pesticidi e l’area destinata ad agricoltura biologica.

Nel caso dei pesticidi, invoca una riduzione dell’”uso e il rischio complessivi dei pesticidi chimici del 50% e l’uso dei pesticidi più pericolosi del 50%”. La prima discrasia riguarda il fatto che, sebbene la UE ammetta già che l’uso e il rischio siano in forte riduzione da molti anni, non chiarisce la motivazione per cui si debba arrivare al 50% di riduzione quando in Europa dai dati EFSA la normativa è già stringente e offre minimi rischi, né della ragione per cui la riduzione debba essere a carico dei soli “pesticidi chimici” e non di tutte le molecole usate che pongano rischi analoghi, anche se ammesse in biologico. Il Green Deal sembra voler privilegiare capziosamente il sistema di certificazione biologico escludendo i rischi (conclamati) legati a questo. Ciò senza considerare che l’applicazione di pesticidi in biologico è comunque elevata e che gli stessi possono porre altrettanti rischi per la salute e per l’ambiente rispetto a quelli usabili solo in convenzionale[9].

La seconda e più grave discrasia, che ha anche implicazioni per la sostenibilità sociale dell’agricoltura, riguarda “l’obiettivo di almeno il 25 % della superficie agricola dell’UE investita a agricoltura biologica entro il 2030 e un aumento significativo dell’acquacoltura biologica” per poter aumentare la sostenibilità ambientale dei sistemi. Eppure, come mostrato precedentemente, la sostenibilità ambientale per unità di prodotto dei sistemi biologici non è dissimile rispetto ai convenzionali, con l’implicazione negativa che i sistemi biologici, producendo meno, necessitano più superficie con due potenziali implicazioni negative: lasciare meno spazio per gli usi naturali del suolo (es. il bosco) che forniscono cruciali servizi ecosistemici e aumentare la dipendenza per le materie prime alimentari dall’estero.

 

La dimensione socio-economica della sostenibilità: importare ipocrisia ed esportare impatto ambientale?

La gran parte dei propositi del Green Deal sono comunque condivisibili, per quanto la strada per l’inferno sia lastricata di buone intenzioni. Il sottoscritto è comunque un forte europeista e auspica un maggior trasferimento di competenze dalle sfere nazionali a quelle comunitarie.

Sulle dimensioni sociali dell’agricoltura europea, il Green Deal cita che alcune forme di agricoltura e in particolare l’agricoltura biologica, riporta, “crea posti di lavoro e attrae giovani agricoltori, e i consumatori ne riconoscono il valore”. Il che è indubbiamente vero, tuttavia la disponibilità a pagare per i prodotti biologici dipende dalla dispercezione che questi siano più salubri.

Inoltre se da un canto è vero che l’agricoltura biologica crea nuovi posti di lavoro (principalmente perché richiede più manodopera e perché i prodotti biologici sono veicolati in media su filiere più corte dei prodotti convenzionali), dall’altro il reddito degli agricoltori biologici dipende dagli aiuti comunitari in modo decisamente più elevato rispetto al convenzionale. In particolare, il Bioreport 2017-18[10] riporta che per l’incidenza dei contributi PAC sul reddito netto delle aziende biologiche è del 45% contro il 30% delle aziende convenzionali.

In sintesi, l’agricoltura biologica è più redditizia, ma tale reddito dipende in maggior misura da un aiuto esterno alla produzione e commercializzazione dei prodotti ottenuti. In altre parole, si vuol favorire un sistema più redditizio fornendo reddito non relazionato all’attività agricola e svincolando ulteriormente il reddito degli agricoltori dalla capacità degli stessi di conquistare il mercato in virtù della propria organizzazione e della qualità[11] dei prodotti, che impattano tanto quanto i convenzionali, richiedono più suolo per essere ottenuti e non sono più salubri.

 

L’ipocrisia normativa e la relazione con il resto del mondo

Di per sé, tuttavia, non sono contrario alla certificazione biologica. Ça va sans dire, ciascuno può coltivare come gli pare, purché fatto legalmente, e fornirne una certificazione.

Tuttavia ciò solleva due problemi nodali della sostenibilità, del Green Deal e dell’agricoltura biologica: l’ipocrisia normativa e la relazione con il resto del mondo.

Per quanto riguarda la sostenibilità e il Green Deal, voler ridurre l’uso dei principi attivi (peraltro di una percentuale arbitraria) di sola origine sintetica per poter aumentare la sostenibilità senza che questa riduzione sia apparsa efficace dalla letteratura scientifica è un classico esempio di ipocrisia normativa.

E ancor più ipocrita è consentire deroghe al regolamento e permettere nello stesso tempo, a ogni nuova riforma, l’ingresso in certificazione biologica di qualunque aspetto gestionale, tra cui ad esempio la coltivazione in serra, l’uso di teli pacciamanti e i metodi di controllo delle malerbe che includono il pirodiserbo, una pratica molto dispendiosa dal punto energetico.

 

L’inefficienza dei sistemi agricoli europei

Ma perché la UE dovrebbe allora voler incentivare i sistemi via via meno produttivi, avanzandone una non dimostrata maggiore sostenibilità? Per quale ragione, ad esempio, avalla il divieto a scale nazionali dell’uso di tecnologie genetiche, che potrebbero enormemente aumentare la sostenibilità dei sistemi agricoli?

Il mio timore personale è che la risposta a questa domanda si trova nell’inefficienza dei sistemi agricoli europei[12].

Peraltro, sovvenzionare sistemi poco produttivi implica indirettamente sovvenzionare aree marginali, riducendone lo spopolamento e tutti i problemi connessi.

E a riprova di ciò, si tenga in conto che i sistemi biologici, intrinsecamente poco produttivi, sono prevalentemente diffusi nel meridione d’Italia e nei paesi poveri, mentre i consumatori di prodotti biologici sono prevalentemente al nord Italia, nel resto d’Europa e in USA (si confronti la pag. 30 del summenzionato Bioreport), senza contare che negli ambienti con forti stress ambientali per le piante, come il centro-sud italiano, il divario di produzione tra biologico e convenzionale si riduce drasticamente.

Tuttavia, le motivazioni ambientaliste non suffragate rimangono comunque intollerabili esempi di ipocrisia istituzionale.

 

Minor produzione interna, importazioni e agricoltura globale

E a proposito di ipocrisia istituzionale a scala globale e di sostenibilità, un altro aspetto mi cruccia molto più dell’esigenza (sacrosanta e importante) di mantenere vive le comunità rurali e riguarda il rapporto triplice tra minor produzione interna, implicazioni sociali delle importazioni e sostenibilità in agricoltura a scala globale.

Una minor produzione interna a scala europea porterà a un aumento delle importazioni per soddisfare la domanda interna. Se tutte le nazioni producessero derrate con analoghi impatti ambientali, la cosa non sarebbe un problema.

Purtroppo la sostenibilità ambientale è decisamente più bassa nei paesi poveri rispetto ai paesi ricchi (si veda i lavori di Bené et al[13]), a dispetto di quanto si possa pensare. In sintesi, produrremmo meno da noi a basso impatto per produrre di più altrove ad alto impatto, aumentando al contempo la dipendenza dall’estero e l’impatto dei trasporti. Inoltre, i paesi poveri hanno la gran parte di suolo non ancora convertito all’agricoltura, la cui conversione comporta un grosso impatto ambientale, soprattutto in termini di rilascio di gas ad effetto serra e potenziale di eutrofizzazione. Infine, una minore disponibilità di prodotto a scala globale riduce l’accesso al cibo nelle popolazioni povere del terzo mondo.

 

La lezione della crisi innescata dal COVID per la sostenibilità ambientale

La crisi innescata dal COVID ha riportato in auge il valore della ricerca scientifica.

Tra le preoccupazioni di Máximo Torero[14], Chief Economist della FAO, circa la relazione tra crisi innescata dal COVID e rischi di incremento della fame nel mondo vi è la seguente: “Le nuove forme di povertà causate dalle misure di contenimento dell’epidemia hanno ridotto l’accesso al cibo per una percentuale consistente della popolazione”. L’articolo indica inoltre alcune misure mitigative, tra cui “Investire in ricerca, per produrre le conoscenze necessarie ad affrontare le nuove situazioni, e in innovazione, per tradurre le acquisizioni scientifiche in valore sociale, economico ed ambientale”.

E voglio ricordare che l’investimento in ricerca è associato al progresso e alla capacità di superare facilmente le crisi. Ergo, per avere al contempo più sostenibilità e più equità, la via della riduzione delle rese non è efficiente, qualunque sia la strategia che porti a tale riduzione.

L’emergenza Covid ha infatti ridato la percezione che non possiamo avere tutto ciò che vogliamo solo pagando e infischiandocene dell’impatto su altre aree del mondo. Ergo, il valore del cibo dovrebbe essere ridiscusso, ma non di certo suggerendo al consumatore che qualcosa abbia caratteristiche che non ha e facendo leva sulla sua disinformazione, ma nemmeno azzerando il valore del cibo ovviamente.

 

Intensificazione sostenibile e agroecologia

Di avviso del tutto analogo a quello di Máximo Torero è il Prof. Jackson[15], co-direttore dell’Institute for Sustainable Food dell’Università di Sheffield (UK) che indica due possibili vie, concorrenti, per favorire la sostenibilità dei sistemi:

1- l’intensificazione sostenibile [sustainable intensification]: in sintesi, produrre di più con meno input (o meglio aumentare il rapporto tra output e input, mantenendo almeno l’output) usando le innovazioni tecnologiche. Una critica a ciò è legata all’aumento marginale di resa per aumento di impatto nei paesi industrializzati. Il primo dovrebbe crescere più rapidamente del secondo, ma ciò è complesso da attuare senza un aumento di complessità;

2- l’aumento di complessità dei sistemi (indicato come agro-ecologia), la cui critica è che non è al momento adatta a sfamare la popolazione mondiale e men che meno solo quella europea, che importa circa il 50% degli alimenti che usa. A onor del vero, va sottolineato che i sistemi biologici sono al momento più complessi dei sistemi convenzionali, la cui complessità potrebbe e dovrebbe aumentare grazie a interventi normativi.

Indubbiamente, lo spreco andrebbe ridotto, ma questo prescinde dall’attuale produttività e relativo impatto. Lo spreco andrebbe peraltro ridotto prima di ridurre la produzione, non dopo.

 

La percezione della sostenibilità può influenzare la sostenibilità

Bené et al. citati sopra hanno mostrato che l’aumento di un indicatore relazionato all’intensificazione colturale porta a un aumento della sostenibilità del sistema agro-alimentare.

Ciò ci porta a interrogarci sull’importanza, pressappoco imprescindibile, di mantenere o aumentare le rese per unità di superficie utilizzando tutte le strategie tecnologiche possibili, ivi inclusi i fertilizzanti e principi attivi di sintesi gestiti oculatamente e le biotecnologie, tra cui gli organismi geneticamente modificati.

Anche la FAO indica il mantenimento o aumento di resa unitaria come un passo fondamentale per avere elevata sostenibilità ambientale e dare sicurezza alimentare. Ovviamente ciò non deve pregiudicare gli aspetti economici e sociali della sostenibilità. Attualmente la UE e altre amministrazioni hanno in mano la letteratura scientifica del settore e potrebbero dar seguito alle indicazioni che ne scaturiscono.

Ma perché allora non farlo subito? A mio avviso per tre ragioni concorrenti:

1- perché il processo verrebbe rifiutato dal consumatore europeo[16], che si rivolgerebbe altrove per soddisfare la propria domanda di valore edonico degli alimenti;

2- perché non ci riteniamo direttamente responsabili dell’impatto ambientale dei beni che importiamo;

3- perché un’elevata efficienza dell’uso economico e ambientale di determinate tecnologie (i summenzionati principi attivi, le biotecnologie tanto vituperate in Italia, etc.) necessita di grandi capacità tecniche da parte degli agricoltori e aziende grandi, ben integrate nella filiera e poco frammentate, che mal si coniugano con una grossa fetta del panorama aziendale europeo.

 

Ipocrisia normativa? No, grazie

Tuttavia, la percezione del consumatore va tenuta debitamente in conto, in quanto l’opzione d’acquisto può rappresentare un motore per aumentare la sostenibilità dei sistemi agricoli più efficiente della (opportuna e benvenuta) normativa. Ma non concordo sul fatto che tale aspetto debba far leva su una ipocrisia normativa: ossia favorire qualcosa asserendo motivazioni che non sussistono (soprattutto per aspetti come questi nei quali la letteratura scientifica esiste ed è abbastanza acclarata) per perseguire finalità apparentemente non dichiarate. Sono fiducioso che la UE tenterà comunque di porre un argine a tali problematiche, sebbene le prospettive dello sviluppo dell’agricoltura europea degli ultimi anni non lascino presagire un percorso agevole per gli agricoltori.

 

Post Scriptum

Attualmente sono impegnato a studiare alcuni aspetti della sostenibilità e un primo ‘step’ (perdonate il termine) è stato il lancio di un questionario sulla sostenibilità in agricoltura[17], che invito tutti a compilare: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSdu4GQgdIrKZtrLgGwYDRSvooyaiXgtIIvVbAA1B-brz9wcYA/viewform e i cui risultati verranno pubblicati sia in riviste scientifiche del settore, sia in riviste divulgative. Dello stesso non divulgo risultati parziali per non influenzare chi ancora deve compilarlo.

 

Note

[1] Si confrontino i capitoli 29 e 30 del testo “Life Cycle Assessment: Theory and Practice”. Curato da M.Z. Hauschild, R. K. Rosenbaum, & S. Irving Olsen, Springer International Publishing AG 2018: https://link.springer.com/book/10.1007%2F978-3-319-56475-3. Gli autori dividono appunto, per ovvie questioni didattiche e di ricerca, l’LCA in sei fasi: 1) fase di produzione e trasporto degli input (es. carburanti, fertilizzanti, utensili, mezzi agricoli, etc.); 2) fase di coltivazione; 3) fasi di processamento post raccolta (inclusa la distribuzione del prodotto non lavorato); 4) fase di distribuzione del prodotto finito; 5) fase di consumo; 6) fase di smaltimento dei rifiuti. Ovviamente, la gran parte degli studi riguarda la produzione di singoli prodotti d’uso comune (es. carne, formaggio, pane, pomodori) anche in sistemi diversi per area geografica o complesso di tecniche applicate, tuttavia è possibile anche trovare informazioni circa l’impatto di intere diete e stili di vita.

[2] In particolare, sono stati prodotti diverse centinaia di lavori sperimentali, poi aggregati in lavoro di metanalisi, ossia lavori che collezionano e rianalizzano insieme tutti i risultati di un argomento. Ad esempio, se sono stati pubblicati 70 lavori di ricerca su un argomento (es. il confronto tra sistemi con e senza rotazione colturale in termini di resa) che includono al loro interno 190 confronti di sistemi in rotazione e senza, è possibile includere i 190 record in un unico database, compilare i metadati (es. autore, sito di ricerca, condizioni ambientali, altre condizioni gestionali) e ricavare un’informazione unica sul confronto tra presenza e assenza di rotazione che prescinda dalle condizioni specifiche di ciascun lavoro. In tal caso, si fornisce l’informazione circa l’effetto medio e più probabile della rotazione. Se inoltre dei 190 confronti, ad esempio, 75 sono stati condotti in ambienti aridi e 115 in ambienti umidi è possibile fare il confronto tra e senza rotazioni in due tipologie ambientali, etc.

[3] Si confronti il documento “Life cycle indicators for resources, products and waste” rilasciato dalla commissione europea: https://eplca.jrc.ec.europa.eu/uploads/LCindicators-framework.pdf e in particolare il paragrafo 2.4.

[4] Si confronti German R.N, Thompson C.E, Benton T.G., 2017. Relationships among multiple aspects of agriculture’s environmental impact and productivity: a meta‐analysis to guide sustainable agriculture. Biological reviews 92(2): 716-738 https://doi.org/10.1111/brv.12251

[5] A titolo d’esempio, è possibile consultare il seguente documento della FAO: http://www.fao.org/3/Y1860E/y1860e10.htm

[6] la lettera scientifica è concorde su questo aspetto. Ironicamente, perfino i lavori spesso portati dai alcuni fautori del biologico che avanzano un minor impatto ambientale degli stessi. Qui di seguito le citazioni dei lavori metanalitici: Environ. Res. Lett. 12 (2017) 064016 https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/aa6cd5/meta; J. of Env. Man. 112 (2012) 309e320 https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0301479712004264; Nat. Comm. 2018 (9:3632) https://www.nature.com/articles/s41467-018-05956-1; Sci. Tot. Env. 2014 (553:468) https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0048969713010255; Nature 2018 (564:249) https://www.nature.com/articles/s41586-018-0757-z; Proc. R. Soc. B 2015 (282: 20141396) https://royalsocietypublishing.org/doi/10.1098/rspb.2014.1396; Sci. Adv. 2017 (3: e1602638) https://advances.sciencemag.org/content/3/3/e1602638; Nat. Comm. 2017 (8: 1290) https://www.nature.com/articles/s41467-017-01410-w. Per quanto riguarda l’aspetto della salubrità dei prodotti, non c’è evidenza di differenze tra sistemi biologici e convenzionali. Ovviamente ciò non implica che non possano essere diversi per altre caratteristiche. Semplicemente sono parimenti salubri. Si confronti a titolo d’esempio: https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/16546628.2017.1287333; https://www.acpjournals.org/doi/10.7326/0003-4819-157-5-201209040-00007. Sulle altre differenze è possibile leggere: https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/07352689.2011.554417 (pur facendo attenzione alla frase “Based on the assumption that increasing the content of biologically active compounds in fruits and vegetables by 12% would be equivalent to increasing the intake of fruits and vegetables by the same 12%”, la quale non trova riscontro scientifico, in quanto riducendo l’introito, si riduce l’assunzione di fibre, il volume e l’effetto della masticazione sulla dieta); https://www.cambridge.org/core/journals/british-journal-of-nutrition/article/composition-differences-between-organic-and-conventional-meat-a-systematic-literature-review-and-metaanalysis/B333BC0DD4B23193DDFA2273649AE0EE; https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/jsfa.5639. Su tali aspetti si è anche espressa la UE ammettendo che non esiste evidenza di differenze per la salubrità e che le eventuali differenze rilevate in alcuni consumatori sono da attribuire agli stili di vita: https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/STUD/2016/581922/EPRS_STU(2016)581922_EN.pdf.

[7] Il lavoro e i dati grezzi sono scaricabili qui: Seufert, V., Ramankutty, N. & Foley, J. Comparing the yields of organic and conventional agriculture. Nature 485, 229–232 (2012). https://doi.org/10.1038/nature11069.

[8] https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?qid=1590404602495&uri=CELEX%3A52020DC0381. Vi consiglio di leggere l’articolo di Alfonso Pascale: http://www.alfonsopascale.it/index.php/next-generation-eu-e-cibo/

[9] https://agronotizie.imagelinenetwork.com/difesa-e-diserbo/2019/02/15/i-chili-della-discordia/61693

[10] https://www.reterurale.it/Bioreport201718, pag. 24

[11] Ovviamente senza considerare la disponibilità a pagare per il valore edonico del prodotto, che è pur sempre una parte della qualità

[12] Confrontate quanto riporta il prof. Frascarelli dell’Università degli Studi di Pergugia: <<I paesi sviluppati potrebbero fare a meno dell’agricoltura ma la sostengono perché produce beni pubblici. Infatti la politica agricola interviene per tutelare l’ ambiente, la sicurezza alimentare, lo sviluppo rurale>> https://www.ilfoglio.it/economia/2019/03/03/news/non-possiamo-permetterci-il-sovranismo-agrario-240313/

[13] Confrontate gli ottimi lavori di Béné et al. https://www.nature.com/articles/s41597-019-0301-5 e https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0231071.

[14] http://www.fidaf.it/index.php/senza-cibo-non-ce-uscita-dalla-pandemia

[15] https://horizon-magazine.eu/article/qa-covid-19-pandemic-highlights-urgent-need-change-europe-s-food-system.html

[16] Si veda l’articolo di Ermanno Comegna: https://agrariansciences.blogspot.com/2020/05/i-fitofarmaci-tra-ostracismo-ed-uso.html

[17] Analogamente, ho lanciato una pagina Facebook dedicata: https://www.facebook.com/SergioSaiaAgricolturaAmbienteSostenibile/ e un canale Telegram: https://t.me/Sostenib_Agricoltura; @Sostenib_Agricoltura

Sergio Saia
Sergio Saia
saia@per.it

Ricercatore presso il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria (CREA) e docente a contratto di Agronomia e Coltivazioni Erbacee presso Università di Pisa. È stato anche docente a contratto di Orticoltura presso l’Università Politecnica delle Marche. Si occupa prevalentemente di microrganismi promotori della crescita vegetale e conservazione del suolo. La sua attività di ricerca va spesso a forte beneficio dei sistemi di agricoltura biologica e a basso input. È membro della rete SeTA.

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