Alla ricerca dell’araba fenice: che cos’è, realmente, l’innovazione? - Fondazione PER
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Alla ricerca dell’araba fenice: che cos’è, realmente, l’innovazione?

di Nicolò Addario

 

Ci sono ‘fatti esterni’, e noi possiamo dire come sono. Ciò che non possiamo dire, perché non ha senso, è quello che i fatti sono indipendentemente da ogni scelta concettuale”

(H. Putnam, La sfida del realismo)

 

Con qualche eccezione (se pure importante), nella stessa letteratura economica e delle scienze sociali, per non parlare del giornalismo e del senso comune, l’innovazione è considerata come qualcosa di ovvio. Si ammette che senza “investimenti” (anche in “capitale umano”) sarebbe assai difficile averla. Bisognerebbe tuttavia anche chiedersi: perché tutti la vorrebbero, ma solo pochissimi in realtà l’ottengono, se non comprando a caro prezzo i brevetti di altri, e solo quando le nuove conoscenze si sono già affermate? Proviamo a vedere come stanno veramente le cose.

 

La rivoluzione industriale in Inghilterra: un’ondata di innovazioni

Sappiamo per certo che le grandi innovazioni si basano su invenzioni, spesso epocali. Tuttavia, e questa è la prima osservazione, solo con la “rivoluzione industriale” nell’Inghilterra della metà del Settecento si è avuta una continua sequenza di vere e proprie ondate di innovazioni, basate su tecnologie del tutto nuove (il motore a vapore, il telegrafo, l’elettricità, la radio, la TV, l’elettronica e così via). L’investimento sistematico è però un “meccanismo” che storicamente si ha, sul piano sociale, solo con l’avvento e la stabilizzazione della società moderna occidentale, cioè con l’affermazione dell’economia di mercato (concorrenziale) e di un sistema politico di tipo liberale.

In Inghilterra questo processo inizia ad avviarsi stabilmente con la “Glorious Revolution” del 1688-90 e il relativo Bill of Rights, che di fatto costituzionalizza un parlamento periodicamente elettivo come parte dello stato (è il cosiddetto modello Westminster, tuttora in vigore). Sul continente arriverà con quasi due secoli di ritardo (la stessa rivoluzione francese è stata assai poco “borghese”).  Senza questo cambiamento sociale radicale (le libertà, la laicità dello stato e il pluralismo politico e culturale) è probabile che la stessa scienza sarebbe rimasta ai livelli che, all’incirca nello stesso periodo, troviamo in Estremo Oriente.

 

Senza le libertà e il capitalismo c’è solo arretratezza: il caso dell’Oriente

Per fare un esempio importante (su cui non a caso molti storici dell’economia sia sono interrogati), la Cina conosceva la stampa a caratteri mobili da molto tempo prima dell’Europa, ma la “burocrazia celeste” ne impedì la diffusione nel nome della sacra tradizione. L’effetto fu di limitare le conoscenze a una ristretta élite di funzionari imperiali di tipo letterario e poco altro. Ancora nel Novecento i Cinesi che sapevano leggere e scrivere erano pochissimi. L’arretratezza della Cina, che le impedì di fronteggiare efficacemente il colonialismo anche perché la stessa censura burocratica fu applicata in altri campi strategici (dalla polvere da sparo, usata solo per i fuochi d’artificio, alla metallurgia, alla industria navale), nasceva dal centralismo autocratico dell’impero, con il suo ritualismo esasperato e incentrato sulla magia.

Per quanto riguarda l’India e i numerosi traffici nell’Oceano Indiano (che risalivano ai tempi della famosa via delle spezie) mi limito a ricordare cosa scrive un importante ricercatore indiano. “I mercanti indiani e cinesi che prestavano denaro ai gruppi politicamente dominanti … non riuscirono a istituzionalizzare i loro crediti verso lo stato o a trasformarli in titoli commercializzabili … Il capitalismo come attività commerciale era universalmente diffuso nell’oceano indiano. Non vi era tuttavia alcun riconoscimento sociale o legale del ruolo produttivo del capitale come tale, distinto dal suo possessore”. Insomma, erano traffici che dipendevano dall’arbitraria e capricciosa benevolenza di questo o quel principe, e tali restarono per secoli. Non per caso il capitalismo di Max Weber era tale (ossia propriamente “razionale”) perché era parte di un più comprensivo e favorevole “ordinamento sociale”, così sintetizzabile: separazione tra “società civile” e “società politica” (secondo la formula di Hegel): protezione legale della proprietà privata e dei diritti delle persone, autonomia del potere giudiziario, parlamento liberamente elettivo come parte integrante dello stato.

 

La patria dell’Illuminismo? È stata l’Inghilterra

La patria dell’Illuminismo è stata l’Inghilterra di Locke e Hume, dei moralisti scozzesi e dell’economia politica, delle “coffe houses” e delle “brandy houses”, ma anche delle prime “friendly societies” degli operai urbanizzati. I “philosophe” francesi impararono da loro, anche se contribuirono molto alla diffusione dell’Illuminismo nel resto d’Europa, che peraltro restava una società largamente arretrata, dominata dall’aristocrazia e con una borghesia che aveva ancora i caratteri di un ceto, soprattutto se si era arricchita e si era comprato un titolo nobiliare (in Francia la chiamavano “noblesse de robe” per distinguerla, con spregio, dalla vera nobiltà, la “noblesse d’épée”).  L’Illuminismo a sua volta introdusse al pensiero liberale che, tuttavia, sul continente restò largamente minoritario.

La rivoluzione francese, come è stato autorevolmente sostenuto, non è stata una rivoluzione borghese, nel senso che il potere fu conquistato da una borghesia che aveva già raggiunto un effettivo potere economico indipendente da quello dell’aristocrazia. Ciò che realmente accadde fu che alcune frazioni della borghesia ascesero al potere sulle spalle dei movimenti radicali delle plebi urbane (prevalentemente parigine: i famosi “sans-culottes”), scatenate dal crollo del regime monarchico, anche a seguito di alcuni anni di cattivi raccolti e dall’interesse di contadini benestanti a smantellare ciò che restava del sistema feudale. “I sans-culottes fecero la rivoluzione borghese; i contadini stabilirono fino a che punto potessero spingersi” (B. Moore jr.).   

 

Non ci sono investimenti senza stato costituzionale di tipo liberale

Tornando al nostro problema e limitandoci alla sola innovazione economica (che, ovviamente, presuppone scoperte tecnico-scientifiche), va dunque osservato che senza uno stato costituzionale di tipo liberale non si avrebbero “investimenti” sistematici, anche perché non avrebbero garanzie sufficienti. Gli investimenti, infatti, pretendono di essere sicuri che nel futuro il potere costituito non li confischi o non li oberi di balzelli vari e insostenibili.

Si tratta di una di quelle condizioni strutturali che rientra in ciò che lo storico Reinhart Koselleck ha chiamato “futuro aperto” e che presuppone le libertà. Per un’economia competitiva gli economisti ne parlano in termini di “rischio” e, nel caso in cui non sia possibile calcolarne la probabilità di riuscita, di “incertezza radicale” (F. H. Knight). Osservando gli avvenimenti sociali retrospettivamente, a volte si incontrano fenomeni che, nel tempo in cui sono accaduti, non avrebbero potuto essere neppure immaginati. Per fare un esempio importante, chi avrebbe potuto immaginare che, quando furono inventati i transistor, poco dopo sarebbe sorta un’intera nuova industria (dai personal computer agli smartphone), quella dell’elettronica e delle sue onnipervasive applicazioni, senza la quale il mondo di oggi sarebbe impensabile (ma qualcosa di simile è accaduto per il laser o il fonografo, si vedano Basalla e Rosemberg in bibliografia).

 

La cornice costituzionale dello sviluppo della società moderna

Joel Mokyr ne ha parlato in termini di “macro-invenzioni per salti puntuati” (e quindi di effetti emergenti non lineari che a loro volta, ma solo in alcuni casi, generano downward causations). Noi riteniamo che una tale attribuzione diviene possibile solo ex post e a distanza di parecchio tempo. Diciamo tra i venti e trent’anni, il periodo che mediamente serve perché il take-off diventi palese a tutti proprio sotto il suo aspetto qualitativamente nuovo e non semplicemente quantitativo (ma forse oggi questo periodo si è ristretto e rallentato). Il suo procedere per “salti puntuati” è dovuto, molto probabilmente,  al suo carattere di processo emergente evoluzionistico, che cioè avviene per prova ed errore, con un mix di caso e necessità.

Peraltro, affinché esso sorga e proceda in via sistematica e continua devono essersi affermati dei presupposti sociali: quantomeno il mercato concorrenziale e lo stato costituzionale di tipo liberale che, come sostenevano i giusnaturalisti inglesi già nel XVII secolo, rispetti la vita delle persone e i frutti del loro lavoro. È questo che spinge la società moderna a uno “sviluppo”, a un continuo cambiamento sebbene con andamento ciclico. Ma, pur all’interno di questa cornice sociale e istituzionale, questo cambiamento ha un carattere evoluzionistico (appunto: un mix di “caso e necessità”). Per questo non è in alcun modo pianificabile al livello centrale (come hanno mostrato, seppur indirettamente, il clamoroso crollo e l’arretratezza delle società di tipo sovietico).

 

Il processo evoluzionistico e la “distruzione creatrice”

Ma cosa intendiamo per processo evoluzionistico? E in che senso è innovativo? Adottando la proposta di Schumpeter (ripresa negli anni Ottanta dalla “Evolutionary Economics” e dalla “Organizational Ecology”), possiamo dire che ogni reale innovazione è tale perché e una “devianza”. È una “devianza” perché, sempre nei termini del grande economista austriaco, è una “distruzione creatrice”: genera (quasi d’improvviso) settori del tutto nuovi che sostituiscono i vecchi settori e, sovente, seppure a distanza di tempo, spingono altri settori a modificarsi profondamente. In questo senso la “creazione” è nel contempo “distruzione” (ecco un esempio di effetti emergenti non lineari che hanno conseguenze causali al livello micro, delle singole imprese e da qui producono, a loro volta, un nuovo effetto emergente macro).

Da un lato, la continua “creazione” è spinta dalla competizione  in condizioni di “rischio” e persino di “incertezza radicale”; dall’altro, l’innovazione che si afferma fa fallire le imprese tradizionali e costringe altre a cambiare paradigma. Per Schumpeter l’imprenditore è tale solo quando la propensione al rischio lo spinge sino al punto di divenire un “deviante”, proponendo qualcosa che non si era ancora vista, nel campo del prodotto o del processo, del mercato, delle fonti di approvvigionamento o, infine, di “nuove combinazioni di mezzi di produzione” e che noi preferiamo generalizzare in termini di nuovi tipi di organizzazione sempre più complesse. È dunque un “deviante” proprio perché va del tutto controcorrente e lo sa.

Questa è per Schumpeter la vera e unica funzione dell’imprenditore, cosicché si è imprenditori in questo senso (quasi sempre) un’unica volta nella vita. Gli economisti ritengono che non si tratti soltanto e non tanto di una generica ricerca del profitto, ma della ricerca di una sorta di “monopolio”, seppur temporaneo, generato da una “invenzione” che ha successo sul mercato (specie se questa porta a un salto nella produttività, come è accaduto, per esempio, in tutte le industrie con i motori elettrici rispetto a quelle che usavano ancora il vapore).

 

La “variazione” nel mercato come la “mutazione” darwiniana

Una tale “devianza” è, concettualmente parlando, una “variazione” assimilabile a una “mutazione” nel senso darwiniano del termine. Nella “distruzione creatrice” moltissime “variazioni” di questo tipo sono infatti destinate a fallire. Come tutte le mutazioni, anche queste avranno successo se e solo se avranno la fortuna di essere selezionate positivamente e venire con ciò amplificate sino a “creare una nuova specie” (settore industriale o più in generale economico: è l’effetto che dal basso genera un settore industriale del tutto nuovo al livello macro).

Niente, nel momento della nascita della variazione-mutazione, dà all’imprenditore la sicurezza che avrà successo. Piuttosto è vero il contrario: il processo di selezione amplificante dipende infatti dal mercato, una forza impersonale, e sopratutto caratterizzata da un “tempo futuro del tutto aperto” e quindi insondabile (qui siamo ben oltre il “rischio”: chi avrebbe potuto prevedere che il settore terziario avrebbe superato, sia per occupati che per fatturato, quello propriamente industriale?). In esso, in realtà, sono largamente prevalenti processi di selezione negativa.

Per questo Schumpeter proponeva di distinguere la semplice “crescita” dallo “sviluppo”: la prima può essere dovuta a semplici adattamenti, a condizioni che favoriscono la crescita demografica (per esempio annate di buoni raccolti o fatti naturali favorevoli); il secondo invece sorge dall’interno stesso dell’economia (pur in quel contesto di libertà che si diceva) e la sua caratteristica è di spostare in avanti con una sorta di balzo il punto di equilibrio dei molteplici fattori economici che interagiscono (da qui l’effetto emergente macro). Come ha detto Schumpeter, “è lo spontaneo ed improvviso mutamento nei canali di flusso, la perturbazione dell’equilibrio che altera lo stato di equilibrio precedentemente esistente”.

Un esempio è dato dallo stesso autore quando osserva che aumentando anche di molto il numero delle diligenze “non si avrà mai una ferrovia”, così come è assai difficile che sia il padrone delle diligenze a introdurre la ferrovia. Cosa che vale per tutte le “macro-invenzioni” che hanno avuto successo (anche per una superiorità che, dopo un tempo più o meno lungo, si è evidenziata). Quindi, tra le macro-invenzioni dobbiamo intendere anche un diverso e nuovo “impiego di mezzi di volta in volta esistenti”, inclusi anche aspetti dall’economista austriaco non considerati, come le nuove forme di organizzazione e gestione delle imprese (con o senza ricorso al credito).

 

L’innovazione è una scommessa vincente

In generale, ciò che tra queste variazioni continuamente proposte risulterà innovazione  è dunque  per molti aspetti frutto del caso, di una “scommessa”, tra le tante, che risulta vincente mentre tutte le altre sono state perdenti. La “fitness” di una variazione-mutazione è tale solo ex-post. Ma poiché il sistema sociale (caratterizzato da competizione economica, libertà politiche e libertà di espressione) è strutturato in modo tale da generare continuamente tali processi di mutazione e selezione (e che noi chiamiamo forma differenziata per sistemi funzionali), la metafora della Fenice che ciclicamente risorge dalle sue stesse ceneri coglie bene la caratteristica di fondo del processo, tramite il quale la società genera continue innovazioni in tutti i campi con i  loro effetti emergenti macro.

A scanso di equivoci va però precisato che, a differenza della selezione naturale, la selezione sociale (positiva o negativa) non è un processo esterno, bensì interno: tanto la variazione-mutazione quanto la selezione (e l’adattamento) sono processi interni alla società. Va inoltre precisato che questa selezione negativa, nei sistemi di tipo liberale, non è dovuta ad alcuna autorità politica (come invece accade nei regimi totalitari o assimilabili) ma è una processo spontaneo (perciò si parla di casualità, salvo casi speciali e particolarmente evidenti). La forma sociale differenziata funzionamente ha la proprietà decisiva di combinare un massimo d’indipendenza (di ciascun sistema) con un massimo di inter-dipendenza (come conseguenza dell’alta specializzazione dei sistemi in regime di libertà costituzionali).

 

L’esempio dell’industria elettronica, dai transistor ai personal computer

Riprendiamo l’esempio importante dell’industria elettronica (ma ne accenneremo altri), dove il fattore cruciale fu una invenzione. Tutto nasce quando nei laboratori di RS (ricerca e sviluppo, altra innovazione) di una grande industria americana di sistemi radio si inventa il transistor come sostituto delle valvole termoioniche, che generavano molto calore. La direzione dell’azienda decide tuttavia di non utilizzare i transistor, perché questo comporterebbe un cambiamento troppo radicale del processo produttivo e quindi molto costoso e altamente rischioso. Alcuni ricercatori della RS chiedono all’azienda di cedergli i diritti per lo sfruttamento di questa scoperta. Con la collaborazione di un’altra impresa, viene quindi fondata la Texas Instrument per la costruzione e diffusione di calcolatrici elettroniche, anche tascabili. É l’inizio dell’industria elettronica.

Infatti i transistor sono le unità elementari per la progettazione e costruzione delle CPU dei personal computer (e nel giro di pochi anni anche dei Main frames) e di un’infinità di altre applicazioni, anche in oggetti di tipo completamente diverso (dalle automobili alle lavatrici, dalle TV ai grandi macchinari e sistemi robotici ecc.). Va peraltro ricordato che, apparentemente in modo curioso, la Texas Instrument restò abbarbicata alle sue calcolatrici e alcuni anni dopo chiuse i battenti, superata da altri che avevano sfruttato l’idea dei transistor per generare i pc, da cui a cascata sorsero e si diffusero altre applicazioni e una scienza del tutto nuova, l’informatica (e quindi anche la cosiddetta intelligenza artificiale). Gli stessi pc all’inizio furono una “scommessa” altamente incerta: l’Ibm, che aveva quasi il monopolio dei grandi computer, riteneva che il personal computer non avrebbe avuto futuro. Ma alcuni giovani ricercatori, che lavorano nei “sottoscala” di quella che in seguito darebbe diventata Silicon Valley, scommisero sul pc. Sappiamo com’è andata a finire.

Tra l’altro, la fortuna della Microsoft deriva dal fatto che il sistema MS-DOS, che era stato progettato proprio per conto dell’IBM, diventò il sistema operativo di tutti i pc (con l’unica eccezione della Apple che non usava CPU della Intel, anch’essa, peraltro, poi costretta a rendersi compatibile con i pc-MS-DOS).

 

Dal motore a scoppio all’elettricità

Un processo simile era già accaduto in molti altri settori (compreso il Cinema come spettacolo di massa e la cui storia è quasi sconosciuta). Un esempio importante è quello del motore a scoppio per le automobili. Inizialmente, infatti, furono provati anche motori diesel, motori rotanti (invece che a pistoni) e persino motori elettrici. Poi, sia per ragioni di efficienza che di reperibilità del carburante (si era quasi all’inizio del Novecento), fu preferito il motore a benzina.

Oggi peraltro il futuro sarà la trazione a elettricità. Ma pensate che cosa sarebbe successo se la ricerca sulle batterie elettriche fosse continuata invece di arrestarsi per alcuni decenni. Sappiamo però che alcune marche (non europee) è da parecchi anni che propongono automobili ibride, acquisendo così un vantaggio competitivo sui concorrenti attardati sulle vecchie tecnologie, che ora devono rincorrerle.

Questo accade almeno dai primi del novecento, soprattutto in America dove molte grandi imprese (particolarmente le multinazionali) avevano istituito dipartimenti di RS (altra innovazione), iniziarono a organizzarsi per Divisioni (e non per soli Dipartimenti, per tenere conto delle diverse realtà geografiche, normative e culturali) e adottarono metodi manageriali (anziché meramente proprietari: alta professionalità e distinzioni chiare “line-staff” a tutti i livelli, indipendenza tra proprietà e controllo). Ovviamente, nelle imprese si fa solo ricerca applicata, ma questa si basa su scoperte scientifiche che sono di dominio pubblico. Il che, peraltro, presuppone una cosa niente affatto scontata, e cioè che la scienza sia totalmente indipendente almeno dalla religione e dal potere costituito (si ricordino i processi dell’Inquisizione, tra cui quello a Galileo, e i processi farsa ai dissidenti sovietici). Naturalmente qui non stiamo negando il potere dei grandi gruppi di pressione, come il famoso “complesso militare-industriale” americano. Ma un conto sono i gruppi di pressione (comunque sottoposti a regole e controlli) e ben altro è un sistema totalitario.

 

L’innovazione va distinta dall’invenzione

Tra le tecnologie che si diffusero a cascata, almeno nel settore della meccanica, vanno ricordate la catena di montaggio e il sistema tayloristico (il famoso modello T, che dette un grande vantaggio competitivo alla Ford e che spinse persino Stalin a adottarlo – almeno a parole – per l’industria sovietica). Non ci sarebbe stato “l’operaio massa” senza catena di montaggio e taylorismo (calcolo dei tempi e metodi delle singole postazioni).

Come in molti altri settori, sembra un classico caso di “path dependency”: similmente all’evoluzione naturale, l’innovazione dà una “direzione” precisa agli sviluppi successivi, che perlopiù sono adattamenti a nuovi standard, indotti dal fatto che ora se ne vedono chiaramente i possibili vantaggi. Per questo l’innovazione vera va distinta dalla semplice invenzione, ed in questo senso è un processo sociale assai complesso, su cui influiscono molte variabili, interne ed esterne all’economia. Spesso esse si basano su exaptations, ossia su delle “invenzioni” che danno luogo a vere innovazioni proprio perché, inaspettatamente, vengono cooptate in nuovi manufatti del tutto impensabili al tempo in cui tali invenzioni erano state realizzate, come nel caso del transistor per la CPU e quindi i pc e moltissime altre applicazioni).

Un buon esempio di “path dependency”, spesso dovuta a innovazioni tramite exaptation,  è quello della diffusione quasi universale dello scartamento dei binari dei treni e della loro direzione di marcia a sinistra, stabiliti dalle prime ferrovie inglesi e poi imitati; o ancora quello della tastiera della macchina da scrivere – apparentemente senza logica e il cui acronimo è QWERTY – che ritroviamo identica nei computer e negli smartphone, ovunque nel mondo (dove si usi una lingua alfabetica). È una imitazione delle prime macchine da scrivere che venivano dall’America e che tenevano conto della frequenza delle lettere usate mediamene nella lingua inglese dalle dattilografe che utilizzavano dieci dita per battere a macchina.

 

L’Inghilterra del XVIII secolo sconvolse l’Occidente

Peraltro una cosa simile era precedente accaduta con la rivoluzione industriale nell’Inghilterra del XVIII secolo che, letteralmente, sconvolse prima l’Occidente (specie dopo le guerre napoleoniche e il ‘48-’49) e poi il mondo intero (il primo caso al mondo di “sviluppo” nel senso di Schumpeter). La strada era stata aperta già nel secolo precedente dalla manifattura che, pur su dimensioni alquanto più ampie, restava però un’economia ancora a base artigianale. Questa fu sconvolta da una sequenza di invenzioni all’incirca contemporanee – dalla macchina a vapore da parte dell’orologiaio Watt al telaio continuo del barbiere Arkwright sino al battello a vapore dell’orefice Fulton – che in breve tempo divennero delle straordinarie innovazioni, trasformando la manifattura in industria altamente meccanizzata (anche per l’impiego del vapore come forza motrice, per esempio nell’industria tessile), dando così vita alle corrispondenti figure sociali: il proletariato industriale (sovente urbanizzato) e l’imprenditore.

Il proletariato industriale costituiva una figura sociale storicamente del tutto nuova rispetto a quella dell’artigiano (e del contadino) e che diventerà centrale nell’Ottocento e nel Novecento, soprattutto a seguito dell’affermazione del marxismo, con la sua ideologia della “lotta di classe” e la sua utopia della creazione di una società basata sull’uguaglianza materiale e sulla “vera umanità”, della costituzione dei sindacati e dei partiti socialdemocratici (e in seguito anche comunisti, sopratutto dopo la rivoluzione del ‘17 in Russia).

Questa profonda e rapida trasformazione della società generò anche forti reazioni, come si vede nel “romanticismo senza freni” di cui ha parlato Isaia Berlin, ben espresso da una passo della lettera che Wagner scrisse alla moglie Cosima sotto l’impressione provocatagli dalla visita a Londra e ai suoi impianti portuali: “Il sogno di Alberich è qui realizzato. È un luogo da Nibelunghi, di dominazione mondiale, di attivismo: ovunque la pressione del vapore e nebbia”. È lo “spirito demoniaco” dell’industria (secondo un’interpretazione tipica del “romanticismo senza freni”) che sconvolge la società ancora largamente cetuale dell’Europa occidentale dell’Ottocento e che contribuirà a dare origine e forza a due ideologie antisistema (quella comunista e quella fascista o nazista). Una cosa analoga accadde in Giappone con la “rivoluzione d’alto” Meiji della metà dell’Ottocento, pur nel quadro di uno sfondo culturale molto diverso da quello europeo (ma dove comunque il potere era concentrato nella mani di una aristocrazia di tipo imperiale e altamente gerarchizzata).

 

La competizione di mercato spinge alla ricerca d’innovazioni

Per concludere, la competizione di mercato spinge alla ricerca d’innovazioni che assicurino un grande vantaggio competitivo. Nei primi del Novecento, nelle grandi imprese (soprattutto americane) questo fu “istituzionalizzato”, nonostante l’incertezza, attraverso nuove forme di organizzazione manageriale e investimenti sistematici in RS.

Da qui vengono le invenzioni macro e micro, sebbene solo poche di queste invenzioni risultino effettive innovazioni, ossia macro-invenzioni che hanno ottenuto successo sul mercato e presso i consumatori (come si può osservare dai registri dell’Ufficio brevetti, in base ai quali si possono calcolare tassi di natalità e di mortalità delle imprese per tipologie: rispetto al totale dei brevetti sono veramente pochissime le invenzione che trovano utilizzo e ancor meno quelle che hanno un vero successo).

Anche l’andamento ciclico di lungo periodo che si osserva nei grafici secolari è quasi certamente da collegare  all’incertezza, quantomeno  per quanto riguarda l’Occidente, con le sue libertà costituzionali e il suo pluralismo politico e culturale, che deriva dalla libera concorrenza che condiziona il successo sociale delle invenzioni: per questo si parla di “evoluzione per salti puntuati” (in modi per certi aspetti simili all’evoluzione naturale, che ovviamente ha tempi assai più lunghi). È dunque la “distruzione creatrice” che assicura un continuo sviluppo, ma questo sarebbe assai difficile senza le libertà liberali istituzionalizzate nello stato di diritto costituzionale democratico (e come, seppur indirettamente, dimostra il repentino crollo dell’Unione Sovietica e della “cortina di ferro” che spaccava in due l’Europa). È dunque la “distruzione creatrice” che assicura un continuo sviluppo, ma questo sarebbe assai difficile senza le libertà liberali istituzionalizzate nello stato di diritto costituzionale democratico (come è facile osservare nei paesi del Terzo Mondo, dal Sud America all’Africa, dal Medioriente all’Asia centrale, ma anche nell’Europa Orientale ex comunista). Schumpeter chiamava questo contesto che spingeva nella direzione della distruzione creatrice “clima sociale”. Solo da qui si erge il vero e proprio “capitalismo” moderno caratterizzato da una continua “trasformazione organica … che rivoluziona incessantemente dall’interno le strutture economiche, distruggendo senza tregua l’antica e creando senza tregua la nuova”. Solo e soltanto questo genera un sostanziale e incessante “sviluppo”.

 

Senza rischio niente invenzioni: ecco perché gli Usa sono ancora davanti all’Europa

Un’ultima osservazione. Non è un caso che l’Europa occidentale e soprattutto l’Italia siano diventate in gran parte dipendenti dagli Stati Uniti: le ultime macro-invenzioni vengono quasi tutte dall’America (compresa internet). Evidentemente qui si è generata una sorta di propensione a evitare il rischio e l’incertezza: in Italia gli investimenti sono crollati a partire almeno dalla metà degli anni novanta. In America ci sono un centinaio di “venture capital firms” che investono su settori ad alto rischio e persino su “idee devianti” (per non parlare delle Fondazioni o “non-profit associations” che investono su “capitale umano”). In Europa molto meno, in Italia ce ne sono forse due. Se è vero che l’innovazione è il risultato di un processo per prova ed errore nel senso visto, è ancora più vero che senza assunzione di rischio non si avranno neppure le micro-invenzioni, con conseguente arresto dello sviluppo e l’instaurazione di un circuito perverso di progressivo declino. Evidentemente qui il “clima sociale” è meno favorevole a indurre processi di “distruzione creatrice” e il risultato complessivo è una sorta di “stato stazionario” con tendenza al progressivo declino. Qui il “nanismo” delle imprese sembra destinato a restare tale, con tutte le conseguenze che ne derivano (anche in arretratezza nella conduzione, nel ricambio tecnologico, nell’assai scarsa propensione all’investimento). Inevitabilmente, qui l’Araba Fenice è destinata a restare un mito, peraltro ormai confinato a pochi cultori. Non può essere un caso se il PIL del 2019 (e quindi prepandemico) era inferiore a quello che l’Italia aveva nel 2008.

 

Bibliografia

Per la storia della tecnologia e dell’impresa moderna si veda G. Basalla, The evolution of technology, Cambridge University Press, 1988; P. A. David, Clio and the economic of QWERTY, in “American Economic Review”, 75 (1985), n. 2, e Eroes, herder and hysteresis in Thechnological history, in “Industrial and Corporate Change”, 1 (1992); A. Chandled, Stati Uniti: l’evoluzione della grande impresa, in Chandled e Al. (a cura) Evoluzione della grande impresa e management, Einaudi, 1986.

Per quanto riguarda l’approccio evolutivo in economia una recente sintesi d’insieme in R. Nelson e Al., Modern evolutionary economics. An overview, Cambridge University Press, 2019. Nella spiegazione delle innovazioni in generale è spesso decisivo il concetto di exaptation (discusso nel mio contributo sull’innovazione politica): una exaptation è “una tecnologia che in origine era stata selezionata per un certo carattere, ma che deve il suo più tardo successo ad un altro suo tratto che solo ora appare possedere” (J. Mokyr). La sua origine non è dunque la sua capacità di adattamento, ed è perciò diversa dal motivo per cui in seguito ottiene il suo successo. Essa è onnipervasiva nella storia della tecnologia  e della continua generazione di mercati sempre nuovi (J. Mokyr, Evolutionary phenomena in technological change, in J. Ziman (ed) Technological innovation as evolutionary process, Cambridge U. P., pp. 52-65).

Un’applicazione sistematica del concetto di exaptation al mutamento economico si trova in  N. Dew, S. D. Sarasvathy e S. Venkataraman, The economic implications of exaptation, in “Journal of Evolutionary Economics”, 14 (2004), pp. 69-84.

Ma più in generale si veda anche H. E. Aldrich, G. M. Hodgson, D. L. Hull, T. Knudsen, J. Mokyr e V. Vanberg, In defence of generalized darwinism, in “Journal of Evolutionary Economics”, 18 (2008), 5, pp. 577-596.

Una discussione di questa letteratura e di quella sulle organizzazioni complesse nella prospettiva di una teoria dell’evoluzione sociale in N. Addario, Sociologia dell’economia e dell’innovazione. Razionalità, istituzioni, cambiamento evoluzionistico, Archetipo libri, 2009. Sulla teoria della società elaborata da N. Luhmann una sintesi in Id., Introduzione alla teoria della società, Pensa Multimedia, 2014. Purtroppo la sua opera magna non è stata tradotta in italiano: eccellente la traduzione inglese, Theory of society, Stanford University Press, 2012-13, 2 Voll.

Un’applicazione di questo approccio all’evoluzione della modernità in N. Addario e L. Fasano, Come cambiano le istituzioni politiche. Un approccio sistemico-evolutivo, in “Quaderni di scienza politica”, XXV (2018), n. 2.

L’analisi del caso inglese in chiave evolutiva è approfondita in N. Addario, La fine della morale. Genealogia, forme storiche e criticità dell’autodescrizione della società moderna, Appendice I: “L’Inghilterra tra Sei e Settecento: Nascita della società moderna”,  vol. II, Mimesis, 2019, pp.  131-210.

Per una visione comparata e prendendo ad esempio la Cina restano indispensabili J. Needham, Scienza e società in Cina, Il Mulino, 1973 e E. Balazs, La burocrazia celeste. Ricerche sull’economia e la società della Cina del passato, Il Saggiatore, 1971. Sulla storia di questa antichissima civiltà un aggiornamento in M. Wood, The history of China. A portrait of a civilization and its people, Simon & Schuster, 2020.

Sul carattere ancora largamente cetuale dell’Europa continentale nell’Ottocento mi limito a rimandare a J. Kocka, Borghesie europee dell’Ottocento, Marsilio, 1989 e H.-U. Wehler e J. Kocka, Sulla scienza della storia. Storiografia e scienze sociali, De Donato, 1983.

Per quanto riguarda J. Schumpeter e la sua idea di “distruzione creatrice” si vedano  Teoria dello sviluppo economico, Sansoni, 1977 e Capitalismo, Socialismo, Democrazia, Etas Kompas, 1967. Le idee di Schumpeter sono state riprese da diversi autori, molti dei quali hanno pubblicato i loro lavori sulla rivista “Journal of Evolutionary Economics”.

Sull’idea di “macro-invenzione” si rimanda a J. Mokyr, “Punctuated equilibria and technological progress”, in “American Economic Review”, 80 (1990), n. 2.. Dello stesso autore Le leve della ricchezza, Il Mulino, 1995 e Una cultura della crescita. Le origini dell’economia moderna, Il Mulino, 2018.

Un approccio differente, ma che nella sostanza sostiene una tesi come la nostra, e cioè che lo sviluppo (nel senso moderno del termine) si ha solo a determinate condizioni sociali complessive, è quello dell’approccio neoistituzionale. Ad esempio,  D. C. North, J. J. Wallis e P. R. Weingast, Violenza e ordini sociali. Un’interpretazione della storia, Il Mulino, 2012 e  D. Acemoglu e J. A. Robinson, Perché le nazioni falliscono. Alle origini di potenza, prosperità e povertà, Il Saggiatore, 2013. La tesi di fondo di questi autori può essere così sintetizzata: ciò che porta i diversi paesi allo sviluppo tipico dell’Occidente (unico nella storia dell’umanità) o invece al sottosviluppo cronico e alla povertà delle masse è, nel primo caso l’apparire e l’affermarsi di “istituzioni inclusive”, mentre nel secondo caso è la permanenza secolare di “istituzioni estrattive”. Le “istituzioni inclusive” sono costituite tramite stati di diritto democratici, che garantiscono il rispetto di proprietà e i diritti soggettivi di libertà ed espressione di pensiero (e quindi pluralismo, sia politico che culturale). Questo è vero anche e soprattutto sul piano storico di lungo periodo.

È la risposta, anche se alquanto semplificata, al problema posto, tra gli altri, dallo storico David S. Landes, Why Europe and the West? Why not China?, nel “Journal of Economic Perspectives”, 20 (2006), n. 2. Ma in questo senso si veda anche E. J. Jones, Il miracolo europeo. Ambiente, economia e geopolitica nella storia europea e asiatica, Il Mulino, 2005 e K. Pomeranz, La grande divergenza. La Cina, L’Europa e la nascita dell’economia mondiale moderna, Il Mulino, 2012 e il già citato J. Mokyr.

Nicolò Addario
addario@ciao.ir

Professore ordinario di Sociologia generale. Insegna Teoria del mutamento sociale e dell'innovazione e Comunicazione politica presso l'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.

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