All’Europa serve un Next Generation per la sicurezza comune - Fondazione PER
19803
post-template-default,single,single-post,postid-19803,single-format-standard,theme-bridge,bridge-core-2.0.5,cookies-not-set,woocommerce-no-js,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,columns-4,qode-child-theme-ver-1.0.0,qode-theme-ver-21.0,qode-theme-bridge,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-6.0.5,vc_responsive

All’Europa serve un Next Generation per la sicurezza comune

di Vittorio Ferla

 

Mario Draghi lo dice chiaro nella sua informativa alle camere: bisogna considerare l’invasione dell’Ucraina come “lo stadio iniziale di un profondo cambiamento delle relazioni internazionali”. Il che significa, tra le altre cose, che dovrà cambiare anche il modo di difendersi dell’Europa nei confronti delle minacce esterne. Gli strumenti disponibili oggi non appaiono sufficienti. Certo, la Nato è in allerta. Come ricorda proprio Draghi in parlamento, il Consiglio Nord-Atlantico si è riunito l’altro ieri sulla base di quanto previsto dall’articolo 4 del trattato di Washington e ha approvato “cinque piani di risposta graduale” che, in questa prima fase, “puntano a consolidare la postura di deterrenza a est”. Le fasi successive, aggiunge il premier, sono “vincolate ad un’evoluzione dello scenario, prevedono l’assunzione di una postura di “difesa” e, in seguito, di “ristabilimento della sicurezza”. Ma la consapevolezza generale è che la risposta europea e occidentale arrivi con colpevole ritardo rispetto al precipitare degli eventi.

Chi non ha tempo da perdere è certamente Volodymyr Zelensky. Proprio ieri, il presidente ucraino, in tv con un maglione militare e il volto provato, si rivolge ai cittadini europei: “Se avete esperienza di combattimenti in Europa e non volete stare a guardare l’indecisione dei politici, potete venire nel nostro paese e unirvi a noi nella difesa dell’Europa”. Poi li invita a chiedere ai loro governi che l’Ucraina riceva “più aiuti finanziari e militari”. Zelensky è ormai ben oltre le cautele della diplomazia. Al termine di una conversazione telefonica con il presidente della Polonia Andrzej Duda, scrive su Twitter che, per difendere l’Ucraina, serve una coalizione contro la guerra: “Difendiamo la nostra libertà, la nostra terra. Abbiamo bisogno di un’assistenza internazionale efficace”. Rivolge infine un appello ai paesi che aderiscono al gruppo Bucarest 9 – Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Lituania, Lettonia, Polonia, Romania, Slovacchia e Ungheria, tutti preoccupati di difendere il fronte orientale europeo contro la Russia – “per ricevere aiuti alla difesa, sanzioni e pressioni sull’aggressore”. Un’altra iniziativa che rivela ancora una volta l’incapacità dell’Ue di elaborare una risposta unitaria ai problemi della sicurezza e del presidio dei propri confini.

La questione è ormai ineludibile e scuote le cancellerie europee. Basta leggere le dichiarazioni di ieri dell’ex ministra della difesa tedesca, Annegret Kramp-Karrenbauer: “Sono arrabbiata perché storicamente abbiamo fallito”. L’esponente della Cdu ammette che il governo di Berlino, dopo i conflitti in Georgia, Crimea e Donbass, non ha fatto nulla per scoraggiare le mire di Putin. Così, il rafforzamento militare dell’Europa diventa urgente per non lasciare alle controparti una totale libertà di intervento. Ne è consapevole pure Christian Lindner. Il ministro delle finanze tedesco avverte che i politici del suo paese devono cominciare a convivere con l’idea che “anche la difesa è una priorità politica” e che “la riduzione delle spese per la difesa programmato per i prossimi anni non è più appropriato”.

Questa lenta presa di coscienza dei paesi europei è rafforzata dall’atteggiamento recente degli Stati Uniti. Washington resta il pilastro della Nato e un punto di riferimento per le politiche di sicurezza europee. Ma ormai da diversi anni gli Usa hanno sempre meno voglia di fare da scudo per l’Europa. I motivi sono diversi. Le famiglie americane non vogliono più mandare a morire i propri figli in scenari di guerra lontani. L’aumento del disagio sociale della classe media richiede ai presidenti americani una maggiore attenzione per le questioni interne. L’America non ha più intenzione di garantire da sola le spese della Nato e, fin dai tempi di Obama, pretende una maggiore partecipazione finanziaria da parte degli stati europei. Infine, l’emersione della Cina come gigante economico e politico di questo secolo, con lo spostamento a oriente del baricentro delle relazioni internazionali, allontana gli interessi americani dal vecchio continente. A tutto questo bisogna aggiungere che, nel caso specifico dell’espansionismo russo, il coinvolgimento militare degli Usa può essere esperito soltanto come extrema ratio. Ancora oggi, infatti, Mosca e Washington sono le due superpotenze atomiche mondiali: metterle l’una di fronte all’altra significherebbe essere giunti all’ultimo stadio dell’escalation militare e catapultare il pianeta nell’incubo nucleare che tutti speravano di aver superato con la fine della Guerra Fredda.

Proprio ieri, nel corso della conferenza stampa a margine del Consiglio europeo straordinario sull’Ucraina, Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, ha sottolineato che, oltre agli sforzi per ridurre la dipendenza europea dal gas russo, la crisi in atto mostra l’urgenza di un dibattito sulla autonomia strategica dell’Unione europea. “Abbiamo l’intenzione di condurre un dibattito approfondito al Consiglio europeo di marzo su varie proposte della Commissione”, ha detto Michel, al fine di “rafforzare le capacità di sicurezza e di difesa dell’Unione”. Poi ha concluso: “la Nato è la pietra angolare della nostra sicurezza”, ma “noi pensiamo che alleanze forti poggino su alleati forti: questa è la nostra ambizione”.

L’emergenza sanitaria ed economica scatenata da Covid 19 in Europa ha spinto i paesi europei alla solidarietà reciproca. Da quella crisi l’Ue è diventata più forte grazie al Next Generation Eu, un piano straordinario per aiutare i paesi più colpiti (primo tra tutti l’Italia). Questo pacchetto di stimolo, pensato per ricostruire l’economia europea e per rilanciarne la ripresa, potrebbe diventare la base per un bilancio comune dell’Unione. Lo hanno prefigurato Emmanuel Macron e Mario Draghi con una lettera congiunta pubblicata alcune settimane fa sul Financial Times. Allo stesso modo della pandemia, l’invasione dell’Ucraina – unita alla paura per le mire di riconquista dei paesi dell’Europa orientale da parte della Russia – potrebbe diventare quel trauma storico capace di scuotere i paesi europei. E convincerli finalmente a costruire una difesa comune e a parlare con una sola voce.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

Nessun commento

Rispondi con un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.