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Altro che polveri sottili! Tutte le fake news sulle correlazioni tra agricoltura e coronavirus

di Donatello Sandroni

 

Covid-19: ad agricoltura intensiva e zootecnia sono state mosse gravi accuse di amplificare l’epidemia tramite l’emissione di polveri sottili, supposte a loro volta veicoli del virus. Di seguito i perché dell’infondatezza di tali accuse

 

Sulle origini della pandemia da Covid-19 sono fiorite ipotesi fra le più bizzarre, dalle tecnologie 5G(1) a glifosate(2), dagli Ogm(3) agli allevamenti(4).

 

Quattro ipotesi bizzarre

1- Nel primo caso la correlazione spuria sarebbe stata avanzata da Gunter Pauli, consulente economico del Governo italiano. La sua supposizione nascerebbe dal fatto che Wuhan, città cinese origine della pandemia, ospiterebbe una rete alquanto diffusa di ripetitori basati, appunto, sul 5G.

2- Circa glifosate, l’accusa nasce invece per bocca di Stephanie Seneff, del MIT di Boston ma del tutto estranea a materie biologiche, men che meno agrarie. Nota per la sua serie di pubblicazioni anti-glifosate, tutte basate su illazioni mai provate, Stephanie Seneff partirebbe dall’erbicida utilizzato su colture oleaginose da cui si ricaverebbero biocarburanti. Questi, sempre l’ipotesi sostiene, conterrebbero quindi tracce di glifosate che poi diffonderebbe nell’ambiente attraverso le marmitte delle automobili.

3- La terza ipotesi, contro gli Ogm, originerebbe da un non meglio specificato scienziato cinese che avrebbe comunicato le proprie teorie a Vandana Shiva, l’attivista ecologista indiana già nota per le accuse agli Ogm, rivelatesi false, di indurre suicidi fra gli agricoltori indiani. Shiva avrebbe condiviso questa non meglio precisata comunicazione cinese in occasione di un convegno in cui era invitata come oratrice.

4- Infine la quarta ipotesi, avanzata da Greenpeace, la quale per argomentare le proprie accuse agli allevamenti intensivi si aggancia ad altre ricerche che avrebbero ipotizzato a loro volta una correlazione tra polveri sottili in atmosfera e andamento dei contagi(5). Essendo la zootecnia anch’essa fonte di particolato sottile è stata additata dalla lobby ambientalista quale causa contro cui puntare il dito in via preferenziale. Impropriamente, come si vedrà.

 

Analisi delle ipotesi formulate

1- Si può facilmente sorvolare sull’ipotesi 5G, palesemente bizzarra già a prima vista e basata sul nulla dal punto di vista della probatorietà scientifica, quindi catalogabile nel filone complottista cui fanno capo altre fake-theory come quelle sulle scie chimiche o sui vaccini.

Le altre tre ipotesi toccano invece l’agricoltura in modo più o meno intrigante.

2- Circa glifosate, appare però alquanto funambolico l’impianto teorico delle accuse stesse, dato che nulla prova vi siano residui di glifosate nei biocarburanti, né tanto meno nei gas di scarico dei veicoli. E molto difficilmente ve ne si potrebbe trovare, considerando l’estrema idrofilia dell’erbicida che ne impedirebbe la presenza in una materia grassa, nonché le temperature raggiunte dall’aria nelle camere di combustione di un motore diesel, prossime ai 900 °C, cioè circa 500 °C in più della temperatura necessaria a demolire la molecola(6).

3- Sugli Ogm si ipotizzerebbe, ma di tali ipotesi non vi sono dettagliate descrizioni disponibili, che sia stato un passaggio orizzontale di geni ad aver alterato i rapporti fra organismi, aprendo così la strada al coronavirus. In mancanza di più precise argomentazioni, e dubitando fortemente che mai ne arrivino, è bene invece ricordare come a Wuhan e dintorni, area fortemente industriale, di Ogm si suppone ne vengano coltivati ben pochi, contrariamente ad altre aree del globo, come per esempio l’Iowa in America, che hanno ampie estensioni di soia e mais gm ma che di coronavirus ne presentano dal poco al nulla, come meglio si vedrà in seguito riportando quanto accaduto negli Stati Uniti d’America in tema di pandemia.

4- Infine le polveri sottili attribuite alla zootecnia da Greenpeace. Qui la spiegazione sale di alcuni gradi di complessità ed è quindi bene dedicarle adeguato spazio.

Di fatto, stando al Report Ispra 2020(7), si possono reperire informazioni che assolvono l’agricoltura in genere e la zootecnia in particolare. Già sul piano complessivo i trend delle polveri sottili in Italia si mostrano infatti in forte diminuzione. Nel 1990 si contavano 296mila tonnellate di PM10 e 229mila di PM2.5. Nel 2018 tali valori sono scesi rispettivamente a 177mila e 143mila tonnellate, con un calo del 40% circa per i PM10 e del 37,5% per i PM2.5. Ma al di là del miglioramento complessivo della qualità dell’aria italiana, è proprio l’agricoltura in sé a risultare minoritaria quanto a emissioni. I PM10 di origine agricola (nel suo complesso, non solo gli allevamenti) sono scesi dalle 33mila tonnellate del 1990 alle 23mila del 2018 (-30%), mentre i PM2.5 sono calati dalle settemila tonnellate del 1990 alle cinquemila del 2018 (-28,6%). Percentualmente, sul totale dei PM10 del 2018 quelli di origine agricola ammontano solo al 13%, mentre relativamente ai PM2.5 rappresentano solo il 3,5%.

Del resto, l’agricoltura è anche riuscita a diminuire di circa 100mila tonnellate le proprie emissioni di ammoniaca, uno dei gas responsabili della formazione di particolato atmosferico secondario. Una diminuzione del 23,3% rispetto al 1990 che dimostra come gli sforzi fatti dal comparto primario per migliorarsi abbiamo prodotto risultati tangibili e robusti. Incomprensibile quindi come si possa attribuire all’agricoltura un ruolo prevalente in tema di polveri sottili.

Già tali evidenze dovrebbero essere sufficienti a far cadere le accuse mosse agli allevamenti intensivi in tema Covid-19, persino nel caso fosse verificata la tesi che vuole il particolato sottile vettore del virus, come ipotizzato della Società Italiana di Medicina Ambientale(5), la quale ha operato in collaborazione con l’Università Alma Mater di Bologna e Aldo Moro di Bari. Nel proprio documento afferma infatti che le polveri sottili eserciterebbero un’azione di “carrier” e di “boost” (trasportatore e rafforzatore) dell’infezione, avendo osservato una sovrapposizione temporale tra superamenti dei limiti di Legge per il particolato e crescita dei contagi a distanza di circa due settimane, ovvero il tempo considerato necessario per l’incubazione del virus.

Ma anche in tal senso vi sono indicazioni che muovono in direzione opposta. A partire dal position paper della Società Italiana di Aerosol(8) che ha giustamente invitato a una maggiore prudenza, dato che una correlazione temporale, come di fatto è quella ipotizzata, non implica vi sia un legame causale tra crescita delle polveri sottili e diffusione dei contagi da coronavirus. Del resto a febbraio, quando è salita verticalmente la curva dei contagi, si era in pieno inverno, quando è normale vi siano più polveri sottili in atmosfera soprattutto a causa dei riscaldamenti.

Questi, sempre secondo il Report Ispra 2020, sarebbero i primi responsabili dei livelli di PM10 e PM2.5 nell’aria. Ciò si evince dai valori relativi agli “impianti di combustione non industriali”, i quali nel 2018 hanno emesso 95mila tonnellate su 177mila di PM10 (53,7%: quattro volte l’agricoltura) e 94mila tonnellate su 143mila di PM2.5 (65,7%: 18 volte l’agricoltura). Cosa quindi bizzarra che Greenpeace pur di attaccare gli allevamenti intensivi finga di non conoscere tali evidenze a dir poco schiaccianti a carico dei riscaldamenti, sulle cui emissioni corpuscolari pare invece sorvolare salvo puntare il dito su quelle, del tutto minoritarie, dell’agricoltura.

 

Polveri sottili e Covid-19: le prove contrarie

Mancano al momento prove oggettive di una reale potenzialità del particolato sottile di favorire il contagio, anche quando vi si rinvengano tracce di Rna virale, che non è infatti prova in sé della vitalità del virus stesso. Ma a parte ciò, va anche considerato un evento atmosferico successivo al documento della Società Italiana di Medicina Ambientale. Evento che si presta come caso di studio avendo trasformato la Pianura Padana in una sorta di laboratorio a cielo aperto atto a confermare o smentire le ipotesi fin lì sostenute.

Osservando infatti i dati rilevati da Arpa Lombardia(9), fra il 28 e il 29 marzo si è registrato un picco di polveri sottili in diverse postazioni lombarde, in special modo PM10. Molto inferiori i PM2.5, quelli in buona parte di origine secondaria. Una diminuzione tanto marcata, quella dei PM2.5 rispetto ai PM10, da determinare una variazione significativa nel rapporto fra i due particolati. Ad aumentare sarebbe stata infatti solo la frazione con le particelle di maggiori dimensioni, mostrando un incremento tanto brusco quanto importante. A Mantova, per esempio, si è passati in un giorno (28 marzo) da 58 µg/mc a 125. A Milano due punti di campionamento (Marche e Verziere) hanno segnato rispettivamente un salto da 38 a 125 µg/mc il primo e da 24 a 138 µg/mc il secondo. A Ponti sul Mincio le polveri sottili sono salite da 31 a 143 µg/mc, mentre a Sannazzaro de’ Burgondi (PV) da 27 a 101 µg/mc.

Per contro, Arpa Lombardia conferma che i dati sugli spandimenti dei liquami zootecnici sarebbe in linea nel 2020 con i valori del 2019. Quindi, quell’onda di polveri sottili non la si può attribuire certo agli allevatori. Circa tale perturbazione di fine marzo viene puntato infatti il dito su una corrente d’aria carica di polveri sottili proveniente dal Mar Caspio. Questa sarebbe giunta in Italia fra il 26 e il 29 marzo, tanto da far alzare i valori atmosferici in quasi tutta la Pianura Padana e ingiallendo di pulviscolo i filtri delle centraline di molte città italiane, a partire da quelle venete.

Stando ad Arpav(10), infatti, si sarebbe passati da valori fra i 20 e i 30 microgrammi per metro cubo, a concentrazioni nell’ordine delle centinaia di microgrammi in tutto il Veneto a eccezione delle aree montane e pedemontane. Sono stati toccati i 164 µg/mc nel parco dei Colli Euganei, mentre nelle stazioni dislocate fra Mestre e Venezia i valori sarebbero oscillati fra un minimo di 226 e un massimo di 239 µg/mc. Simili i dati per la Marca Trevigiana, con punte di 225 µg/mc in Treviso città. Un po’ meglio a Mansuè e Conegliano, con 195 e 167 µg/mc rispettivamente. Scendendo verso Sud-Ovest i valori continuano a risultare comparabili, toccando i 171 µg/mc ad Adria (RO) per poi scendere a Legnago (VR) a 142 µg/mc. Spetta però alla slovena Lubiana il record, con 400 µg/mc. Tale ondata di particolato giunto da Est ha quindi schiacciato ogni altra fonte locale, di qualsiasi origine e tipo, elevando l’inquinamento atmosferico a livelli inediti. Se quindi le polveri sottili fossero veicolo e “booster” dell’infezione si sarebbe dovuto realizzare un innalzamento significativo e duraturo dei contagi nel volgere delle 2-3 settimane successive.

Al contrario, l’andamento dei contagi dopo il passaggio della nuvola di particolato non ha mostrato incrementi, per lo meno comparando il numero dei positivi su cento tamponi effettuati nelle quattro Regioni del Nord, ovvero Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto, elencate in base alla gravità mostrata dall’epidemia(11). Come si può evincere dai grafici sotto riportati, fra le quattro aree considerate non appare alcun indizio riconducibile al passaggio della nube di particolato. L’unica somiglianza fra i trend regionali, fra loro molto diversi, è al contrario un progressivo calo dei contagi, seppur con andamento altalenante.

 

 

Fig. 1: Osservando i dati della Regione Lombardia non appaiono correlazioni lampanti fra il passaggio della corrente orientale e il numero di positività riscontrate nelle settimane successive

Fig. 2: Neanche in Piemonte il passaggio della nube di particolato pare aver impennato i contagi, i quali sono progressivamente scesi, per lo meno come trend. Il picco a 7-8 giorni appare infatti troppo ristretto per essere attribuibile alle polveri sottili transitate sulla Regione

Fig. 3: L’andamento dei contagi in Emilia-Romagna differisce in parte da quello lombardo e da quello piemontese. Anche in questa Regione si stenta a individuare una possibile correlazione fra polveri sottili e coronavirus, in quanto il picco rilevato a 4-5 giorni è troppo ravvicinato all’evento atmosferico per potervi essere correlato. Purtroppo, al momento dell’indagine non erano disponibili i dati relativi al 29 e al 30 marzo

Fig. 4: Andamento completamente differente in Veneto, con i dati che non mostrano alcuna influenza sui contagi dovuti al passaggio di una significativa corrente di polveri sottili. Il picco rilevato il 27 marzo non può ovviamente riferirsi a eventuali effetti delle polveri sottili giunte da Oriente, le quali per manifestare un loro eventuale effetto avrebbero necessitato di alcuni giorni di incubazione

 

La Lombardia su scala provinciale

La regione colpita più duramente dal Covid-19 è sicuramente la Lombardia. Questa include anche alcune delle province italiane a maggior vocazione agricolo-intensiva, come pure presenta un elevato carico zootecnico. Ciò potrebbe corroborare la già discussa idea che le polveri sottili amplifichino l’epidemia, come pure che siano stati gli allevamenti a esaltare la diffusione del virus. Come visto, così pare proprio non essere già di per sé.

Andando poi ad analizzare i dati relativi alle polveri sottili su base provinciale(12), la provincia di Lodi, nonostante l’elevata incidenza della zootecnia, è ultima in Lombardia per emissioni di polveri sottili, con 620 tonnellate di particolato totale, di cui 116 tonnellate dall’agricoltura. Nonostante ciò è stata la prima provincia colpita dal Covid-19, divenendo sede delle primissime zone rosse in Italia. Subito limitrofa, anche la provincia di Cremona è stata teatro di pesanti conseguenze epidemiche, eppure compare solo al decimo posto in Lombardia quanto a polveri sottili complessive. La provincia del Torrazzo emette infatti 1.253 tonnellate di particolato di cui sole 301 derivanti dall’agricoltura. Stalla quindi molto lontana da Milano, Brescia e Bergamo, le prime tre province colpite dal Covid-19 dal punto di vista numerico, risultando inferiore quanto a emissioni persino a province nelle quali la zootecnia è praticamente assente come Como e Varese, con la prima che emette 1.818 tonnellate di particolato mentre la seconda arriva a 1.849 tonnellate. Queste ultime due province, però, sono state colpite pochissimo dal virus rispetto a Cremona. Mantova, anch’essa meno impattata di Cremona dal Sars-Cov-2, presenta un’agricoltura similare a quella del lodigiano e del cremonese, derivando dalle attività agricolo-zootecniche 417 delle 1.831 tonnellate di polveri sottili complessive. Cioè circa il 46% in più di quelle cremonesi. Brescia è stata la seconda provincia più colpita dall’epidemia dopo Milano, ma la Leonessa ha una fortissima influenza di riscaldamenti, industria e trasporti. L’agricoltura, che a Brescia implica tanta zootecnia, è relativamente contenuta: 13% sul totale del particolato sarebbe di origine agricola. Eppure Brescia detiene il record lombardo di polveri con 4.349 tonnellate complessive, contro le 2.995 di Milano e le 2.893 di Bergamo, anch’essa devastata dal Covid-19 pur ricavando dall’agricoltura solo il 5% del particolato complessivo. In sostanza, anche analizzando i dati su scala provinciale non emerge alcuna correlazione fra emissioni di particolato, agricoltura, presenza di bestiame e impatti del coronavirus.

 

Epidemia e agrochimica: nessuna relazione

Appurato che il tema delle polveri sottili è argomento non convincente di per sé, e men che meno appare convincente se applicato alla zootecnia, è bene passare ora a un altro genere di accuse mosse all’agricoltura, solo se intensiva, perfino da alcuni accademici italiani in occasione di interviste da loro malauguratamente concesse a media generalisti alla perenne ricerca di sensazionalismo.

Al di là del deprecabile vizio di troppi ricercatori di comunicare argomenti scientifici al di fuori del loro contesto, sono proprio le argomentazioni stesse a non presentare la debita robustezza. Possono cioè essere facilmente smontate analizzando altre variabili sia in Italia, sia in altri Paesi, come per esempio gli Stati Uniti. Gli agrofarmaci possono infatti essere considerati dei marcatori efficaci dei livelli di intensificazione agricola raggiunti in un’area geografica. Possono cioè fungere da termometro indiretto dell’incidenza ambientale complessiva attribuibile all’agricoltura intensiva stessa.

Quindi, fossero vere le accuse sollevate, comparando trend epidemiologici e impieghi di “pesticidi” si dovrebbero trovare per lo meno delle correlazioni spurie, prive cioè della succitata causalità ma per lo meno allineate quanto a crescita su un grafico. Invece, si scopre esattamente l’opposto, ovvero che nelle aree a maggior impiego di antiparassitari, quindi si presume a più alto grado di intensificazione agricola, corrispondono dati epidemiologici migliori di quelli di aree a scarsa vocazione agricola, men che meno intensiva.

 

Lo dimostrano gli Stati Uniti…

Ciò emerge prepotentemente in primis negli Stati Uniti, primo Paese al Mondo per contagi e vittime, come pure ai vertici quanto agricoltura e zootecnia ultra tecnologica. Anche negli Usa, come visto parlando di Stephanie Seneff e glifosate, sono fiorite infatti ipotesi dal bizzarro all’assurdo, seguendo una visione tipica dei cospirazionisti anti-pesticidi globali, privi come sempre del benché minimo supporto argomentativo e probatorio. A dispetto delle loro elucubrazioni, infatti, lo Stato a più alto impiego di glifosate(13), l’Iowa, si colloca fra i più bassi negli States per contagi, mentre lo Stato di New York, alquanto povero di applicazioni erbicide, risulta in vetta per contagi e decessi(14) (Fig. 5a e 5b). Un’evidenza che peraltro si mantiene confrontando lo Stato di New York con tutti gli altri del Paese per consumo complessivo di agrofarmaci (Fig. 6). Un confronto impietoso che si rafforza paragonando lo Stato di New York perfino con la somma dei dieci Stati a maggior impiego di glifosate in America (Fig. 7). In sostanza, dagli Usa i dati parrebbero dire che più agrofarmaci si usano e meno Covid-19 c’è. A conferma che forse di legami fra agricoltura intensiva e coronavirus non ve ne sono affatto.

 

… e anche l’Italia

Un trend che emerge, pur nel suo piccolo, anche in Italia. Osservando i dati Istat(15) regionali relativi all’impiego di sostanze attive a uso fitosanitario (anno 2018), si scopre come la Regione più colpita dall’epidemia, la Lombardia, usi solo 8.340 tonnellate di agrofarmaci, mentre il vicino Veneto, molto meno toccato dal Sars-Cov-2, ne usi 19.328, cioè più del doppio.

Anche addentrandoci nella Regione più colpita dal coronavirus, la succitata Lombardia, i livelli provinciali dei contagi appaiono inversamente proporzionali agli usi di prodotti fitosanitari, per lo meno osservando le province centro-meridionali della Regione, ovvero le più colpite dall’epidemia e le più “intense” quanto ad agricoltura e allevamenti (Fig. 8).

Ovviamente, osservando tali grafici non si può certo affermare che gli agrofarmaci prevengano dal virus, perché anche una correlazione inversa necessita delle debite fondamenta di causalità. Altrettanto di certo, però, se vi fosse stata invece una correlazione diretta, per quanto spuria, sarebbero sicuramente fiorite le illazioni più fantasiose su supposte influenze dell’agrochimica sull’epidemia. Questo perché i numeri sono in balia dell’etica di chi li spiega. E se l’etica non c’è, nemmeno di scienza si può più parlare. Né sui media, né tanto meno nelle istituzioni, incluse quelle accademiche.

 

Fig. 5a: con oltre 60 acri coltivati per chilometro quadrato di territorio, lo Stato dell’Iowa detiene in America una delle maggiori densità di coltivazione di soia, quasi totalmente ogm. Da ciò deriva il più alto uso assoluto del diserbante a livello nazionale

Fig. 5b: l’impiego di glifosate a livello statale non influisce sui trend epidemiologici da coronavirus. Nessuna correlazione può quindi essere ipotizzata fra uso del diserbante ed epidemia da Covid-19

 

Fig. 6: sebbene la California, tipicamente frutticola, sia lo Stato a maggior impiego di agrofarmaci, vi risulta molto basso l’uso di glifosate. Iowa ha invece grandi estensioni di soia ogm, da cui deriva il più alto uso assoluto del diserbante

Fig. 7: nemmeno sommando i dieci Stati a maggior impiego di glifosate e confrontandoli con il solo Stato di New York si evince una qualche correlazione fra uso del diserbante ed epidemia da coronavirus

Fig. 8: Dalla comparazione fra contagi e impieghi di prodotti fitosanitari su base provinciale non emerge in Lombardia una correlazione tra coronavirus e pratiche agricole intensive, esprimibili anche tramite l’impiego di agrofarmaci

 

Conclusioni

Da quanto emerso nella presente disamina si possono sintetizzare le seguenti conclusioni:

1- Le polveri sottili non sembrano avere un ruolo misurabile nell’espansione del Covid-19;

2- Se anche ciò fosse in futuro verificato con prove a supporto, agricoltura e zootecnia giocherebbero un ruolo irrisorio rispetto ad altre attività antropiche;

3- Non è stata evidenziata su base provinciale alcuna correlazione in Lombardia fra emissioni di polveri sottili e impatto del coronavirus;

4- Risultano infondate le accuse mosse a glifosate di promuovere l’epidemia;

5- Non appaiono correlazioni fra agricoltura intensiva, espressa come consumo di agrofarmaci, e impatto da coronavirus.

  

Bibliografia:

1) Supposte correlazioni con le tecnologie 5G (Gunter Pauli)

2) Supposte correlazioni con l’uso di glifosate (Stephanie Seneff)

3) Supposte correlazioni con gli Ogm (Vandana Shiva)

4) Supposte correlazioni con le polveri sottili di origine zootecnica (Greenpeace)

5) Supposte correlazioni con le polveri sottili (Società Italiana di Medicina Ambientale)

6) Pubchem: dati chimico-fisici di glifosate:

https://pubchem.ncbi.nlm.nih.gov/compound/Glyphosate#section=Experimental-Properties

7) Report Ispra 2020

8) Nota informativa della Società Italiana di Aerosol

9) ARPA Lombardia: “Analisi preliminare della qualità dell’aria in Lombardia durante l’emergenza COVID-19”.

10) ARPA Veneto: “Aria. In veneto elevati livelli di polveri dal Mar Caspio”

11) Dati epidemiologici: sito del Dipartimento della Protezione Civile dal 20 marzo al 17 aprile.

12) Inemar (Inventario Emissioni Aria Lombardia) – anno 2017

13) Per gli usi di agrofarmaci negli Stati Uniti (anno 2016): U.S. Geological Survey.

14) Sito Organizzazione mondiale della Sanità, aggiornamento al 20 aprile 2020.

15) Sito Istat sugli usi di agrofarmaci, anno 2018.

16) Dati Ministero della Salute al 20 aprile 2020.

Donatello Sandroni
Donatello Sandroni
sandroni@per.it

Laureato in Scienze Agrarie presso l’Università degli Studi di Milano con tesi sperimentale triennale sul fenomeno dell’eutrofizzazione delle acque lacustri. Dopo la laurea ha svolto per cinque anni attività di ricerca presso il gruppo di ecotossicologia della medesima università, conseguendo anche un dottorato di ricerca in “Chimica, biochimica ed ecologia degli antiparassitari” e specializzandosi sul comportamento ambientale degli agrofarmaci. È giornalista e divulgatore scientifico. Socio di Editoriale Orsa Maggiore, casa editrice dei mensili “Macchine Trattori” e “Macchine Motori”, cura diverse rubriche fra le quali “Biotech”, “Ambiente” ed “Energie”. Parallelamente, collabora con Agronotizie. it, per il quale si occupa in special modo di difesa fitosanitaria e di nutrizione vegetale. È autore dei libri “Ki ti paga?” e “Orco Glifosato – storia di lobby, denaro, cancri e avvocati”. È membro della rete SeTA.

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