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“America, l’unità è l’unica strada”. Comincia l’era Biden-Harris

di Vittorio Ferla

 

Sono le ore 11 del 20 gennaio a Washington. Come vuole la tradizione, si apre la cerimonia nella quale Joe Biden presta giuramento come 46° presidente degli Stati Uniti d’America.

Quest’anno, niente folla. Dopo l’insurrezione che ha violato il Campidoglio nel giorno dell’epifania, tutta l’area è blindata: Capitol Hill, la Union Station, il Mall, l’obelisco di Washington, il Lincoln Memorial, la Casa Bianca, completamente circondati da barriere metalliche, filo spinato e blocchi di cemento. Traffico automobilistico vietato o limitato. Chiuse le stazioni centrali della metropolitana.

Ciò nonostante, la cerimonia rispetta la consuetudine. I membri del Congresso e gli altri dignitari siedono sulle ali del Campidoglio. Dopo l’introduzione del comitato organizzativo, canta linno una ispiratissima Lady Gaga, cinta da una voluminosa e scarlatta gonna a campana, con una spilla dorata a forma di colomba appuntata sul cappotto. Poi Kamala Harris, accolta da una grande ovazione al suo arrivo a Washington, giura nelle mani di Sonia Sotomayor, prima giudice ispanica della Corte Suprema. Tocca poi a Jennifer Lopez, vestita di un bianco candido e luminoso, cantare “America the beautiful” e urlare in spagnolo “justicia para todos!”.

Finalmente Joe Biden, affiancato dalla moglie Jill e abbracciato dalla sua numerosa famiglia, presta giuramento nelle mani del presidente della Corte Suprema. Il discorso inaugurale del neoeletto è un inno patriottico all’unità. “Questa è la giornata dell’America, è la giornata della democrazia”, ricorda Biden. Ammette che “c’è stata violenza” e che “l’America è sempre stata messa alla prova”, ma “la democrazia ha prevalso” e l’America resta una “unica nazione indivisibile”. Non cita mai l’acerrimo rivale che ha istigato l’assalto al Campidoglio, piuttosto ne rovescia ogni principio. Ringrazia invece i suoi predecessori presenti – Clinton, Bush e Obama – e saluta Jimmy Carter, assente per motivi di salute. Chiama tutti alla partecipazione e all’unità: “Il destino dell’America dipende da tutti noi. Noi popolo cercheremo una unione più perfetta. Abbiamo superato delle tempeste ma dobbiamo andare ancora più lontano. C’è molto da riparare, guarire, costruire e conquistare”.

A differenza del suo predecessore, Biden non nasconde le sfide che attendono il paese: il virus che sta devastando il paese, la crisi economica conseguente che ha bruciato milioni di posti di lavoro, il razzismo sistemico che rialza la testa, il cambiamento climatico. A queste si è aggiunta nelle ultime settimane la riemersione del “terrorismo politico” e del “suprematismo bianco”. Ma, ricorda Biden, molto più delle parole, “serve l’unità”. E citando un altro suo predecessore, Abraham Lincoln, dice: “Tutta la mia anima è nell’unire l’America!”.

Il presidente neoeletto pronuncia un discorso progressista con il quale promette di combattere l’odio, l’estremismo, la malattia, e di garantire giustizia sociale e assistenza sanitaria a tutti i cittadini. Ma non può fare a meno di confrontarsi con un convitato di pietra e con i fantasmi che ha scatenato. “So che le forze che ci dividono sono profonde, ma non sono nuove”, dice. “Questa battaglia è perenne e la vittoria non è mai assicurata. Ma gli angeli migliori hanno sempre prevalso”. C’è solo una strada da percorrere: quella dell’unità. Avverte Biden: “Possiamo trattarci con dignità e rispetto. Ascoltiamoci gli uni con gli altri. Senza unità non c’è pace, non c’è progresso. L’unità è la strada per andare avanti. Se faremo così non falliremo. Non abbiamo mai fallito quando abbiamo agito insieme”. Per reagire alla minaccia della polarizzazione, ricorda Biden, “dobbiamo respingere la cultura che manipola o inventa i fatti”: “abbiamo imparato che ci sono verità e ci sono menzogne. Ma ci sono leader che difendono la verità e possono sconfiggere la menzogna”. Poi celebra la sua vicepresidente, Kamala Harris: “oggi abbiamo la prima vicepresidente donna di colore. Non ditemi che le cose non possono cambiare!”.

Biden volge lo sguardo fuori dai confini nazionali: “Sappiamo che il mondo ci guarda. L’America è stata messa alla prova ma siamo usciti più forti. Ripareremo le nostre alleanze. Torneremo a guidare, non con l’esercizio del potere ma con il potere del nostro esempio”. Un chiaro messaggio agli alleati europei e ai rivali strategici, Russia e Cina.

Ai milioni di elettori repubblicani dice: “C’è un diritto ad avere un pacifico dissenso. Ma non deve portare all’odio. Vi prometto che sarò il presidente di tutti gli americani. Mi batterò per il bene di tutti”. In proposito cita una frase di Sant’Agostino: “Il popolo è una moltitudine definita dall’amore”. E ammonisce: “Dobbiamo porre fine alla guerra che mette i rossi contro i blu, gli abitanti della campagna contro quelli della città, i conservatori contro i liberali”.

Quindi punta la mira contro il principale nemico interno: il virus. Chiede un minuto di silenzio per i morti e per le loro famiglie. Ricorda che questa sarà la prima prova della sua amministrazione: “dobbiamo affrontare la pandemia cone una sola nazione”. Cita una frase di origine biblica, usata dalla scrittrice Harper Lee ne Il buio oltre la siepe: La gioia viene al mattino”. Infine invita all’audacia, incita a “rispondere all’appello della storia” e assicura che “lAmerica è ancora un raggio di sole per il mondo”.

Proprio mentre pronuncia il suo discorso, Donald Trump si trova in Florida, enclave del voto repubblicano. La notte precedente l’ex presidente Trump ha graziato 73 persone. Tra queste Steve Bannon, il suo ex capo stratega della Casa Bianca, accusato di frode verso i donatori che volevano costruire il muro al confine con il Messico. Una mossa insolita, nello stile del tycoon, che cancella le accuse nei confronti di Bannon prima dell’eventuale condanna. Sembra davvero l’ultima coda velenosa nella vicenda del presidente populista. Che nel video discorso di addio, riaccende la sfida: “Abbiamo fatto quello per cui siamo venuti qui, e molto di più”. E aggiunge: “Il movimento che abbiamo avviato è solo all’inizio”. Ma i sondaggi raccontano una storia diversa. Gli indici di gradimento dell’ex presidente vanno a picco. Secondo un sondaggio di Npr, quattro americani su cinque pensano che dopo l’attacco al Campidoglio istigato da Trump, la democrazia del paese sia minacciata. Il giorno prima del giuramento di Biden, per la prima volta, Mitch McConnell, l’ormai ex capo della maggioranza repubblicana al Senato, aveva accusato pubblicamente Trump. “La folla è stata nutrita di bugie. Hanno cercato di usare la paura e la violenza”. Insomma, l’era Biden è finalmente cominciata.

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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