"American carnage", una profezia che si autoavvera | Fondazione PER
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“American carnage”, una profezia che si autoavvera

di Alessandro Maran

 

La morte di George Floyd e le proteste e i disordini che l’hanno seguita (da sei giorni le strade americane sono tutte un ribollire di collera e di sdegno) stanno suscitando molte discussioni sulla razza e la giustizia in America.

Come ha osservato John Blake in un articolo per la CNN, nel weekend del Memorial Day gli americani si sono scrollati di dosso la paura del coronavirus e si sono riversati in massa sulle spiagge, sui laghi e nei ristoranti, ma c’è un altro tipo di contagio che paralizza ancora l’America bianca: la paura dei neri nei luoghi pubblici (e l’ingiustizia che ne deriva). Nel weekend festivo sono circolati due video angoscianti riguardanti due uomini di colore. Un breve filmato mostrava un agente della polizia di Minneapolis con il ginocchio premuto sul collo di un nero, George Floyd, che ansimava «Non posso respirare» e che poi è morto. Nel secondo incidente, invece, una donna bianca che stava portando a passeggio il cane nel Central Park di New York, ha avuto una disputa con un afro-americano che le ha chiesto di tenere al guinzaglio il suo cucciolo. Il video, ripreso dall’uomo, mostra la donna che minaccia di chiamare la polizia e che dice: «Dirò loro che c’è un nero che minaccia la mia vita». Ed entrambi gli episodi sono avvenuti a pochi giorni di distanza dalla diffusione di un altro filmato che mostrava Ahmaud Arbery, un venticinquenne disarmato, che veniva ucciso a colpi di pistola da due uomini bianchi mentre stava facendo jogging in Georgia. Gli incidenti documentati da questi video (e molti altri ancora altrettanto brutali e strazianti) sono di una familiarità deprimente per molti afro-americani. Sono parte dell’ambiente razzista della loro vita quotidiana.

Si sa che inoltre, in una società caratterizzata da tassi di criminalità (soprattutto urbana) molto elevati e dal diffuso possesso di armi da fuoco, gli apparati di polizia sono spesso inclini alla violenza, anche in conseguenza delle politiche di «tolleranza zero» nei confronti della criminalità adottate dagli anni Ottanta. Jim Bovard, su The American Conservative, inveisce, infatti, contro il quadro normativo che dà alla polizia il permesso di «sparare, picchiare, arrestare pretestuosamente cittadini sfortunati». Il problema, insomma, va oltre l’immunità funzionale. La politica criminalizza in modo esasperato praticamente ogni aspetto della vita quotidiana e poi dice alla polizia di «essere gentile» e magari dispone che i poliziotti debbano seguire un «Sensitivity Training». Inoltre la pandemia da Covid-19 ha portato anche in America ad un nugolo di nuove disposizioni e nuovi divieti che hanno ulteriormente conferito potere alla polizia. Un filmato che all’inizio del mese è diventato virale mostra un agente della polizia di New York che affronta e prende a pugni un giovane nero sospettato di violare le nuove disposizione sul distanziamento sociale. E viene da chiedersi se per ogni video che finisce su Twitter non ci siano centinaia di altri esempi di violenza demenziale.

Non per caso, Karen Attiah, la scrittrice ghanese-americana, editor della sezione Global Opinions del Washington Post, si è chiesta: «Se Minneapolis fosse una città di un paese in via di sviluppo con una storia di problemi di governance – se, per capirci, fosse Kinshasa, o Rio o Saigon -, i media occidentali come avrebbero riportato quel che in questi giorni sta succedendo negli Stati Uniti?». Si tratta di un espediente utile per verificare gli stereotipi, le distorsioni e i pregiudizi percettivi degli americani. Attiah presenta le opinioni (inventate) di esperti e di un corrispondente straniero che non ha familiarità con la storia inglese o americana e nel suo reportage immaginario scrive: «Negli ultimi anni, la comunità internazionale ha lanciato l’allarme sul deterioramento della situazione politica e dei diritti umani negli Stati Uniti sotto il regime di Donald Trump. Ora, mentre il paese registra centomila morti per la pandemia da coronavirus, l’ex colonia britannica è preda di una spirale negativa di violenza etnica… Il paese è stato scosso da diversi video virali che raffigurano esecuzioni extragiudiziali di minoranze etniche nere da parte delle forze di sicurezza del paese… Trump ha inondato Twitter, definendo i manifestanti neri ‘DELINQUENTI’ e minacciando di inviare la forza militare. ‘Quando inizia il saccheggio, si comincia a sparare!’, ha dichiarato… La violenza etnica affligge il paese da generazioni e decenni fa ha catturato l’attenzione del mondo, ma recentemente la copertura degli eventi da parte dei media ed il turbamento stanno diminuendo, in quanto la fine dell’oppressione non sembra essere alle viste».

In questi anni, molto si è cercato di fare per riportare sotto controllo gli apparati di polizia. Ma il fattore scatenante sembra essere proprio Trump. Una delle tendenze che determinano il contesto in cui si sviluppano le proteste e i disordini dopo la morte di George Floyd (oltre al sistematico pregiudizio razziale nell’ordinamento penale, alla militarizzazione della polizia americana e alla pandemia e alla conseguente crisi economica), è infatti la mancanza di leadership nazionale su tutte queste questioni. Anzi, per inclinazione, cultura e interesse elettorale, il presidente americano tende a gettare benzina sul fuoco che sta divorando il paese incitando, più o meno velatamente, alla violenza ed infiammando le divisioni dell’America. È così che si sta realizzando quell’«American Carnage», quella carneficina, che Trump aveva lamentato all’inizio della sua presidenza.

Alessandro Maran
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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