Angela Merkel, la donna che ha salvato il Recovery Fund | Fondazione PER
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Angela Merkel, la donna che ha salvato il Recovery Fund

di Michele Marchi

 

Un Consiglio europeo non è mai un incontro di boxe e non ha molto senso suddividere i partecipanti tra vincitori e vinti. Mai però come nel recente Consiglio del 10-11 dicembre è inequivocabile l’affermazione di Angela Merkel. Quello raggiunto a Bruxelles dal cancelliere tedesco è l’apice di un percorso trionfale iniziato in piena prima ondata pandemica. Ma forse meglio sarebbe definirla una costante marcia tesa a prendere le distanze da una sua frase del 2012: “finché sarò in vita non ci sarà alcuna condivisione del debito”. Tra mille difficoltà, in particolare a livello interno (si pensi alla crescita dell’AfD e ai mal di pancia dei settori più conservatori e bavaresi della CDU), Merkel ha dispiegato la sua azione pedagogica. Il punto più alto si è toccato nel triplice richiamo, rivolto non a caso prima di tutto al proprio parlamento, alla dimensione “europea” della Germania, all’uso realista e se necessario anche strumentale dell’europeismo e infine ad una declinazione di Unione come comunità di destini. Una volta poi proposto il grande piano di ripartenza per l’Ue flagellata dal Covid-19, con alla sua base la sostanziale mutualizzazione del debito, Merkel si è occupata di mediare, a fine luglio scorso per dare il via libera politico al piano, e ora per scongiurarne lo svuotamento economico. Non vi è alcun dubbio: Merkel è la vincitrice assoluta. Si tratta però di un assoluto pieno di dettagli.

Il primo di questi dettagli è relativo alle grida di giubilo provenienti da Varsavia e da Budapest a seguito del compromesso trovato dal Cancelliere. La condizionalità sull’erogazione dei fondi connessa al rispetto dei diritti civili è stata superata e sostanzialmente resa inattiva proprio in base all’accordo gestito in prima persona da Merkel. Orban ha ottenuto i due anni di tempo necessari per condurre in porto una nuova trionfale campagna elettorale e una probabile rielezione nel 2022, potendo sfruttare le risorse del piano, calpestando intanto i diritti delle minoranze, sospendendo la libertà di stampa e di ricerca e mettendo in discussione l’autonomia della magistratura. La virtuosa mediazione che ha scongiurato il veto ungherese e polacco, l’esercizio provvisorio e soprattutto il blocco del Recovery Fund può in realtà essere letta, né più né meno, come la rivendicazione della più completa autonomia operativa tedesca nell’area dell’est europeo. Merkel ha gestito bilateralmente il suo “cortile di casa”, rivendicando la forza della geopolitica almeno quanto quella della politica (Orban e il suo Fidesz, seppur sospesi, restano ancora parte integrante del popolarismo europeo), presentando poi il successo finale come un trionfo dell’europeismo.

E qui si può osservare un altro dettaglio. Numerosi osservatori hanno descritto l’attivismo di Merkel nell’orchestrare la risposta europea alla minaccia pandemica come una vera e propria “scelta europea”. Già di fronte al Bundestag il 23 aprile scorso Merkel aveva riproposto la “versione di Kohl” del 1989-90: nel lungo periodo la Germania starà bene solo se starà bene anche l’Europa. Tutto vero, ma forse è meglio essere meno poetici e più prosaici. E ancora una volta la storia tedesca e la storia dell’operato tedesco nello spazio dell’integrazione europea ci possono dare una mano. Più che una Merkel “novella Kohl”, può aiutare ricordare l’approccio di un altro cancelliere, il social-democratico Helmut Schmidt e la sua scelta “europea” del 1978, quando cioè dopo le continue sollecitazioni di Valéry Giscard d’Estaing e dopo la spinta del neo-presidente della Commissione europea, il laburista ed europeista Roy Jenkins, decise di rompere gli indugi e mettere tutto il peso economico e valutario dell’allora Germania federale nel processo di costruzione del Sistema monetario europeo. Schmidt addusse molte ragioni per motivare il suo passaggio da un netto scetticismo di fronte all’ipotesi di rispondere alla crisi valutaria degli anni Settanta con la realizzazione di una futura moneta comune, ad un convinto sostegno. Ma quella probabilmente più veritiera la confessò all’allora presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti: l’idea di “assumersi il rischio del sistema monetario” a guida tedesca fu dettata essenzialmente da un duplice timore. Da una parte il possibile collasso del Mercato comune e dall’altro le potenziali conseguenze in termini di politica interna e politica estera tedesca di un tale collasso. Insomma, se volessimo chiudere con uno slogan, che lega bene il 1978 al 2020, si potrebbe affermare che se la Germania si trova con le spalle al muro sceglie sempre l’Europa.

Tale affermazione può condurre a soffermarsi sul terzo ed ultimo dettaglio da non trascurare: quale Europa? Si è detto quanto abbia poco senso parlare di vincitori e vinti. Ed è vero. Se però Merkel e Orban possono festeggiare, lo stesso non può certo fare Emmanuel Macron. La sua idea di autonomia strategica dell’Ue e di sovranità europea, che con discorsi e interventi sui media delinea oramai da tre anni, si fonda su un presupposto fondamentale che Merkel ha destabilizzato ancora una volta proprio con il compromesso del 10-11 dicembre. E tale presupposto è quello di andare nella direzione di una Europa “terza forza”, con un ruolo il più possibile autonomo da Stati Uniti e Cina. Ebbene tale Europa per avere concrete e operative possibilità dovrebbe autonomizzarsi dalle logiche dell’unanimità e del compromesso ad ogni costo e procedere con cooperazioni rafforzate a guida franco-tedesca. Merkel ha sbloccato lo stallo minacciando questa possibilità (l’accordo a 25 e non a 27), per poi ripiegare su un compromesso a 27 che lascia sul campo l’ennesimo pericoloso precedente: il potere di ricatto, in questo caso di due dei Paesi del cosiddetto blocco di Visegrad. Portando a casa un risultato insperato, Orban e Morawiecki hanno ancora una volta offerto un esempio, non certo virtuoso, di una Ue appesa alla politica dei veti incrociati.

Merkel ha senza dubbio salvato il Recovery Fund. Ma ha anche chiuso il cerchio che circa un mese fa, nel commentare il voto Usa, era stato aperto dal ministro della difesa tedesco Kramp-Karrembauer, la quale aveva “bacchettato” Macron: nessuna necessità di riforma della Nato ed Unione europea sempre al fianco dell’alleato statunitense. La Germania ha lanciato un messaggio chiaro a Parigi. L’autonomia strategica può attendere, per ora l’Unione si muove a guida tedesca, rimanendo strettamente legata al cordone ombelicale statunitense. Insomma, per la risposta alla crisi pandemica la notizia è ottima. Per il futuro complessivo dell’Ue e il suo potenziale ruolo globale qualche perplessità permane. 

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Michele Marchi
marchi@per.it

Professore di Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna. Si occupa di storia politica dell’Europa del XX secolo con particolare attenzione per quella francese e per il rapporto tra politica e religione in Francia ed in Italia. Per Rubbettino ha pubblicato "Alla ricerca del cattolicesimo politico. Politica e religione in Francia da Pétain a de Gaulle" (2012). Membro del comitato di redazione della "Rivista di Politica", della redazione della rivista "Ricerche di Storia Politica" e della rivista "Nuova Informazione Bibliografica".

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