Argentina, morte e resurrezione del peronismo. Lezioni per l'Italia - Fondazione PER
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Argentina, morte e resurrezione del peronismo. Lezioni per l’Italia

di Alessandro Maran
“Ecco, ci siamo. Ci sentite da lì? Trasmettiamo da una casa d’Argentina con l’espressione radiofonica di chi sa che la distanza è grande la memoria cattiva e vicina e nessun tango mai più ci piacerà”, cantava Ivano Fossati in una delle sue più belle canzoni (👉 https://youtu.be/Hf2UqTR9lbE?si=sdn8vpZpNRnoPnSM?).
Ma andiamo con ordine.
Sarà il ballottaggio del 19 novembre tra il peronista, attuale ministro dell’economia, Sergio Massa (Unión por la Patria) e l’ultraliberista Javier Milei (La Libertad Avanza) a decidere chi sarà il prossimo presidente dell’Argentina. Il candidato peronista alla presidenza, smentendo tutti i pronostici, ha vinto il primo turno elettorale con il 36,7% dei voti, davanti all’«anarco-capitalista», come si auto-definisce, Javier Milei,dato per favorito da tutti i sondaggi, che si è fermato invece al 30%. La conservatrice Patricia Bullrich (Juntos por el cambio) resta fuori dalla corsa.
“Avevo previsto – scrive Loris Zanatta su Clarín, il più importante quotidiano argentino – che l’ascesa di Milei avrebbe favorito una ripresa peronista. Ma non pensavo che sarebbe successo così presto!”.
Il risveglio elettorale della pancia peronista, osserva lo storico bolognese, “ci riporta all’abc della storia politica nazionale. Oggi come ieri il ‘popolo’ vota peronista perché gli altri sono ‘diversi’”. Siamo onesti, si chiede perciò Zanatta: “C’è qualcuno che per linguaggio e costumi, etica ed estetica, evochi più di Milei questa umanità ‘diversa’? Se non fosse esistito un nemico così congeniale, il peronismo avrebbe dovuto inventarlo”.
D’altronde è sempre così, sottolinea Zanatta, “un populismo determina sempre le caratteristiche del populismo che gli si opporrà. Questo spinge il ‘popolo’ a votare per persone corrotte fino al midollo? Per candidati impresentabili e incompetenti? Per governatori che hanno svuotato le casse pubbliche per assecondare i loro deliri ideologici? Sì, purtroppo sì: ci eravamo illusi, io per primo, pensando che fosse un fenomeno in via di estinzione, che dal ‘popolo’ stesse nascendo il cittadino. Abbiamo capito che non è così, che quel fenomeno è più vitale che mai. Che prima di votare per uno ‘di un ambiente diverso’, il ‘popolo’ vota per il peggiore del proprio”.
“Per quanto deludente possa essere stato all’epoca il governo Macri, per quanto deprimente sia stata la campagna di Juntos por el Cambio, per quanto oscillanti siano sempre stati i radicali, è inevitabile chiedersi se Milei non sia la persona più funzionale a questo schema, che meglio si adatta ad una frattura così profonda”. Una frattura che, spiega Zanatta, è “quella di sempre, l’eterna frattura tra l’Argentina nazional-popolare e l’Argentina laico-liberale”. Una frattura che Milei “approfondisce invece di superare, dividendo, peggio ancora, i suoi e compattando gli altri. Ha fatto sembrare Massa rassicurante! Lo fa fatto passare per ‘uno del popolo’! Con il risultato di attestarsi al 30%, il recinto abituale dell’Argentina gringa, un’isola circondata da un oceano ‘popolare’”.
“Non sarà forse – conclude lo storico – che l’eccesso di dogmatismo tecnocratico e il deficit di cultura politica, che la sbornia economica e il digiuno umanista, ostacolino la sua capacità di decifrare il Paese? Può ancora vincere. Per fare questo dovrà erodere il campo nazional-popolare. Per ora l’impressione è che nessuno come lui riesca a unirlo”.
Da leggere e rileggere, come sempre. Va da sé che l’Argentina è l’Argentina e l’Italia è l’Italia. Ma, si sa, le somiglianze a volte sono inquietanti e i segnali di avvitamento dell’Italia in una decadenza simile a quella del paese sudamericano sono evidenti da decenni (populismo compreso). Inoltre è da un pezzo – e torno alla vecchia canzone di Ivano Fossati che racconta lo stato d’animo di chi vive lontano – che abbiamo tutti un po’ l’aria di italiani d’Argentina.
“L’ho ripensata molto, in questi anni – scriveva anni fa Luca Sofri su Wigttestein – perché quel sentimento lì di malinconia distante, di essere altrove con qualcosa che ti manca, rassegnati – “e nessuna fotografia ci basterà” – quella cosa lì è diventata il modo in cui spesso ci siamo sentiti in questi anni, anche senza essere dall’altra parte del mondo. Abbiamo tutti un po’ l’aria di italiani d’Argentina”. Appunto.
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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