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Ascesa e declino del populismo pentastellato

di Flavio Chiapponi

 

1. Introduzione

La letteratura scientifica avente per oggetto il Movimento Cinque Stelle ha ormai raggiunto dimensioni ragguardevoli, tanto in termini quantitativi, quanto in termini qualitativi. Ai contributi che ne propongono un inquadramento complessivo (Biorcio e Natale 2013; Corbetta e Gualmini 2013; Tarchi 2015; Tronconi 2015; Biorcio 2015b; Chiapponi 2017; Corbetta 2017) si sommano diversi approfondimenti a corto e medio raggio, che ne mettono in luce aspetti più specifici, quali, ad esempio, la cultura politica degli attivisti (Biorcio 2015a), l’ambivalenza programmatica (Caruso 2016), la trasversalità ideologica (Mosca e Tronconi 2019), o, ancora, il carattere ibrido del modello organizzativo (Tronconi 2018; Vittori 2021). Perciò, disponiamo ormai di una robusta base di cognizioni utili a tipizzare il M5S, impiegando i concetti e le categorie normalmente in uso nelle scienze sociali e politiche.

Alla luce di queste premesse, stupisce che una parte non irrilevante degli studiosi abbia mostrato cautela, quando non riluttanza, a collocare risolutamente il Movimento 5 Stelle nel campo delle forze politiche di matrice populista, optando per una caratterizzazione più sfumata:

Il discorso di Grillo recupera molti degli argomenti usati dai movimenti populisti … La traduzione della protesta in proposta del comico genovese è però molto diversa. Per i partiti della destra populista il popolo può riacquistare la sovranità affidandosi ad un leader “forte” in grado di fare valere nelle istituzioni la volontà della gente comune. Il progetto del M5S è invece di riconquistare la sovranità popolare attivando tutte le forme di partecipazione dei cittadini, in particolare diffondendo le esperienze di democrazia diretta e di democrazia deliberativa (Biorcio e Natale 2013, 140-41).

Il populismo non è […] estraneo al M5S. Tuttavia altra cosa è sostenere […] che l’etichetta “populista” sia esaustiva della complessità di questa forza politica. Il M5S ha invece tratti comuni anche con altre forme di azione politica, diverse tra loro e diverse dal populismo» (Caruso 2015, p. 327).

Da una posizione in linea con la prospettiva di analisi qui adottata, occorre invece affermare che, al fine di comporre una caratterizzazione complessiva del MS5, non si può prescindere dal qualificarlo “populista”. Argomento brevemente questa scelta nel paragrafo 2, evidenziando i tratti tipici del populismo in generale e chiarendo sinteticamente le peculiarità della versione pentastellata. Nel paragrafo 3, sposto il fuoco sulle condizioni di lungo e di breve-medio termine che hanno fatto da detonatore all’esplosione elettorale del Movimento nel 2013. Proverò poi ad isolare qualche elemento utile a cogliere il significato dei cambiamenti, organizzativi e di leadership, che hanno investito il partito in epoca più recente e che paiono avviarne l’istituzionalizzazione (paragrafo 4), che tuttavia non hanno finora scalfito il profilo populista che, da Grillo a Conte, il M5S continua ad articolare.

2. Il M5S come partito populista

Il Movimento 5 Stelle venne fondato in occasione della convention nazionale promossa dalle liste civiche «Amici di Beppe Grillo» a Milano, il 4 ottobre 2009, che riconobbe la leadership personale dell’ormai ex comico e affidò un ruolo privilegiato, di alter ego del leader, all’esperto informatico Gianroberto Casaleggio. I passaggi che avevano preceduto il battesimo ufficiale lasciavano comunque presagire che il M5S si sarebbe appropriato del repertorio d’azione tipico dei movimenti populisti già diffusi in Europa: dall’apertura del blog beppegrillo.it (26 gennaio 2005), il primo luogo di mobilitazione online dei “grillini”(che nel 2008 «The Observer» inserirà al nono posto nella lista dei 10 blog più influenti al mondo); alla convocazione dei due V-Day, in date cariche di valenza simbolica per la comunità nazionale (l’8 settembre 2007 e il 25 aprile 2008), che sancivano l’esordio pubblico nelle piazze italiane, sotto il segno dell’ostilità anti-élite – i bersagli erano infatti individuati, rispettivamente, nella classe politico-parlamentare e nella “casta” dei giornalisti; fino alla presentazione di liste civiche “certificate” per le elezioni amministrative del 2009 in alcuni Comuni italiani. I pentastellati raccolsero un consenso via via crescente: ai modesti (ma significativi) risultati alle elezioni regionali in Piemonte e in Emilia-Romagna (2010), seguirono i successi nel voto locale del 2012, quando il M5S strappò qualche governo locale (tra cui Parma), e risultò il partito più votato in Sicilia. Il successo nazionale arrivò nel 2013, quando i grillini ottennero il 25,6% del voto politico nazionale, staccando di poco il Partito Democratico, a capo della coalizione vincente di centrosinistra (25,4%).

Chiamata a lumeggiare l’identità di una formazione politica di nuovo conio, dotata di un “Non-Statuto” nel quale designava come sua sede fisica il web grazie all’adozione della piattaforma MeetUp, la comunità accademica apparve tuttavia discorde nel riconoscerne i cromosomi. Taluni specialisti intravedevano nel M5S il late comer nell’affollata galleria dei populismi italiani; altri, come accennato, preferirono designarlo come un soggetto politico ibrido, difficilmente incasellabile nelle categorie di analisi tradizionali. Collocandosi appieno nel secondo indirizzo interpretativo, alcuni studiosi hanno sostenuto che il M5S intende «dare voce e guidare la protesta senza però utilizzare le logiche e gli obiettivi che caratterizzano i partiti populisti, con una proposta politica completamente diversa» (Biorcio e Natale 2013, p. 140). Il tasto della irriducibile originalità (che sfuma, talvolta, nell’ambiguità) attribuita al nuovo soggetto politico viene invocato di frequente: secondo Caruso il Movimento si contraddistingue per una peculiare «eterogeneità di forme organizzative, contenuti programmatici e stili retorici» (Caruso 2015, p. 337) che la nozione di “populismo” non sarebbe in grado di afferrare compiutamente; altri contributi sottolineano che «Il concetto di populismo o di web-populismo […] descrive solo una parte di quel che è il M5S» (Ceccarini e Bordignon 2016, p. 155) o che, muovendo da un esame ravvicinato del M5S, «se ne possono cogliere e ricavare suggerimenti, piuttosto che definizioni definitive. Perché l’oggetto di indagine (e di discussione) sfugge, cambia di segno e immagine non appena si tenta di fissarlo e di riassumerlo in modo conclusivo» (Diamanti 2013, p. 4).

A fronte di tali considerazioni, quali sono le ragioni per cui il M5S è da ritenere un partito populista? Il punto non è scontato. Vi sono anzi contributi hanno messo in discussione l’adeguatezza non solo dell’aggettivo (“populista”) ma anche del sostantivo (“partito”) per indicare il Movimento (Lanfrey 2011). Di quest’ultimo rilievo possiamo però liberarci con facilità, giacché è facile osservare che ogni «gruppo politico identificato da un’etichetta ufficiale che si presenta alle elezioni ed è capace di collocare attraverso le elezioni (libere o non libere) candidati per le cariche pubbliche» (Sartori 1976, p. 63) rappresenta un “partito” – dunque, anche il movimento di Grillo lo è, fin dalla sua fondazione (2009).

Che dire, invece, della qualifica di “populista”? Malgrado la difficoltà di inquadrare e di mettere a fuoco, sul piano analitico, un fenomeno che è variegato e ricco di sfaccettature, i risultati delle principali ricerche empiriche (Corbetta e Gualmini 2013; Tarchi 2015; Revelli 2015; Corbetta 2017) mostrano che il M5S «dei populismi ha tutte le caratteristiche» (Zanatta 2013, p. 141). Nelle posizioni che tendono a sfumare questa caratterizzazione è lecito intravedere il cedimento a certi apriorismi o addirittura l’arrendevolezza verso certi orientamenti di valore, che dovrebbero essere messi a riposo nell’accostarsi all’intrapresa scientifica. In definitiva, l’inclusione del Movimento 5 Stelle nella schiera delle forze populiste appare plausibile perché esibisce i tratti che altrove ho dimostrato essere “invarianti” della mentalità populista (Chiapponi 2014):

1) l’eticizzazione del “popolo”, un concetto polisemico e che incorpora significati diversi specialmente, et pour cause, entro la cornice dei regimi democratici (Canovan 1999, Mény e Surel 2001, Merker 2009): per i populisti, esso incarna l’unico soggetto portatore di dignità etica, nonché la fonte esclusiva della legittimità politica – che struttura il pilastro positivo del discorso populista; non è difficile riscontrare, nella pubblicistica del M5S così come nella comunicazione online e nell’oratoria della leadership (da Grillo a Di Maio fino a Conte), conferme della centralità assunta dai riferimenti al «popolo», declinato essenzialmente come l’insieme dei “cittadini”, contrassegnato da una mitica unità, priva di fratture o lotte intestine scatenate dal perseguimento di interessi egoistici, che ispira il progetto politico dei 5 Stelle, ovvero il ripristino della piena sovranità popolare;

2) uno strenuo anti-elitismo: il populismo veicola una veemente protesta anti-elitaria, che annovera tra i suoi bersagli non solo le élites politiche e di governo, bensì anche le minoranze e i gruppi intellettuali, sociali, finanziari, economici, culturali, di genere, percepiti distinti e distanti dal popolo – si dà così foggia al polo negativo che sorregge la mentalità dei populisti (Tarchi 2015); nel M5S, questo tratto alimenta la protesta verso tutti gli avversari, designati collettivamente con il dispregiativo di “casta”: pure nelle arene istituzionali, il discorso politico del M5S denota un andamento sistematicamente dicotomico e manicheo (Chiapponi 2016) e dove predominano i connotati di “reazione” e di “negatività” (un registro comunicativo che la leadership grillina fatica ad abbandonare, anche una volta fatto il suo ingresso nelle istituzioni: Mosca e Vaccari 2017);

3) infine, vi è l’anti-istituzionalismo: i partiti populisti oppugnano le norme, le procedure, le strutture che presiedono al funzionamento della democrazia rappresentativa, promuovendo il legame diretto e quasi fisicamente immediato tra leader e seguaci. Questo tratto distintivo li conduce, da un lato, ad esprimere diffidenza per i vincoli propri delle istituzioni, che, seguendo Canovan (1999), costituiscono una emblematica manifestazione del volto “pragmatico” della democrazia, al quale viene opposto il volto “redentore”, alimentato dal mito della sovranità “integrale” del popolo – istituendo così un raffronto rispetto al quale l’azione politica concreta appare sbiadita ed incolore rispetto alla sua trasfigurazione ideale (Dunn 2006); dall’altro lato, solitamente li spinge a dotarsi di organizzazioni politiche leggere, che approssimano i tratti del partito personale (Calise 2010; Bordignon 2013).

Sotto questo profilo, giova notare che l’antagonismo verso le istituzioni rientra appieno nel patrimonio genetico del Movimento: dall’equiparazione del Parlamento a una scatoletta di tonno (Pinto e Pedrazzani 2015, p. 99), fino ai reiterati attacchi al governo e alla Presidenza della Repubblica specialmente sotto Napolitano, sono numerose le citazioni che si potrebbero richiamare quali evidenze empiriche di questo tratto tipico della comunicazione politica pentastellata. Certo, la persistente presenza nelle istituzioni, come è stato per altri partiti di origine extra-parlamentare (Duverger 1961; Panebianco 1982) ha temperato questo aspetto: ma le pulsioni che di tanto in tanto mirano a sottrarsi ai vincoli propri della politica rappresentativa rimangono (Corbetta 2017; Mosca e Tronconi 2019).

Una volta chiariti i motivi che giustificano la collocazione del M5S entro la famiglia politica dei populismi, giova aggiungere un paio di precisazioni.

Per un verso, poiché la definizione identifica i requisiti minimi dei soggetti politici populisti, ne viene che, allorché un caso concreto presenta i tre caratteri enunciati, deve essere considerato populista indipendentemente dal suo posizionamento ideologico. In effetti, è ormai un dato acquisito dalla letteratura che, proprio perché la mentalità populista si manifesta nelle organizzazioni politiche della destra radicale (Taggart 1995; Betz e Immerfall 1998; Betz 2002) così come nei partiti della sinistra marxista (Lazar 1997), il criterio ideologico tout court si dimostra inadeguato a catturare un fenomeno camaleontico e dotato di una accentuata ubiquità sull’asse destra-sinistra, specialmente nel nostro paese (Tarchi 2015) – del resto, nel 2013, «Il M5S otteneva il sostegno più esteso fra gli elettori che rifiutano di collocarsi sull’asse sinistra-destra» (Biorcio 2015b, p. 108).

Per l’altro verso, ne viene che le differenziazioni tra i diversi tipi di populismo possono essere tracciate in ragione della concreta fisionomia che assumono i tratti invarianti, in primis la declinazione del popolo, che possono mutare in connessione alle circostanze di tempo e/o di luogo (Mény e Surel 2001; Merker 2009).

3. Eziologia del populismo pentastellato

Lo spartiacque nella storia di un soggetto politico relativamente giovane come il M5S è dato dal successo ottenuto alle elezioni politiche del 2013, che soprese più di un osservatore. E tuttavia, proprio fissando lo sguardo su quello snodo, non è irragionevole sostenere che andavano maturando, nel quadro del sistema politico italiano, una serie di condizioni, strutturali e processuali, di lungo così come di breve-medio termine, le quali aprirono una formidabile finestra di opportunità per il tipo di populismo rappresentato del M5S (figura 1):

Figura 1. Eziologia del successo elettorale del MS5 (2013)

Fattori politici

Fattori sociali

A lungo termine

(strutturali)

Interpretazione letterale della sovranità popolare

Personalizzazione della politica

Declino/fine della politica ideologica (fine del consociativismo spartitorio)

Mediatizzazione

A breve-medio termine

(processuali)

Convergenza/collusione tra partiti mainstream

Crisi di rappresentanza

Indistinzione della politica “professionale”

Crisi economica

Schematicamente, i fattori strutturali scaturiscono da sviluppi storici di lungo periodo e paiono caratterizzare in maniera relativamente stabile il nostro Paese, tanto sul versante politico quanto su quello, più generale, della società; mentre i fattori processuali individuano dinamiche di breve-medio termine, suscettibili di cambiamenti nel corso del tempo che, come i primi, possono riguardare la sfera squisitamente politica ovvero la società.

Al fine di chiarire perché questi sviluppi hanno favorito la proposta politica del Movimento nel 2013, mi limito ad abbozzare qualche considerazione, di necessità sintetica.

Cominciando dal quadrante in alto a sinistra, come ha persuasivamente mostrato Nicolò Addario nell’Introduzione a questo contributo, il rapporto ambiguo che il populismo (qui, del M5S) istituisce con la sovranità popolare rappresenta un potente fattore di facilitazione della mobilitazione populista (Canovan 1999). Ambiguo soprattutto per due ragioni. Alla prima abbiamo già accennato e concerne la tensione strutturale che oppone i principi legittimanti le democrazie (“la sovranità appartiene al popolo”) alle regole e procedure che ne disciplinano il funzionamento concreto, ovvero alla problematica convivenza tra il «volto redentore» e quello «pragmatico» della democrazia. La seconda riguarda la politicizzazione della frattura che separa i (pochi) governanti dai (molti) governati. Sebbene connaturata a ogni regime democratico, il populismo la interpreta in chiave antagonistica (Mudde, 2004): nel linguaggio grillino, i molti (cittadini) devono lottare contro i pochi (la casta), al fine di restaurare appieno il controllo del popolo sul governo, nel quadro di una “democrazia letterale” (Sartori 1993). La mentalità populista, specialmente nei “populismi di protesta” dei quali il M5S esibisce tutti i caratteri (Taguieff 2003), estende al massimo grado il significato e la portata della sovranità popolare, per quanto l’estensione sia irrealizzabile nel quadro delle democrazie rappresentative. Di qui il paradosso che muove un quesito: perché l’appello alla sovranità popolare sub specie populista viene premiata dagli elettori nonostante la sua evidente impraticabilità?

Rispondo formulando in realtà una congettura: è verosimile che il gradimento riscosso dalla posizione “integrale” circa il tema della sovranità risulterà assai più significativo allorché si verificheranno eventi idonei a generare in almeno una parte dei cittadini la percezione del distacco strutturale tra la fonte della legittimità politica (la sovranità popolare, appunto) e il funzionamento concreto della democrazia. Se si considera il principale prodotto del processo politico democratico, ossia l’insediamento di un governo che gode del sostegno elettorale (Stoppino 2001), è degno di nota che, nella Seconda Repubblica (1994-2013), non sempre la formazione degli esecutivi è stata accompagnata da un’esplicita investitura/legittimazione elettorale. Anzi, solo una minoranza (5 su 11) dei governi avvicendatisi alla guida del Paese in questo arco temporale era provvista di un collegamento diretto con i risultati delle elezioni (Berlusconi I, Prodi I, Berlusconi II, Prodi II, Berlusconi IV). Ciò è emerso con plastica evidenza proprio nel 2013, quando il governo incumbent era guidato da Mario Monti, un “tecnico” privo di affiliazione partitica come gran parte dei ministri, a capo di una coalizione “anomala” formata da tutti i partiti rappresentati in Parlamento, tranne Lega Nord e Italia dei Valori, insediatosi a Palazzo Chigi al di fuori del circuito elettorale. In altre parole: nel contesto italiano la divaricazione tra legittimità formale (connessa al rispetto del dettato costituzionale) e legittimità popolare (conferita dall’investitura elettorale) degli esecutivi si è manifestato più volte nell’ultimo ventennio, determinando una condizione di fondo che di certo non ha sottratto consenso al Movimento 5 Stelle.

Un secondo fattore, la personalizzazione della politica, ovvero la «crescente focalizzazione dei fenomeni politici su attori individuali e un parallelo ridimensionamento degli attori collettivi (anzitutto dei partiti)» (Bordignon 2013, p. 5), costituisce un formidabile catalizzatore delle spinte populiste (Mény e Surel 2001), soprattutto perché nei partiti populisti la leadership è fortemente personalizzata: ciò li pone in netto vantaggio rispetto agli avversari privi, del tutto o in parte, di questo attributo, allorché la personalizzazione della politica si afferma come tratto distintivo della lotta politica o addirittura come proprietà del sistema democratico. A giudizio di numerosi osservatori (Biorcio 2015; Revelli 2015; Ceccarini e Bordignon 2016; Chiapponi 2017) nel 2013 il M5S appariva aderire in toto all’archetipo del partito personale, che prevede l’accentramento delle risorse organizzative nelle mani del leader e postula la sostanziale identificazione del partito con la persona del capo: «Nessuno ha il minimo dubbio sul fatto che senza Grillo il Movimento non sarebbe mai nato e che senza la sua leadership probabilmente oggi non sopravviverebbe» (Corbetta e Gualmini 2013, p. 205). Inoltre, stante l’intreccio tra mediatizzazione, personalizzazione e spettacolarizzazione della politica che caratterizza il quadro italiano, il curriculum di Beppe Grillo, comico che nei suoi show ha sempre fustigato la classe politica e denunciato i fenomeni di malcostume diffusi nel “Belpaese”, lo poneva in una posizione privilegiata rispetto agli altri politici, sia per quanto concerne la conoscenza e la padronanza dei codici comunicativi comuni alla satira e alla “politica spettacolo” (Cosenza 2013), sia per quel che attiene all’instaurazione di un rapporto fiduciario e personalistico con il pubblico formato dai cittadini-elettori.

Le modificazioni indotte dalla personalizzazione della politica si combinavano, nel nostro Paese, con sviluppi peculiari, che portavano a maturazione processi in atto da tempo e che andavano anch’essi nella direzione di favorire la mobilitazione populista capeggiata dal M5S. Mi riferisco, esaurendo così la ricognizione sopra i fattori politici di lungo periodo, al declino della politica ideologica e alla connessa perdita di salienza della dimensione identitaria della politica, orientata secondo l’asse destra–sinistra, che, a livello di massa, aveva orientato la partecipazione politica ed elettorale, specialmente a beneficio dei grandi partiti (DC, PCI, PSI). L’indebolimento delle lealtà dottrinarie si è inoltre palesato con ancora più vigore nel nostro Paese a seguito della vicenda Mani Pulite. Sotto questo profilo, vengono scosse le fondamenta di quello che è stato felicemente definito il «consociativismo spartitorio» (Fasano e Addario 2019) sul quale si era andata strutturando la competizione nel nostro sistema politico. La conseguenza principale, sul mercato elettorale, risiede nello sganciamento di larghe fette di elettorato dalla disciplina ideologica e, in connessione, nella loro (inedita) disponibilità ad essere mobilitate da imprenditori politici capaci di fornire rappresentazioni simboliche adeguate – nel senso di recuperare la dimensione populista, implicita nell’identità diffusa ad elettori e militanti tanto dalla DC quanto dal PCI e alla quale l’ideologia ufficiale dava copertura, come Addario ricorda in apertura di questo Quaderno. Il M5S, appellandosi ai “cittadini”, ha massicciamente tratto profitto da questi sviluppi (e il suo iniziale, forte, insediamento in aree del Paese dove il PCI – Piemonte, Emilia Romagna – o la DC – Veneto – raccoglievano ingenti consensi costituisce una conferma grezza ma significativa di questa ipotesi).

Ho insistito sui fattori politici strutturali perché sono quelli che danno maggiormente conto sia della finestra di opportunità storicamente apertasi per i populismi nel nostro sistema politico, sia della posizione di vantaggio che hanno contribuito a delineare per un partito populista sul modello del M5S. A questi si sommano però gli altri fattori, che illustro succintamente. Rimanendo su quelli di ordine politico, ma di breve termine, vanno citate almeno due situazioni: la convergenza, in sede istituzionale (parlamentare e governativa) di forze appartenenti a tradizioni politico-ideologiche opposte; la crisi di rappresentanza aperta da tempo nel nostro Paese. Quanto al primo aspetto, numerosi contributi hanno illustrato che le interazioni di tipo collaborativo o collusivo tra i partiti mainstream di destra e di sinistra normalmente amplificano, nello spazio politico delle democrazie europee, le chances dei populisti (Taggart 1996; Kitschelt 1995 e 2002). Nel caso italiano, l’insediamento del governo Monti nel novembre 2011, oltre a riproporre l’ennesimo esecutivo privo di legittimazione elettorale, rendeva evidente erga omnes la rinuncia, da parte di centrodestra e centrosinistra, a rappresentare opzioni politiche alternative. Si favoriva così, presso gli elettori, l’incipiente percezione dell’ormai raggiunta indistinzione/intercambiabilità tra centrodestra e centrosinistra; in più, si preparava il terreno per il populismo pentastellato, giacché la compagine governativa guidata da un accademico ed ex commissario UE, che contava sul sostegno parlamentare di una maggioranza eufemisticamente definita “anomala”, costituiva la rappresentazione forse meglio riuscita della “casta” che Beppe Grillo andava additando come principale nemico del M5S nelle piazze italiane. Quanto al secondo aspetto, bastano poche cifre per gettare luce sulla crisi di rappresentanza che ha colpito le forze politiche principali, che proprio nelle elezioni del 2013 è emersa con ancora maggiore chiarezza e che il partito di Grillo si è dimostrato adeguato a capitalizzare: nel 2008, PDL e PD raccolsero, insieme, oltre 25 milioni di voti, pari al 70,6%; nel 2013, la cifra crolla a poco meno di 16 milioni (circa il 47%), mentre il M5S, all’esordio sul proscenio nazionale, offrendo agli elettori un profilo populista e a- (o post-) ideologico si assicura quel 24% (oltre 8 milioni di voti) che sembra provenire in gran parte dai voti persi dalle formazioni mainstream, come le successive ricerche dimostreranno (Corbetta 2017).

Alle condizioni di matrice politica vanno aggiunte quelle che indicano gli sviluppi sociali di portata generale. Si tratta di fenomeni complessi: tuttavia, è qui sufficiente qualche accenno, utile a comprenderne la salienza per il successo del populismo pentastellato nel 2013. Gli aspetti su cui conviene fissare l’attenzione sono la mediatizzazione (a lungo termine), da una parte, e la crisi economica, dall’altra (a breve-medio termine). È ormai un dato acquisito che le società contemporanee sono marcatamente “mediatizzate”. Vengono cioè investite da «un processo incrementale di lungo periodo nell’importanza dei media e nella loro influenza diretta ed indiretta nelle varie sfere della società» (Strombäck e Esser 2014, p. 6). Il che attiva una congerie di ricadute politicamente rilevanti, ai diversi livelli di analisi, specialmente nel caso italiano (Sorice 2012). In particolare, la tracimazione del criterio di funzionamento proprio dei media sul terreno politico ha prodotto una trasformazione del rapporto fiduciario tra governanti e governati, subordinandolo alla logica, appunto, mediatica piuttosto che a quella politica. L’ormai larga diffusione dei social networks e il prevalere di contenuti di infotainment nei palinsesti televisivi hanno certificato la persistenza, nel quadro delle democrazie contemporanee, di fenomeni quali la spettacolarizzazione della politica, la disintermediazione (con il drastico ridimensionamento delle organizzazioni collettive), nonché l’affermarsi di un legame sempre più diretto e “virtuale” tra leader politici e “followers”. Se questi, in estrema sintesi, sono i tratti strutturali che modellano la società in ambito mediatico-comunicativo, le ragioni per cui il M5S nel 2013 si dimostrò più capace di altri nel cogliere le opportunità di mobilitazione politica offerte dalla mediatizzazione e dalla presenza nella Rete diventano immediatamente evidenti: grazie alla leadership di Grillo (e Casaleggio), il Movimento si è dotato di strumenti (il blog, le piattaforme MeetUp e, in seguito, Rousseau) che gli hanno permesso di utilizzare il web al massimo delle sue potenzialità, come vero e proprio ambiente di costruzione del consenso politico, in vista dell’approdo offline dell’organizzazione. Strategicamente, il Movimento ha poi tratto profitto dai contraccolpi sociali generati dalla crisi economica del 2008-2009, il cui impatto è stato massiccio. Dal 2005 al 2015, nel nostro paese si è assistito, dapprima, a un brusco rallentamento nei tassi di incremento del PIL, seguito da fasi recessive sempre più acute, dalle quali il sistema economico ha stentato a risollevarsi, tanto che ancora nel biennio 2014-2015 la produzione nazionale appariva vicina alla stagnazione. Nel contempo, secondo le fonti Eurostat nello stesso periodo si è assistito ad un incremento di 5 punti percentuali della popolazione non attiva, nonché degli italiani che risultano esposti al rischio di povertà (+2,7%). Gli indici negativi toccano l’apice negli anni 2012 e 2013: ne viene che il clima d’opinione nel quale si svolsero le elezioni del 2013 appariva marcato da «un profondo senso di ansia, che può essere giustificato da un periodo di stagnazione economica e di crisi relativamente lungo» (Conti e Memoli, p. 523), che figurava tra i peggiori dell’area OCSE. I timori dei cittadini trovarono ampia eco nel programma del M5S, che si dimostrava il più generoso sul piano dell’espansione delle misure di tutela sociale così come di quelle finalizzate al controllo degli effetti perversi del mercato (ivi, p. 524-525). Il ruolo giocato dalla crisi nel propiziare la vittoria del partito del Grillo appare perciò acclarato, tanto che taluni studiosi hanno argomentato che l’elettorato pentastellato pareva essenzialmente costituito da «quelli che hanno sofferto per la crisi, in particolare […] i giovani esclusi dal mercato del lavoro» (Ceccarini e Bordignon 2016, p. 135).

4. Ascesa e declino del populismo pentastellato?

Ho dedicato grande spazio al successo pentastellato del 2013 non solo per sottolinearne la magnitudo, ma anche per isolare, alla luce della prospettiva di indagine qui adottata, i nessi analitici che intercorrono tra il tipo di populismo articolato dal Movimento, da una parte, e i fattori storici, politici e sociali che ne hanno decretato l’ascesa nel sistema politico italiano. Ora, dal 2013 al 2021 il M5S ha subito numerosi e rilevanti mutamenti, essenzialmente in tre ambiti rilevanti:

  1. la leadership: sul piano formale, il ruolo di “capo politico” è toccato prima a Luigi Di Maio e più recentemente a Giuseppe Conte (con Beppe Grillo che ha conservato per sé la carica di “garante” del M5S); contemporaneamente, dopo la scomparsa di Gianroberto Casaleggio (2016), il monitoraggio e la certificazione delle pratiche online effettuate grazie alla piattaforma Rousseau sono passati al figlio Davide – che in diverse occasioni si è posto in contrapposizione alle scelte della nuova dirigenza, esattamente come un esponente storico del Movimento, Alessandro Di Battista;
  2. l’andamento elettorale: dopo la vittoria del 2013 e l’ingresso in Parlamento, il partito ha sperimentato fasi di espansione dei consensi alternate a cicli di contrazione (Corbetta 2017) –  in particolare, dopo la netta vittoria alle politiche del 2018, che ha migliorato il già notevole risultato di 5 anni prima (quasi 11 milioni di voti alla Camera dei Deputati, pari al 32,7%), il M5S sembra aver imboccato una spirale discendente, giacché gli ultimi sondaggi (agosto 2021) lo accreditano del 16-17%; il sostanziale dimezzamento nelle preferenze degli italiani certamente è dovuto anche alle modalità con cui il partito ha strategicamente gestito i ruoli di potere, con il passaggio dal governo Conte I (in coalizione con la Lega) al governo Conte II (con una coalizione di centrosinistra, insieme a PD e IV), fino all’appoggio assicurato all’esecutivo tecnico e bipartisan guidato dall’ex Presidente della BCE Mario Draghi;
  3. la riconversione, tanto sul piano dell’identità condivisa, quanto su quello delle prassi concretamente seguite, del repertorio comunicativo impiegato dagli eletti nelle istituzioni, nel senso di una sua ibridazione: al ridimensionamento nell’utilizzo degli strumenti propri della Rete, che segna anche il sostanziale abbandono di ogni ipotesi di costruzione di una “democrazia elettronica”, si accompagna l’approdo ad un repertorio mediale più eterogeneo, che vede la sistematica partecipazione di esponenti del M5S alle trasmissioni televisive, ponendo così fine ad un ostracismo mediale che rappresentava un tratto originario della comunicazione pentastellata (Mosca e Vaccari 2017).

In questa sede, non è possibile condurre un esame ravvicinato di ciascuna dimensione. A questo riguardo, la letteratura ha ipotizzato la relativa «normalizzazione» del M5S (Tronconi 2018), che, nei termini delle categorie di norma impiegate nell’analisi dei partiti politici, significa alludere alla «istituzionalizzazione» dell’organizzazione – ovvero al processo per il quale la struttura del partito riesce ad incorporare il substrato etico (scopi e valori ultimi) stabiliti dai fondatori. In tal senso, «Se il processo di istituzionalizzazione riesce, l’organizzazione […] acquista valore in sé, gli scopi sono incorporati nell’organizzazione, diventano inseparabili e spesso indistinguibili da essa. […] L’organizzazione diventa essa stessa lo ‘scopo’ per una parte ampia dei suoi aderenti e in questo modo ‘si carica’ di valori» (Panebianco 1982, p. 111). Ora, trattandosi di sviluppi in divenire, le (poche) ricerche che finora hanno cercato di posizionare il M5S di oggi lungo il processo di istituzionalizzazione sono approdati a risposte interlocutorie, indicando come “elusivo” il suo modello organizzativo (Tronconi 2018) oppure qualificandolo con il non meno ambiguo neologismo di “partito di movimento plebiscitario” (Vittori 2021). A me pare che a rendere problematica l’indagine siano due difficoltà presenti in re, che hanno a che vedere con la medesima natura populista del partito.

La prima concerne la fisionomia della mentalità populista che, lo ricordo, costituisce, in termini analitici, proprio “il substrato etico” posto dai “padri fondatori” (Grillo e Casaleggio) al centro del patrimonio ideale del M5S. Come è stato acutamente osservato (Tarchi 2015), la stessa nozione di “mentalità” associata al populismo designa un insieme di principi e idee che risulta debole se raffrontato al grado di complessità e di articolazione che possiedono gli “ismi” della politica moderna e contemporanea (“nazionalismo”, “liberalismo”, “comunismo”, “socialismo” e via elencando). Da questo punto di vista, non solo l’assenza di un “pensiero forte” è causa di difficoltà nell’instaurare un legame fiduciario stabile con l’elettorato e nel conferire un profilo di coerenza all’azione politica, specialmente allorché si controllano posizioni di governo (Corbetta 2017): la persistenza del populismo come universo simbolico di riferimento pone un ostacolo non da poco anche alla piena istituzionalizzazione del partito – come è possibile raggiungere il completo consolidamento organizzativo, che significa dotarsi di strutture, organi, articolazioni gerarchiche, conservando un sistema di pensiero e di azione che per sua natura è, come abbiamo visto, intimamente anti-istituzionale e refrattario alle mediazioni? Intendiamoci, l’esito non è impossibile: l’esempio della Lega lo dimostra. Tuttavia, per ottenere quel risultato, il profilo populista del Movimento andrebbe di gran lunga attenuato e, allo stato attuale, è difficile riconoscere nei timidi tentativi di “normalizzazione” perseguiti da Conte un chiaro segnale in questa direzione.

La seconda, che è connessa alla prima, riguarda il ruolo giocato dalla personalizzazione politica: finché il M5S rimarrà una organizzazione in cui la leadership verrà designata e controllerà le risorse di potere interne sulla base di un criterio personalistico, sarà difficile avanzare in maniera significativa verso una piena istituzionalizzazione – non a caso, tutti i tipi finora prescelti per caratterizzare il M5S sono per definizione debolmente istituzionalizzati, come il “partito movimento”. E ciò, non solo perché la personalizzazione della leadership è un tratto distintivo delle formazioni populiste, ma anche per il fatto che le risorse personali che sostengono la leadership e il rafforzamento strutturale necessario ad accrescere alcune proprietà cruciali ai fini dell’istituzionalizzazione (l’autonomia dall’ambiente e la l’interdipendenza fra le diverse parti che compongono l’organizzazione: Huntington 1965) appaiono inconciliabili. Ciò accade perché il «leader non ha […] interesse a favorire un rafforzamento organizzativo troppo accentuato che inevitabilmente porrebbe le premesse per una “emancipazione” del partito dal suo controllo» (Panebianco, 1982, p. 132). Giacché la leadership personalizzata appare un attributo proprio dei partiti populisti, e che il rafforzamento istituzionale in presenza di una forte personalizzazione della leadership sembra possibile solamente in connessione alla caratterizzazione carismatica dei capi – che non è il caso del MS5 (Chiapponi 2017) –  ecco che emerge nuovamente un trade-off tra mantenimento integrale della mentalità populista e avanzamento nel processo di istituzionalizzazione del partito.

Certo, la stabilizzazione del MS5 entro il sistema politico italiano appare un dato acquisito (Corbetta 2017; Tronconi 2018; Mosca e Tronconi 2019), anche perché, come abbiamo cercato di mostrare, quanto più perdura l’influenza esercitata dai fattori di lungo e di breve-medio termine che abbiamo isolato, tanto più il populismo del M5S continuerà ad essere ritenuto la risposta preferita da un numero non trascurabile di elettori. Dall’altra parte, tuttavia, la persistenza di questo tipo di offerta politica sembra mettere a repentaglio non tanto l’avvio, quanto il compimento del processo di istituzionalizzazione del partito: un dilemma che, a questo punto, solo le scelte strategiche della leadership sapranno dirimere.Bibliografia

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Flavio Chiapponi
chiapponi@per.it

Insegna Comunicazione politica (corso di laurea in Comunicazione, Innovazione, Multimedialità) e Marketing Politico e Media Analysis (corso di laurea magistrale in Comunicazione Professionale e Multimediale) presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell'Università di Pavia. Capo Redattore della rivista "Quaderni di Scienza politica". I suoi interessi di ricerca riguardano principalmente il populismo in Europa, la leadership politica e la comunicazione politica. Ha scritto Il populismo nella prospettiva della scienza politica (Erga, 2014), Democrazia, populismo, leadership: il Movimento 5 Stelle (Epoké 2017), Comunicazione politica. Un approccio teorico (Mondadori Università, 2020)

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