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Atlantismo: la versione di Draghi

di Michele Marchi

Un discorso di alto profilo, chiaro ed efficace. Un intervento destinato ad essere apprezzato a Bruxelles e a Washington, in primis, ma in generale nelle principali cancellerie europee. Molto meno, presumibilmente, a Mosca e a Pechino.

Mario Draghi, presentando le linee programmatiche del suo esecutivo nell’aula del Senato, ha offerto una versione personale ed originale dei tre pilastri che guidano la politica internazionale italiana dal dopo Seconda guerra mondiale. Cosa significano atlantismo, europeismo e multilateralismo nella “versione di Draghi”?

Rispetto al primo punto Draghi utilizza, in maniera raffinata, il termine Alleanza atlantica, volendo indicare quel complesso di principi e valori che innervano l’occidente euro-americano a partire dal comune sforzo anti-nazista e che si sono progressivamente rinnovati nel corso dell’epoca bipolare e post-bipolare. Vi è un riferimento diretto, e anche questo non casuale, alla nuova amministrazione americana e alla discontinuità che, si spera, dovrebbe contraddistinguerla rispetto al mandato Trump. Vi è poi un interessante riferimento al ruolo di “fedele” alleato degli Usa nella determinante area mediterranea, in particolare rispetto al contributo che il nostro Paese potrà fornire per il riavvicinamento tra la Nato e un suo membro fondamentale come la Turchia (solo in questo caso, trattandosi di un’importanza militare, il termine utilizzato è proprio Nato).

Accanto ad un atlantismo saldo e rilanciato, troviamo un europeismo non retorico e molto concreto. Sul tema Draghi ha speso parole nette, in apertura, per poi riprenderle nel paragrafo dedicato alla politica estera. Due espressioni suonano come scolpite sulla pietra: irreversibilità dell’euro (sono sempre quello del Whatever it takes!) e prospettiva di un’Ue sempre più integrata, riferendosi esplicitamente al traguardo del bilancio comune. Insieme a queste due certezze vi è però l’interessante declinazione di una sovranità europea all’italiana. E’ esplicito, e molto probabilmente strizza l’occhio al sostegno leghista all’esecutivo, il richiamo agli “stati nazionali” che rimangono “il riferimento dei nostri cittadini”. Ma si aggiunge “nelle aree di debolezza”, laddove cioè la sovranità nazionale finirebbe per essere travolta nel mondo globale, ecco comparire l’Europa come moltiplicatore di “sovranità condivisa”. La formula finale è davvero riuscita: “nella solitudine si perde anche la sovranità”. Vi è poi un ultimo elemento, altrettanto pragmatico, nell’europeismo della “versione di Draghi”: non disdegnare i rapporti privilegiati con alcuni alleati europei, rispetto ai quali sussiste una particolare interdipendenza ed integrazione a livello economico. La citazione esplicita è per i legami con Parigi e Berlino. La stessa citazione può anche essere interpretata, forse un po’ maliziosamente ma nemmeno troppo, come una sorta di avvertimento: l’asse franco-tedesco da oggi in poi dovrà assume una dimensione di “triade” o “triangolo”.

Il multilateralismo non si limita al necessario riferimento all’Onu, ma insiste in maniera particolare sulla declinazione ambientale. Quello della sostenibilità ambientale è il faro della presidenza italiana del G20, centrata sulle parole d’ordine “People, Planet, Prosperity”.

Come si è detto in apertura gli apprezzamenti a Bruxelles ed oltre Atlantico sono certi, non altrettanto si può dire per Mosca e Pechino. A Russia e Cina sono state dedicate soltanto due righe e il rapporto è declinato tutto in un’ottica negativa. Il nuovo presidente del Consiglio elude completamente la dimensione economica e fa riferimento al tema dei principi e dei diritti che ritiene, per certi versi, “non negoziabili”. Rispetto alla Russia si fa accenno a “meccanismi di dialogo”, ma vi si accosta poi un richiamo alla “preoccupazione” per i “diritti dei cittadini” esplicitamente “violati”. Ancora peggio dal punto di vista di Pechino. Il riferimento è a “tensioni in Asia intorno alla Cina”. È esplicito il non detto. L’inversione è netta: non business as usual, ma in particolare non l’economia “sopra tutto”, ma i diritti come presupposto per costruire relazioni internazionali. Parole “al miele” per la nuova amministrazione democratica e per un Biden atteso venerdì al suo primo discorso europeo sulle relazioni tra le due sponde dell’Atlantico, in occasione dell’annuale Conferenza sulla Sicurezza di Monaco. Parole dirette a Washington, ma anche un messaggio indiretto per Berlino, così impegnata di recente a sostenere le relazioni Ue-Cina (vedi l’affrettata chiusura del Comprehensive Agreement on Investment il 30 dicembre nonostante la richiesta di temporeggiare proveniente da Biden) e quelle euro-russe, sull’onda del tentativo di salvare il progetto Nord Stream 2, non senza qualche imbarazzo.

Se infine volessimo declinare la “versione di Draghi” rispetto alla recente politica estera italiana potremmo dire che la diplomazia giallo-verde è stata completamente spazzata via, ma una certa discontinuità (almeno sull’asse Roma-Pechino) sembra evidente anche rispetto a quella giallo-rossa. Le prossime settimane ci diranno se queste ipotesi diventeranno concrete decisioni di politica internazionale. Un dato è certo: “la versione di Draghi” è stata presentata senza ambiguità di sorta. Un ottimo inizio nel quale valori e realismo politico appaiono dosati in armonioso equilibrio.

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Michele Marchi
marchi@per.it

Professore di Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna. Si occupa di storia politica dell’Europa del XX secolo con particolare attenzione per quella francese e per il rapporto tra politica e religione in Francia ed in Italia. Per Rubbettino ha pubblicato "Alla ricerca del cattolicesimo politico. Politica e religione in Francia da Pétain a de Gaulle" (2012). Membro del comitato di redazione della "Rivista di Politica", della redazione della rivista "Ricerche di Storia Politica" e della rivista "Nuova Informazione Bibliografica".

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