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Autonomia differenziata e funzioni amministrative: verso un “accentramento regionale”?

di Federica Fabrizzi

 

In quello che è stato definito “il quadro nebuloso” disegnato dall’art. 116, comma 3, della Costituzione, è oggettivamente complicato trovare elementi che possano illuminare l’interprete rispetto ai contenuti, alle forme ed ai limiti della differenziazione introdotta del legislatore costituzionale del 2001. Non a caso, fin dal momento in cui si è cominciato a parlare in concreto di una possibile attuazione del regionalismo differenziato ed ancora oggi, il dibattito dottrinario si è soffermato, tra l’altro, sull’interpretazione della formula “forme e condizioni particolari di autonomia” e ci si è interrogati sul tipo di competenza, se legislativa o amministrativa, cui il legislatore costituzionale intendeva riferirsi e al cui trasferimento il legislatore ordinario dovrebbe dare seguito oggi in fase attuativa.

La questione non è, evidentemente, rilevante solo da un punto di vista strettamente accademico e di riflessione teorico-giuridica, dal momento che la diversa soluzione conduce ad un diverso modo di interpretare il ruolo delle Regioni e degli enti locali, ed il loro reciproco rapporto, e implica altresì una diversa prospettiva rispetto al tema delle risorse finanziarie.

Non sembra dunque superfluo ricordare, seppure brevemente, come l’art. 116, comma 3, Cost. faccia riferimento alle materie elencate nel successivo art. 117 Cost. – che come noto distribuisce le competenze legislative tra Stato e Regioni – per individuare gli ambiti materiali di intervento nei quali è possibile, per le Regioni a statuto ordinario, chiedere appunto “forme e condizioni particolari di autonomia”. Nonostante la collocazione ed il tenore letterale della disposizione spingano a ritenere che la differenziazione di cui si parla si inveri sul piano della funzione legislativa, la formula utilizzata è parsa subito richiamare una sfera di azione per le Regioni richiedenti diversa da quella propria della competenza legislativa, probabilmente più ampia e incidente anche sul fronte delle funzioni amministrative. La previsione costituzionale del “sentiti gli enti locali” contenuta nell’art. 116, comma 3, Cost.  a detta di alcuni commentatori non si spiegherebbe se non nell’ottica, appunto, di un coinvolgimento del piano delle funzioni amministrative e non solamente di quelle legislative (Di Folco, 2012). Di contro, tuttavia, non è mancato chi invece ha fatto notare come la stessa fonte richiesta (legge rinforzata) certifichi in modo inequivoco che il meccanismo al quale si fa riferimento è un meccanismo per cui lo Stato può autonomamente ritrarsi dall’esercizio della funzione legislativa per “quote” del proprio territorio laddove la Regione ne faccia richiesta e dopo che siano stati sentiti (proprio sull’impatto dell’innovazione derivante dal cambio di legislatore) gli enti locali, ossia i soggetti che sono chiamati spesso ad applicare le norme legislative, ad esercitare le funzioni amministrative e a gestire le risorse finanziarie (Sterpa, 2019).

Ora, al di là dell’interpretazione esegetica che è possibile dare del dettato costituzionale, è evidente come, fin dai primi passi compiuti nella direzione dell’attuazione dell’autonomia differenziata ex art. 116, comma 3, le Regioni richiedenti (Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna) abbiano impostato l’interlocuzione con il Governo di allora sul piano del trasferimento delle funzioni amministrative e del conseguente finanziamento di queste e sembra essere questa l’impostazione seguita anche dal disegno di legge presentato dal Ministro Calderoli che, nel testo approvato dal Consiglio dei Ministri il 16 marzo 2023 presenta due articoli, il 4 ed il 6, dedicati al trasferimento delle funzioni ed all’attribuzione di ulteriori funzioni amministrative agli enti locali.

Prima di compiere qualche valutazione in ordine al contenuto di questi due articoli, preme anticipare tuttavia una considerazione “di sistema”. Chi scrive è persuaso che se l’art. 116, comma 3, Cost. deve essere interpretato secondo l’intenzione del legislatore costituzionale del 2001, esso vada calato nel contesto di un Titolo V riformato che si muoveva nella chiara direzione di fare delle Regioni dei soggetti di legislazione e di programmazione, privilegiando – in base al principio di sussidiarietà ed adeguatezza – i livelli più vicini al cittadino per l’esplicazione delle funzioni amministrative. Non solo il nuovo riparto di competenze legislative contenuto nell’art. 117 Cost. testimonia la valorizzazione della funzione legislativa regionale, ma anche il dettato dell’art. 118 Cost., riformato appunto in occasione della legge Cost. n. 3/2001, testimonia esattamente questa propensione volta a spostare il piano delle funzioni amministrative sull’ente territoriale di prossimità, il comune, svincolandole dal principio del parallelismo. Volendo riassumere in una formula forse banalizzante ma efficace, l’idea, al fondo, era quella di de-amministrativizzare il più possibile le Regioni, di valorizzare al massimo il decentramento e di dare veste costituzionale a quell’idea di Stato policentrico che trova la sua definizione nella nuova formulazione dell’art. 114 Cost.

A distanza di ormai vent’anni dall’entrata in vigore della riforma, si può affermare senza troppi dubbi che il meccanismo non ha funzionato. Per tutta una serie di ragioni che non si possono approfondire in questa sede (scarsa capacità delle Regioni di incidere sulle materie di loro competenza, giurisprudenza costituzionale molto orientata a ricondurre in capo allo Stato materie e ambiti materiali “dubbi”, crisi finanziaria che ha portato ad un ri-accentramento delle politiche), le Regioni si sono trovate a gestire un ruolo ancora molto spostato sul fronte dell’amministrazione: d’altra parte, se i bilanci regionali sono rappresentati in modo assolutamente preponderante da spesa sanitaria, è evidente che il core dell’attività regionale è nell’amministrazione di quel comparto e non residua molto altro.

Questo trend è stato ulteriormente aggravato da due circostanze: la prima è la mancata individuazione delle funzioni fondamentali dei comuni, delle province e delle Città metropolitane prevista dall’art. 117, comma 2, lettera p) della Costituzione. Lo Stato non ha mai esercitato in modo organico, chiaro e completo la sua potestà legislativa esclusiva in questo ambito; si sono succeduti una serie di interventi sporadici, dettati prevalentemente dall’urgenza di intervenire (si pensi all’elenco delle funzioni fondamentali contenuto nella legge 42/2009 o, da ultimo, all’individuazione delle funzioni fondamentali delle province e delle Città metropolitane nelle legge 56/2014), ma non si è mai giunti all’approvazione di un catalogo – la tanto auspicata “Carta delle autonomie” –  che indichi in modo chiaro “chi fa cosa”, con il risultato che è tuttora vigente il Testo Unico degli Enti Locali (TUEL) approvato con d. lgs. n. 267/2000, precedente quindi la riforma costituzionale.

La seconda circostanza aggravante è scaturita proprio dalla fase attuativa della cosiddetta legge Delrio, la n. 56/2014, che ha visto le Regioni impegnate in un’opera di riallocazione delle funzioni provinciali non fondamentali ricondotte, nella quasi totalità dei casi, proprio in capo alle stesse Regioni. La più accorta dottrina non ha mancato di sottolineare come gli studi sinora svolti sulla legislazione regionale di attuazione della l. 56/2014 e, più in generale, sull’impatto di quest’ultima sul sistema locale hanno evidenziato che il principio di sussidiarietà o non è stato praticato, o è stato fatto un ricorso eccessivo alla cd. sussidiarietà in senso ascendente (Tubertini, 2022).

Se, dunque, velleitario – e squilibrato – era il disegno immaginato nel 2001 di Regioni tutte e solo proiettate sulla legislazione e sulla programmazione e funzioni amministrative tutte e solo in capo ai Comuni, altrettanto squilibrata – e coartante nei confronti degli enti locali – appare la situazione oggi.

E’ in questo quadro che si collocano i due articoli del ddl Calderoli su cui si intende concentrare l’attenzione in queste brevi riflessioni.

L’art. 4, rubricato “Trasferimento delle funzioni”, ribadisce in realtà quanto già statuito dall’art. 1 dello stesso ddl, laddove si collega il trasferimento delle funzioni, con le relative risorse umane, strumentali e finanziarie, concernenti materie o ambiti di materie riferibili ai LEP soltanto dopo la determinazione dei medesimi LEP e dei relativi costi e fabbisogni standard.

La formula utilizzata riproduce nella sostanza la previsione del comma 791 della legge 29 dicembre 2022, n. 197, ossia l’ultima Legge di Bilancio, che aveva già stabilito la subordinazione dell’attribuzione delle ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia nelle materie riferibili ai diritti civili e sociali alla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni.

La proposta di legge dà in questo modo corpo a quella richiesta che da più parti si era levata nel corso dei mesi scorsi di vincolare l’attuazione della differenziazione all’identificazione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni, così da garantire che sull’intero territorio nazionale non si verifichino ingiustificate ed intollerabili differenze nel godimento dei diritti civili e sociali; una fetta consistente delle critiche mosse al regionalismo differenziato è rappresentata, infatti, dal pericolo che taluni, in dottrina ma anche nelle istituzioni, vedono di un possibile aggravamento della sperequazione tra zone del Paese. D’altra parte, già nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (NADEF) per il 2020 era stata affermata l’intenzione di procedere nel percorso di autonomia differenziata “salvaguardando il principio di coesione nazionale e di solidarietà”; veniva allora specificato che sarebbero stati definiti i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali e questo avrebbe evitato “di aggravare il divario tra il Nord e il Sud del Paese” (corsivo nostro). 

Dovrebbe, pertanto, accogliersi con soddisfazione la previsione contenuta nel disegno di legge Calderoli che vincola l’attuazione dell’autonomia differenziata alla determinazione dei LEP; il condizionale tuttavia non può essere eliminato, a causa della laconicità dei riferimenti del ddl ed anche in qualche misura della loro contraddittorietà. A destare perplessità sono in primo luogo le modalità di determinazione dei LEP che, in base a quanto stabilito nella Legge di Bilancio, saranno definiti con decreto del Presidente del Consiglio da parte di una apposita Cabina di regia: a suscitare dubbi, anche di costituzionalità, è la possibilità che la potestà legislativa statale di cui all’art. 117, comma 2, lettera m) si possa ritenere esercitata con un DPCM. Ma le perplessità maggiori attengono soprattutto ai profili finanziari, al tema cioè del finanziamento dei LEP e della effettività della dotazione di risorse, argomento che è specificamente trattato in un apposito commento sempre su questo fascicolo e che quindi non sarà oggetto di approfondimento in queste brevi considerazioni, ma che tuttavia rappresenta ancora un grosso punto di domanda.

L’art. 4 considera anche l’ipotesi che dalla determinazione dei LEP possano derivare ulteriori necessità di finanziamento statale, nel qual caso il trasferimento di tali funzioni potrà avvenire solo dopo l’entrata in vigore delle leggi che stanziano le relative risorse. Viceversa, il trasferimento delle funzioni non riferibili ai LEP, con le relative risorse umane, strumentali e finanziarie potrà essere effettuato fin dalla data di entrata in vigore delle intese, nei limiti delle risorse previste a legislazione vigente.

E’ evidente che le previsioni di questo articolo vanno composte con quanto stabilito nel disegno di legge all’art. 5, sulla attribuzione delle risorse, e all’art. 8 che fissa la clausola di invarianza dei saldi di finanza pubblica; senza entrare tuttavia nel dettaglio dei meccanismi finanziari, il timore è che la definizione dei LEP si riduca all’espletamento di un puro adempimento formale, volto solamente a consentire di dire che la propedeuticità richiesta per il trasferimento delle funzioni è stata rispettata.

Al di là degli aspetti finanziari, l’art. 4 in commento sembra delineare un’attuazione dell’art. 116, comma 3, Cost., che, in linea con quanto già osservato per il passato, si presenta non solo e non tanto come attribuzione di competenze legislative, quanto piuttosto come processo di decentramento amministrativo dallo Stato alla Regione: l’attuazione dell’autonomia differenziata si traduce, infatti, sul piano del trasferimento di funzioni amministrative, tralasciando l’aspetto della legislazione e della programmazione.

E’ proprio questo elemento di sistema quello che maggiormente ha suscitato reazioni critiche da parte dell’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) e, anche se in misura più contenuta, da parte dell’Upi (Unione delle Province Italiane) che non hanno mancato di denunciare, anche in sede di Conferenza Unificata, il pericolo che, a valle del trasferimento di funzioni, si realizzi una sorta di “centralismo regionale”.

Tale preoccupazione non è peraltro nuova; era già stata manifestata nel luglio 2018, al momento dell’avvio dell’interlocuzione tra il Governo e le tre Regioni che allora avevano fatto richiesta di autonomia differenziata, e ribadita poi anche in occasione delle audizioni portate avanti dalla Commissione nominata dalla Ministra Gelmini nel maggio 2021 e presieduta da Beniamino Caravita.

Costante era stato allora ed è oggi il richiamo delle autonomie locali alla necessità di inquadrare il processo di differenziazione comunque all’interno dei principi di cui all’art. 5 Cost., ma anche alla luce dei principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza, e la conseguente necessità di mantenere per le Regioni un ruolo di indirizzo e di programmazione.

I timori degli enti locali non sembrano completamente destituiti di fondamento dal momento che, sul piano della coerenza del disegno costituzionale, non si può non rimarcare una discrasia tra il quadro che emergerebbe una volta attuato il regionalismo differenziato e quanto stabilito dall’art. 118 Cost. Facendo, infatti, riferimento genericamente al “trasferimento di funzioni”, l’art. 4 del disegno di legge Calderoli sembrerebbe quasi reintrodurre surrettiziamente il principio del parallelismo tra funzioni legislative e funzioni amministrative, principio che indubitabilmente la riforma costituzionale n. 3/2001 ha inteso superare. Il trasferimento di funzioni dovrebbe, al contrario, tenere conto del quadro costituzionale di riferimento che assegna la titolarità generale della funzione amministrativa ai Comuni e dovrebbe, dunque, essere improntato, come detto, ai principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza; in vero, non pare che il dettato del ddl recepisca adeguatamente tale necessità.

Quanto stabilito nell’art. 6 del disegno di legge in commento, rubricato “Ulteriori attribuzioni di funzioni amministrative agli enti locali”, sembra, peraltro, confermare un’impostazione non costituzionalmente orientata. Vi si legge, infatti, al primo comma che “Le funzioni amministrative trasferite alla Regione in attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione possono essere attribuite, nel rispetto del principio di leale collaborazione, a Comuni, Province e Città metropolitane dalla medesima Regione, in conformità all’articolo 118 della Costituzione, contestualmente alle relative risorse umane, strumentali e finanziarie”. Nonostante l’esplicito riferimento al parametro costituzionale, la disposizione dà per assodato il trasferimento di funzioni amministrative alla Regione nelle materie oggetto di autonomia differenziata e stabilisce che, solo in via residuale ed eventuale, queste possano essere attribuite secondo il meccanismo sussidiario descritto dall’art. 118 Cost.

Come è stato però chiarito in dottrina, il punto di vista logico ed anche prettamente operativo sul quale si fonda il nuovo art. 118 è esattamente inverso rispetto a quello sul quale si fondava la legge 59/97 ed il modello precedente: in quel caso l’attuazione del cosiddetto “federalismo amministrativo” avveniva attraverso gli strumenti del trasferimento, della delega e dell’attribuzione di funzioni ed era dunque compito del legislatore competente stabilire ciò che avrebbe dovuto essere decentrato. Oggi invece dal testo costituzionale deduciamo che il dato di partenza per ogni scelta distributiva è la verifica della generale attribuzione ai Comuni delle funzioni amministrative e casomai è onere del legislatore competente verificare cosa deve “salire di livello” (Cortese, 2003).

Nel testo del disegno di legge Calderoli – ed in tutta la discussione sul regionalismo differenziato, vorremmo aggiungere – il “baricentro dell’art. 118 Cost.”, ossia l’eliminazione di qualunque titolarità costituzionale (statale) regionale a priori di funzioni amministrative (Falcon, 2002), è del tutto pretermesso.

C’è, dunque, un problema di interpretazione del rapporto tra fonti gerarchicamente diverse (legge rinforzata che recepisce l’intesa e Costituzione), ma esiste anche un problema di rapporto tra fonti equiparate. L’intesa – e la legge che la recepisce – interverrà, infatti, in un quadro di assetti comunque già consolidati; non ci si può, pertanto, non domandare in che rapporto si porrà detta legge rispetto alle altre norme vigenti che attribuiscono funzioni amministrative.

Il secondo comma dell’art. 6 del disegno di legge risponde a questo interrogativo, prevedendo che “restano, in ogni caso, ferme le funzioni fondamentali degli enti locali, con le connesse risorse umane, strumentali e finanziarie, di cui all’articolo 117, secondo comma, lettera p), della Costituzione”.

Questa specificazione va certamente nel senso di fare chiarezza rispetto al quadro delle fonti e se ne può dare indubbiamente una valutazione positiva, tanto che è stata definita come “apprezzabile” anche nel parere fortemente critico espresso da ANCI.

Essa, d’altra parte, riproduce quasi letteralmente una previsione che era stata inserita già nella cosiddetta “bozza Boccia”, dove all’art. 1, recante obiettivi e previsioni per l’attribuzione alle Regioni di forme e condizioni particolari di autonomia, vi era un richiamo, nella lettera c), alla necessità che nelle materie oggetto di attribuzione differenziata fossero rispettati i principi di cui all’art. 118 Cost. e che, conseguentemente, “al conferimento delle funzioni si proced(esse) tenendo conto delle funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane definite dalla legislazione statale, ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera p), della Costituzione”.

Il problema è, però, che la norma fa salve le funzioni fondamentali, ma le categorie costituzionali di funzioni amministrative spaziano, come noto, dalle funzioni “proprie”, a quelle “attribuite”, a quelle “conferite” a quelle “delegate”, in un intricato dedalo definitorio dal quale la stessa Corte costituzionale ha fatto talvolta fatica ad uscire.

La recente giurisprudenza della Consulta (sent. n. 189/2021) ha chiarito che la delega non è più configurabile come ordinario strumento di allocazione di competenze da parte del legislatore regionale, in assenza di una specifica abilitazione da parte della fonte a ciò competente e lo ha fatto ricostruendo in modo chiaro la diversa ratio sottesa all’art. 118 Cost pre e post riforma :  “Nel previgente assetto ordinamentale, – si legge – in cui la ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni, improntata al principio del parallelismo tra funzioni legislative e amministrative, era assistita da una presunzione di adeguatezza, la delega, comportando la scissione tra titolarità ed esercizio della funzione, rispondeva a un’essenziale esigenza di flessibilità, sicché si prevedeva che, ove l’ente individuato dalla Costituzione si fosse rivelato inadeguato rispetto alle concrete esigenze della collettività di riferimento, lo svolgimento delle funzioni amministrative sarebbe stato demandato all’ente ritenuto più idoneo a garantirne il soddisfacimento.

Per contro, nel modello delineato dalla riforma costituzionale del 2001, in linea con il principio di sussidiarietà, la valutazione di adeguatezza informa di sé l’individuazione, ad opera del legislatore statale o regionale, dell’ente presso il quale allocare, in termini di titolarità, la competenza. Infatti, muovendo dalla preferenza accordata ai Comuni, cui sono attribuite, in via generale, le funzioni amministrative, la Costituzione demanda al legislatore statale e regionale, nell’ambito delle rispettive competenze, la facoltà di diversa allocazione di dette funzioni, per assicurarne l’esercizio unitario, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza” (corsivo nostro).

Il movimento della sussidiarietà descritto in Costituzione è, dunque, dal basso verso l’alto (dal Comune e casomai a salire); nel disegno di regionalismo differenziato torna invece ad essere dall’alto verso il basso (dalla Regione e casomai a scendere).

Come si è detto in apertura, immaginare delle Regioni che facciano solo legislazione e programmazione è non solo velleitario, ma ormai totalmente decontestualizzato; ciò nonostante, anche la deriva che si è potuta intravedere negli anni più recenti, confermata da questo modo di attuare il regionalismo differenziato, non può non destare qualche preoccupazione.

Non fosse altro perché il “sovraccarico” di funzioni amministrative in capo alle Regioni potrebbe portare a quella che è stata definita una “superfetazione” di organismi ed enti di derivazione appunto regionale, della quale non si sente davvero il bisogno. La paura di una moltiplicazione di agenzie, aziende o altri soggetti deputati all’esercizio delle funzioni amministrative regionali è stata esplicitata da ANCI in una proposta emendativa al testo che proponeva l’espresso divieto di costituzione da parte delle Regioni; il suggerimento non è stato tuttavia raccolto dal Governo e pertanto, salvo che non si intervenga in una fase successiva a modificare tale previsione, sarà rimesso alla discrezionalità delle Regioni ad autonomia differenziata applicare o meno il principio di cui all’art. 118 Cost.

Stante questo quadro, sia consentita qualche considerazione finale sul tema complessivo delle funzioni amministrative e della loro allocazione ai diversi livelli territoriali, nonché qualche nota, che indugia a dire il vero al pessimismo, circa la tenuta del Titolo V a vent’anni dalla sua entrata in vigore.

Occorre dirsi con franchezza che il disegno riformatore ha mancato di raggiungere l’obiettivo che si era prefissato sotto diversi profili e non occorre neppure spendere tante parole per dimostrare che non tutto ha funzionato come era nelle intenzioni: non il riparto di competenze legislative dell’art. 117 Cost., ampiamente rivisto e reinterpretato dalla giurisprudenza costituzionale; non l’allocazione delle funzioni amministrative secondo quanto stabilito dall’art. 118. Cost; non il cosiddetto “federalismo fiscale” disegnato dall’art. 119 Cost., la cui timida attuazione avviata nel 2009 è oggi lettera morta. Ci si dovrebbe allora forse domandare che senso ha – e se ha senso – dare attuazione alle previsioni contenute nell’art. 116, comma 3, Cost. che, come detto in precedenza, affonda la sua ragion d’essere in un impianto costituzionale pensato in un determinato modo, ma che è andato poi in altra direzione.

Ciò peraltro nella convinzione piena che differenziare non solo sia opportuno, ma assolutamente necessario. E’ infatti ben più che condivisibile l’osservazione di chi ha sottolineato che “piaccia o no, esiste già un regionalismo differenziato, naturalmente non di diritto, ma di fatto, per le disparità economiche, sociali e di efficienza amministrativa esistenti fra le Regioni italiane” (Spadaro, 2019).

Il problema è che il sistema delle autonomie locali nel suo complesso non sta funzionando e che quindi, a Costituzione invariata, occorre certamente dare attuazione alla previsione di regionalismo differenziato contenuta nell’art. 116, comma 2, Cost., ma non senza aver valorizzato tutti gli enti costitutivi della Repubblica, secondo quanto stabilito dall’art. 114 Cost., e non senza aver attuato il dettato dell’art. 118 Cost.

Il tutto, naturalmente, nella cornice dell’art. 5 della Carta costituzionale che nella sua essenzialità – come per molti dei principi fondamentali della Repubblica – riesce a tenere insieme il principio autonomista (e dunque la differenziazione, perché autonomia è differenziazione) ed il principio solidarista (e dunque l’unità, perché solidarietà è unità).

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

F. Cortese, Le competenze amministrative nel nuovo ordinamento della Repubblica. Sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza come criteri allocativi, in Le Istituzioni del Federalismo, n. 5/2003;

M. Di Folco, Le differenziazioni ipotetiche: l’art. 116 della Costituzione, in L. Vandelli (a cura di), Il governo delle Regioni: sistemi politici, amministrazioni, autonomie speciali, Bologna, il Mulino, 2012, p. 419 e ss;

F. Fabrizzi, A. Poggi, G.M. Salerno (a cura di), Ripensare il Titolo V a vent’anni dalla riforma del 2001, in federalismi.it – Focus Territorio e Istituzioni, n. 20/2022;

G. Falcon, Funzioni amministrative ed enti locali nei nuovi artt. 118 e 117 della Costituzione, in Le Regioni, n. 2/3 del 2002;

A. Spadaro, Appunti sul “regionalismo differenziato”: una buona idea che può diventare un disastro, in federalismi.it, n. 19/2019;

S. Staiano, Salvare il regionalismo dalla differenziazione dissolutiva, in federalismi.it, n. 7/2023;

A. Sterpa, Il buio sentiero verso l’“ulteriore autonomia” regionale: quando si scambiano lucciole per lanterne, in F. Pastore (a cura di) Il regionalismo differenziato. Atti del convegno di Cassino del 5 aprile 2019, Padova, Cedam-Wolter Kluver, 2019, p. 25 e ss;

C. Tubertini, Il percorso di (in)attuazione dell’art. 118, comma I Cost. Proposte per una ripartenza, in federalismi.it – Focus Territorio e Istituzioni, n. 20/2022.

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Federica Fabrizzi
fabrizzi@per.it

Professore associato di Istituzioni di diritto pubblico dal 2016, da novembre 2021 preso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università La Sapienza. E' titolare delle cattedre di Istituzioni di diritto pubblico, di Governance multilivello delle politiche pubbliche e di Diritto dell’informazione presso il Dipartimento di Scienze Politiche di Sapienza. Coordinatore scientifico del progetto di ricerca “Rinascita dei Borghi, per il rilancio delle aree marginali e lo sviluppo di poli di attrattività” dell’Osservatorio per lo Sviluppo dei Territori nell’ambito del Protocollo d’Intesa tra la Fondazione FormAP e l’Eurispes. Principali aree di ricerca: Autonomie territoriali, Giustizia costituzionale, Organizzazione e forma di governo, Storia costituzionale.

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