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Autonomia strategica Ue, non c’è più tempo da perdere. A Versailles i leader discutono dell’economia di guerra

di Vittorio Ferla

 

Il vertice dei leader europei iniziato ieri pomeriggio a Versailles si svolge durante la presidenza semestrale di turno francese del Consiglio dell’Unione europea. Nelle previsioni di Emmanuel Macron la riunione, prevista da mesi, doveva essere dedicata al “nuovo modello di crescita economica e investimenti” per l’Europa. Fin dal suo insediamento all’Eliseo, Macron promuove il concetto di “autonomia strategica” dell’Unione: un’orizzonte che è rimasto in questi anni sempre molto vago a causa delle divisioni tra i vari paesi membri.

L’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca stravolge il programma originario del vertice ma rende attualissimo e urgente il concetto caro a Macron. I leader europei devono rispondere a quattro sfide indifferibili: la difesa comune, l’indipendenza energetica dalla Russia, un nuovo allargamento a est, un modello di fiscalità condiviso per finanziare i nuovi impegni. Di fronte all’offensiva militare di Vladimir Putin, la mancanza di una risposta comunitaria metterebbe a repentaglio la stessa sopravvivenza dell’Europa.

Il primo punto riguarda la difesa comune. Ormai da mesi l’Unione europea ha prospettato uno Strategic Compass per avvicinarsi all’obiettivo di una sicurezza europea. Ma il conflitto in Ucraina chiede una reazione ben più rapida rispetto alla tradizionale lentezza dei processi comunitari. In questo cammino, un ruolo strategico riguarda la partecipazione all’Alleanza atlantica. Al vertice Nato del 2014 in Galles, i paesi Ue membri della Nato si sono impegnati a spendere il 2% del prodotto interno lordo per la difesa entro il 2024. Ma pochissimi hanno rispettato l’impegno: ad oggi solo Grecia, Estonia, Lettonia, Polonia e Lituania spendono più del 2% per la difesa. È il motivo della ricorrente insofferenza degli Stati Uniti che chiedono da tempo maggiore disponibilità agli alleati europei. Ed è la prova che i paesi dell’Europa orientale sono quelli che si sentono maggiormente minacciati dalla vicinanza alla Russia. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha annunciato l’intenzione della Germania di investire ben 100 miliardi nell’aggiornamento delle tecnologie e degli equipaggiamenti militari del paese e di raggiungere finalmente la fatidica soglia del 2% di investimenti per la partecipazione alle spese della Nato. Una vera e propria rivoluzione. Dalla sconfitta del nazismo, l’idea di una Germania armata è stata un tabù per l’Europa (e per la stessa Germania). Ma il risveglio dell’orso russo ha completamente sconvolto il quadro strategico continentale. Per nostra fortuna, la corsa al riarmo di Berlino avviene nel quadro dell’Unione europea e dell’Alleanza atlantica, garantendo la sicurezza di tutti. In più, se si pensa che la Germania è il gigante economico del continente è facile immaginare il peso che potrà avere sul rafforzamento della difesa comune. Tuttavia, non è solo una questione di spesa ma anche di efficienza. I paesi Ue messi insieme sono secondi solo agli Stati Uniti per spesa militare, ma si stima che circa 26,4 miliardi di euro siano sprecati ogni anno a causa di duplicazioni inutili. Ecco perché serve la cooperazione e la messa in comune delle risorse dei diversi stati membri. In questi giorni, l’attivazione del “Fondo europeo per la Pace” per finanziare l’invio di “armi letali” alla resistenza ucraina rappresenta un primo ma insufficiente passo nella direzione di una strategia comune. Ma presto alla Russia si aggiungerà la Cina: diventerà il secondo paese nel pianeta per la spesa militare entro il 2025.

La seconda sfida è quella dell’energia. Le recenti politiche dell’energia sono state ispirate da finalità ambientali: la riduzione delle emissioni nocive e l’impegno per il clima. All’improvviso, l’invasione dell’Ucraina, il timore di interruzioni di energia da parte della Russia e la necessità di colpire Mosca con sanzioni molto dure hanno messo all’ordine del giorno la sovranità energetica. I paesi membri hanno scoperto repentinamente la loro debolezza: provocata, da un lato, dalla estrema frammentazione delle politiche nazionali dell’energia, e, dall’altro, dalla eccessiva dipendenza di alcuni dalle forniture provenienti dalla Russia. Con i carri armati di Mosca alle porte di Kiev, questo è un mix esplosivo sul quale occorre intervenire in fretta e furia. Finlandia e Lettonia dipendono dal gas russo per oltre il 90% dei loro consumi, la Bulgaria per oltre il 75%, la Germania quasi per il 50%, l’Italia per il 45%, la Polonia per il 40%. Per tutti questi paesi, ridurre la dipendenza energetica di due terzi entro la fine dell’anno, come prevede il piano predisposto dalla Commissione europea, per poi azzerarla entro il 2030, è una sfida enorme. Alcuni paesi chiedono tempo, altri vorrebbero raggiungere l’indipendenza da subito, con i sacrifici conseguenti per le imprese e le famiglie nei paesi più dipendenti. La questione tocca anche le sanzioni alla Russia. Germania e Italia hanno già detto che non sono disponibili a chiudere il rubinetto energetico alimentato da Mosca. Ma così Putin continua a ricevere le risorse necessarie per alimentare la sua offensiva. Per quanto potrà durare il rifiuto di Germania e Italia con la guerra alle porte di casa?

La terza sfida riguarda il nuovo modello di crescita e investimenti. Sul tavolo c’è l’ambizione dell’Ue di riprendere il controllo delle catene del valore globalizzate, affrontando i problemi di approvvigionamento, i nuovi rischi alimentari e industriali legati alle importazioni di derrate agricole da Russia e Ucraina, i rincari dei prezzi dell’energia e la minaccia dell’inflazione. Ma il tema che, in queste ore, è diventato sempre più pressante riguarda la possibile adozione di un Recovery Plan di guerra, necessario più che mai per finanziare gli ingenti investimenti ora necessari per la difesa comune e per l’indipendenza energetica. I paesi del Nord, guidati da Germania e Olanda, hanno già messo le mani avanti. Viceversa, per Macron l’obiettivo è cruciale e impellente: senza Recovery Plan o debito condiviso o eurobond – usate il nome che vi pare – non ci sarà lo scatto necessario verso l’autonomia strategica dell’Europa.

L’aumento della spesa pubblica europea si renderà necessaria anche in vista del prossimo ulteriore allargamento a est dell’Unione. Ucraina, Georgia e Moldavia bussano alle porte della Ue: la Commissione si prepara a valutarne le candidature. Ma bisogna ricordare che la verifica del rispetto delle condizioni di ingresso (i cosiddetti “criteri di Copenaghen” su democrazia, diritti fondamentali e stato di diritto, stabilità delle istituzioni, economia di mercato aperta, capacità amministrativa, ecc.) ha sempre richiesto un processo lungo e scrupoloso. Difficile anticiparlo, sia per la diffidenza di alcuni stati membri – Olanda e Germania in testa – sia per il rischio di irritare quei paesi – per esempio, i balcanici – che sono da tempo in lista d’attesa. È evidente però che una improvvisa accelerazione non dovrebbe stupirci. Lo shock della guerra chiede un’Europa più forte e più unita. Davvero, non c’è più tempo da perdere.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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