Berlinguer fra compromesso storico e questione morale: il populismo nel PCI - Fondazione PER
20189
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Berlinguer fra compromesso storico e questione morale: il populismo nel PCI

di Luciano M. Fasano

1. Il populismo: un fenomeno dai contorni cangianti

È ben noto che definire il populismo è cosa assai difficile, come dimostrano la molteplicità di studi – sociologici, filosofici e politologici – su questo tema, che a seconda dei casi spesso enfatizzano anche aspetti diversi (Segatti, 2019). Una moltitudine di definizioni anche assai diverse fra loro, che si allineano in una lista spesso vertiginosa per la sua indeterminata lunghezza, producendo una sorta di bulimia classificatoria, che si è peraltro accentuata nel corso dell’ultimo decennio a seguito dell’incremento delle manifestazioni politiche riconducibili a questo fenomeno. Con ciò, una panoramica di questa ampiezza, per com’è possibile ritrovare nelle molteplici pubblicazioni dedicate al tema (Tarchi, 2019; Rovira-Kaltwasser, Taggart, Ochoa Espejo e Ostiguy, 2017) , è già di per se stessa motivo di una grande ambiguità di significati. Del resto, come hanno già avuto modo di sottolineare altri contributi, è l’essenza stessa del populismo, nella sua forma cangiante, flessibile, capace di adattarsi a situazioni diverse, a rendere assai difficile, se non impossibile, definire in maniera analiticamente e concettualmente univoca questo particolare fenomeno.

In ogni caso, minimo comun denominatore fra le diverse definizioni disponibili per il populismo è  l’idea intuitivamente – non razionalmente – fondata, apoditticamente postulata e ipostatizzata della superiorità morale del popolo. Una superiorità che trova simbolicamente una sintesi assai efficace nello stilema, tipicamente populista, che è possibile ritrovare nella seguente frase di Eva Duarte Peron (1953): “Un giorno saggiamente disse Peron che, avendo percorso il paese da un capo all’altro e avendone conosciuto tutte le bellezze e le meraviglie alla fine ebbe ad incontrarsi con la sua più grande e alta bellezza, il popolo” (Bobbio, Matteucci e Pasquino, 1990; p. 833). In tal senso, possiamo generalmente ricondurre al populismo le diverse formule politiche, in particolare pratiche discorsive e retoriche, per le quali “fonte precipua di ispirazione e termine costante di riferimento è il popolo considerato come aggregato sociale omogeneo e come depositario esclusivo di valori positivi, specifici e permanenti”(Bobbio, Matteucci e Pasquino, 1990; p. 832).

2. Populismo di destra e di sinistra: fenomeno endemico della democrazia

La superiorità morale del popolo, che per l’appunto può considerarsi elemento costitutivo irrinunciabile del populismo può essere declinato, variabilmente combinato con altre caratteristiche salienti del fenomeno, sia in una prospettiva di destra che di sinistra. Fin dalle sue origini storiche, infatti, il populismo trovò declinazioni appropriate su entrambi i fronti della dialettica politica moderna. Dapprima – dal 1848, fino all’avvento del bolscevismo al potere con la Rivoluzione russa – nell’ambito della nascente tradizione dell’anarchismo e del socialismo russo, dove attecchì soprattutto sulla natura  spontaneamente collettivista e socialista delle comuni dei contadini russi (l’obščina; Venturi, 1952 e 1972). Successivamente – dal 1891, con la nascita del People Party, nello stato americano dell’Ohio – nel solco dell’individualismo della nuova frontiera di stampo jeffersoniano, dove si affermò soprattutto fra i coloni e i piccoli contadini (farmers) degli stati del Middlewest e del Sud (Pollack, 1962 e Gennaro Lerda, 1981). Movimenti politici che, pur nascendo in contesti sociali ed economici diversi – la Russia pre-capitalistica e gli Stati Uniti proto-capitalistici – si contraddistinguevano entrambi per una sorta di “utopia regressiva”, ovvero un profondo attaccamento nei confronti di un mondo che stava tramontando, che non veniva declinata in una prospettiva coerentemente conservatrice, ma piuttosto come un rassicurante ancoraggio a quei valori e principi che avrebbero in una certa misura potuto attenuare le conseguenze più contraddittorie e conflittuali delle trasformazioni in atto. Anche se è a partire dall’esperienza americana che il fenomeno populista (associato in quel peculiare contesto al termine inglese “populism”) si arricchisce di significati particolari che rinviano in chiave demagogica a quell’atteggiamento ingenuo quanto velleitario per cui i grandi e inevitabili problemi che insorgono a seguito delle trasformazioni sociali possano essere risolti grazie all’amore per il popolo e la considerazione del senso comune che lo alimenta.       

Anche in epoca recente, il populismo è solito manifestarsi come fenomeno politico sia di destra sia di sinistra. Vox e Podemos in Spagna ne sono un chiaro esempio a livello di un determinato paese. Ma non solo: siamo soliti ricondurre a un’ispirazione populista i comportamenti di partiti di destra, come la Lega (prima Lega Nord, poi Lega per Salvini Premier) in Italia, il Partito dei Pirati nei Paesi Bassi, Alternative for Deutchland in Germania, il Rassemblement National in Francia, ma anche di partiti di sinistra, oltre al già citato Podemos, il Movimento 5 Stelle (rispetto alla sua ultima evoluzione) in Italia, Syriza in Grecia, La France Insoumise in Francia. E ancora, proprio per questa sua straordinaria variabilità adattiva, il populismo può ritrovarsi anche in partiti e leader politici che apparentemente sembrano del tutto estranei a questo tipo di comportamenti. In questo senso, perciò, possiamo ritenere che il populismo sia in una certa misura un aspetto costitutivo ineliminabile della politica democratica. È noto che i due pilastri su cui si fonda ogni polity democratica sono, da un lato, quello del consenso popolare e, dall’altro, quello delle garanzie costituzionali. L’uno senza l’altro non sono in grado di rappresentare una democrazia, perché un regime democratico fonda le proprie condizioni di legittimazione sul principio della sovranità popolare. Ma talvolta l’uno, cioè il consenso popolare, può prendere il sopravvento sull’altro, che viene di conseguenza messo in secondo piano, quando non addirittura escluso. Nelle democrazie “illiberali”, come sono definite da Zakaria (2007), in cui si celebrano elezioni libere, competitive e corrette sebbene non vengano generalmente rispettati i diritti civili e la Rule of Law, così come nelle democrazie “delegate” secondo O’Donnell (1994), dove il potere esecutivo è di fatto sottratto al controllo di quello legislativo e giudiziario, accade proprio questo. Chi vince le elezioni si ritiene autorizzato a governare come meglio crede, soggiacendo ai soli rapporti di forza che si sono determinati nelle urne. È infatti tale il ruolo che il consenso popolare gioca nel definire costitutivamente – sebbene non dovrebbe avvenire in maniera esclusiva-  una polity democratica, che il richiamo alla funzione di legittimazione democratica esercitato in via di principio dal “popolo” può talvolta assumere una valenza soverchiante. Ed è proprio in ciò che consiste la natura implicitamente populista della politica democratica: nella tentazione, sempre latente, di attribuire in ultima istanza al giudizio positivo di chi ci ha votato, in quanto popolo, la legittimazione incondizionata di ogni nostra iniziativa politica. È chiaro che il “governo del popolo, dal popolo, per il popolo” del famoso discorso di Lincoln a Gettysburg (1863) non significa questo, ma il “cortocircuito” fra consenso popolare e legittimazione democratica esclusiva è sempre in agguato! Così come lo è la manipolazione in chiave strumentale del consenso elettorale come espressione incondizionata della volontà generale.

3. Il populismo nei partiti non populisti: il caso del PCI di Berlinguer

In virtù delle sue caratteristiche cangianti, oltre che della sua pervasiva latenza nel contesto della politica democratica, il populismo ben si presta a rappresentare un aspetto che può, variabilmente e a seconda delle circostanze, interessare anche organizzazioni politiche i cui tratti ideologici e culturali tendenzialmente contrastano con la stessa logica populista. Ciò si deve anzitutto al fatto che un comportamento populista, grazie all’ambiguità e versatilità che dal punto di vista culturale lo contraddistinguono, tende a presentarsi assumendo la forma di una scelta strategica contingente, configurando una sorta di manovra diversiva che un dato attore politico (partito o leader) può mettere in atto per cercare di gestire situazioni e scelte difficili, al fine di aggirare tali circostanze attraverso la ricerca di un più facile e meno impegnativo consenso. Il populismo, quindi, non lo si ritrova soltanto nei partiti populisti o neo-populisti strettamente intesi, ma poiché corrisponde a un tipo di comportamento strategico che può risultare particolarmente utile, ed elettoralmente efficace, in situazioni difficili, può in maniera congiunturale ritrovarsi anche in partiti politici che siamo abituati a considerare non populisti.

Un esempio in questo senso è rappresentato dal Partito comunista italiano, nel corso dell’ultima fase della segreteria di Enrico Berlinguer, dalla fine del governo di “solidarietà nazionale” fino alla battaglia per il referendum abrogativo sulla scala mobile. Un partito che, di per sé, presentava caratteristiche ideologiche, politiche e organizzative estranee ed alternative a una logica populista. Basti pensare al principio decisionale del “centralismo democratico” (per cui le decisioni vengono prese dal gruppo dirigente centrale e poi trasmesse per l’adozione all’intero partito) e alla “natura leninista” della forma partito (centrata sul criterio di responsabilità per il gruppo dirigente, con il corollario dell’unità necessaria di fronte alle scelte politiche di ordine strategico; Macaluso e Petruccioli, 2020 e Napolitano, 2005). Ma nemmeno il PCI è stato in grado di sottrarsi alla tentazione del populismo, che peraltro poteva essere chiaramente rintracciato anche nell’atteggiamento ideologico di molti intellettuali progressisti italiani. Va infatti ricordato come già alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, Asor Rosa evidenziasse la diffusione fra gli intellettuali di sinistra di una concezione del “popolo” che ingenuamente tendeva ad attribuirgli una valutazione positiva, sotto il profilo ideologico, storico, sociale o etico, secondo una logica orientata a trovare in una tale immagine ipostatizzata e mitizzata un possibile antidoto alla modernizzazione. Secondo Asor Rosa (1965), i principali limiti di un approccio populista di questo tipo, che in particolare traeva origine dalla cultura progressista nata dalla Resistenza, risiedevano nel condannare le condizioni delle classi subalterne nei termini di unindistinta indignazione umanitaria che, facendo appello allunità di tutte le forze popolari del paese, si esauriva in una denuncia dellarretratezza socio-economica dellItalia generica ben poco efficace dal punto di vista politico. Una concezione che tuttavia risultava in forte contrasto con il ruolo che il marxismo assegnava alla classe operaia nello sviluppo e nel superamento del capitalistico moderno. Questo tipo di populismo, come mise in luce Matteucci, risultava particolarmente attraente anche agli occhi di alcune componenti del mondo cattolico, che condividevano con la sinistra una visione manichea dei conflitti sociali e l’avversione verso il pluralismo della cultura liberale, accompagnate da un’evidente ostilità nei confronti del progresso e della modernità (Matteucci, 1976).     

Il Partito comunista italiano sotto la guida di Enrico Berlinguer e nella fase storica che va dal colpo di stato in Cile (1973) ai governi di solidarietà nazionale (1976-79), che coincide anche con la costruzione della strategia del cosiddetto Eurocomunismo” (1973-77), si trova al centro di scelte strategiche complicate e difficili, non prive di forti contraddizioni logiche e politiche. La straordinaria avanzata elettorale, la fine della spinta propulsiva esercitata dal comunismo sovietico, i rischi per la democrazia che si affacciano in diversi paesi, dal golpe cileno alla Grecia dei colonnelli, lo stragismo e la strategia della tensione in Italia, pongono i comunisti italiani dinnanzi a un impegnativo problema strategico: come consolidare il proprio ruolo nel gioco politico italiano evitando di mettere a repentaglio la tenuta delle istituzioni democratiche. La soluzione è individuata a livello nazionale nel “compromesso storico”, cioè nell’accordo di governo con la Democrazia cristiana, e in sede internazionale nell’ “Eurocomunismo”, cioè la rivendicazione, insieme ai partiti comunisti spagnolo e francese, di una maggiore autonomia rispetto all’Unione Sovietica. Ma con la fine degli anni Settanta questa prospettiva strategica va esaurendosi. E a quel punto il PCI si trova senza riferimenti, dovendo ripensare ex novo la sua funzione di grande partito di massa e di principale forza di opposizione. È così che si creano le condizioni per alimentare quel culto dell’alterità comunista che, a partire dall’affermazione della cosiddetta “questione morale”, relegherà il PCI nel ruolo di un’opposizione irriducibile e intransigente, quanto sterile e inefficace, per quasi tutta la durata degli anni Ottanta, portandolo ad assecondare una lettura della politica italiana e dei suoi protagonisti improntata a una logica che presenta chiare componenti populiste.

    

Ma come maturano le condizioni di questa svolta populista? Quali caratteristiche ideologiche, culturali e politiche dei comunisti italiani favoriscono l’affermarsi di una strategia che strizza l’occhio al populismo? Cosa permetterà il consolidarsi di questo atteggiamento nelle fila della sinistra italiana, al punto che ancora oggi in molti sui settori risulta assai controverso riconoscersi in una prospettiva riformista in grado di assumersi compiutamente una matura responsabilità di governo, senza ritenere di aver tradito gli ideali più profondi della propria tradizione politica? 

4. Eurocomunismo e compromesso storico: la stretta via democratica al governo

Negli anni che seguono il colpo di stato in Cile del 1973 il Partito comunista italiano inizia una lenta ma costante marcia di avvicinamento all’area di governo. Tra il 1975 e il 1976 le elezioni regionali prima e quelle politiche poi segnano  una significativa avanzata dei comunisti, che passano dal 27% al 34% circa. Ciò rappresenta il presupposto più evidente e concreto della crescente legittimazione democratica di quel partito, sebbene esso fosse ancora vittima della cosiddetta “conventio ad excludendum”, che per ragioni prevalentemente legate alla collocazione internazionale ne interdiceva la possibilità di essere considerato un affidabile partner di governo. Si impone perciò, con una rilevanza fino a quel momento inedita, il problema di come gestire tale avanzata elettorale e in prospettiva nuove legittime ambizioni rispetto all’ingresso nell’esecutivo. Sebbene quanto accaduto in Cile lasciava chiaramente presagire che un ingresso del PCI al governo potesse da un lato alimentare le preoccupazioni dell’amministrazione americana e delle cancellerie dei paesi europei membri del Patto atlantico, e dall’altro scatenare la reazione dei settori più conservatori del paese, così da mettere a rischio la stessa tenuta della ancora giovane democrazia nostrana. Non dobbiamo peraltro dimenticare come la politica italiana, già dalla strage di piazza Fontana del 1969, fosse gravemente condizionata da episodi di violenza terroristica, da un lato da parte dell’estremismo neo-fascista e dall’altro da parte dell’estremismo di sinistra, che  nel corso del tempo avevano finito con alimentare una logica di opposti estremismi, oltre che una risposta eversiva da parte di alcuni settori dello stato, a cominciare dagli apparati deviati dei servizi segreti, nota con il nome di “strategia della tensione”.

In questo clima difficile e incandescente, è comprensibile che l’approdo al governo del PCI per via democratica, attraverso il consenso popolare, potesse presentarsi come un evento in grado di innescare diverse reazioni, in sede nazionale e internazionale, suscettibili di ripercussioni anche sulle istituzioni democratiche repubblicane. È in questo quadro politico che si afferma la strategia della “solidarietà nazionale”, annunciata dalla pubblicazione di tre successivi articoli di Enrico Berlinguer su “Rinascita” nell’autunno 1973 [Rinascita”, n. 38 del 28 settembre 1973: “Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni – Necessaria una riflessione attenta sul quadro mondiale”; Rinascita”, n. 39 del 5 ottobre 1973: “Via democratica e violenza reazionaria – Riflessione sull’Italia dopo i fatti del Cile”; Rinascita”, n. 40 del 12 ottobre 1973: “Alleanze sociali e schieramenti politici – Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile”; cfr. Berlinguer, 2014]. La cauta ma costante marcia di avvicinamento del Partito comunista italiano all’area governativa prende così la forma di un’alleanza privilegiata con la DC, nella prospettiva di una più ampia unità delle forze democratiche che lo stesso Berlinguer riprende come ispirazione dalla via italiana al socialismo di togliattiana memoria. In un intervento commemorativo di Togliatti del marzo 1973, ossia ben prima del golpe cileno, Berlinguer afferma infatti che la lezione unitaria togliattiana conserva intatta la sua validità, riprendendo la formula utilizza da Togliatti stesso, in occasione del X Congresso del PCI (1962): La nostra politica di unità proletaria, di unità delle masse popolari comuniste, socialiste, cattoliche, di unità del movimento democratico, di unità nazionale, non era necessaria soltanto per far fronte a tentativi di rinascita fascista, per garantire semplicemente la difesa dallattacco reazionario. Era necessaria e giustificata per rendere possibile la costruzione di un ordinamento democratico di tipo nuovo, ossia per compiere una radicale opera di rinnovamento della vita nazionale, della sua struttura economica e politica” (Berlinguer, 1975; p. 572). È peraltro il rapporto con la Democrazia cristiana che dovrebbe garantire gli interlocutori internazionali – a cominciare da Washington – circa le conseguenze non destabilizzanti dell’ingresso dei comunisti al governo. Quella opzione strategica avrà poi modo di concretizzarsi, fra il 1976 e il 1979, con il governo Andreotti Ter (1976-78) che vide l’astensione del PCI, e il governo Andreotti Quater (1978-79), con l’appoggio esterno dei comunisti.

Sul piano internazionale, la strategia del compromesso storico si inquadra nella più generale prospettiva dell’“Eurocomunismo”, che proprio nella metà degli anni Settanta aveva indotto i partiti comunisti italiano, spagnolo e francese a ricercare una specifica via continentale – alternativa a quella ortodossa sovietica – per approdare a un socialismo compatibile con istituzioni rappresentative della democrazia liberale, all’interno di un quadro di distensione legato a un nuovo ruolo internazionale dell’Europa. La piega ormai presa dalla guerra del Vietnam, che si concluderà nel 1975 con la caduta di Saigon e la sconfitta militare degli americani, stava lasciando intendere che il quadro internazionale potesse modificarsi in direzione di un deciso allentamento dell’ordine bipolare che vedeva protagonisti USA e URSS, che avrebbe potuto determinare le condizioni per un nuovo ruolo internazionale dei paesi europei, con evidenti ripercussioni anche rispetto ai rapporti fra i partiti comunisti dell’Europa occidentale e il PCUS. Ciò avrebbe permesso a quei partiti di riconoscersi in questo nuovo equilibrio internazionale meno polarizzato, senza mettere in discussione l’appartenenza alla sfera di influenza atlantica e al tempo stesso rimarcando una maggiore indipendenza nei confronti dell’Unione Sovietica. I protagonisti francesi (PCF) e spagnoli (PCE) dellEurocomunismo” in quegli anni erano meno forti dei cugini socialisti dei rispettivi paesi (PS e PSOE), mentre in Italia i rapporti di forza fra comunisti e socialisti risultavano nettamente a favore dei primi. Ciò rendeva l’iniziativa del PCI più foriera di conseguenze a livello internazionale di quanto in realtà non lo fossero quelle dei comunisti francesi e spagnoli. Anche se l’autorevolezza dell’Unione Sovietica agli occhi dei partiti comunisti europei aveva subito le prime incrinature già alla fine degli anni Sessanta, quando l’intervento militare per porre termine alla Primavera di Praga aveva procurato la dura condanna di molti settori intellettuali e politici della sinistra occidentale, ripercuotendosi duramente anche nel dibattito interno ai partiti comunisti, che proprio a seguito dei fatti della Cecoslovacchia sperimentarono, come già era accaduto nel 1956 per l’Ungheria, divisioni e abbandoni.   

Sul piano nazionale, invece, l’ingresso nell’area di governo del PCI a seguito di un rapporto di intesa con la DC equivale a una sorta di istituzionalizzazione di quel “consociativismo occulto” (nel confronto politico e parlamentare pubblico) ma “stabile” (nell’attività di policy making e rispetto a tutti i provvedimenti legislativi di maggiore rilievo) che fin dalla fase costituente aveva rappresentato la configurazione compiuta della nostra costituzione materiale. DC e PCI erano i due partiti a integrazione di massa che incarnavano le principali tradizioni politiche all’origine dell’esperienza repubblicana, di conseguenza il “compromesso storico” corrisponde al definitivo compimento di quella visione di democrazia progressiva incarnata dall’accordo fra comunisti e democristiani che già aveva avuto modo di delinearsi in sede costituente. Un’intesa che, grazie alle mutate condizioni storiche, può a questo punto rinnovarsi, passando dall’accordo sulle regole della convivenza democratica che aveva contraddistinto la fase costituente all’accordo sulla possibilità di rinnovamento della struttura economica e sociale del paese come orizzonte di riferimento nella gestione condivisa del governo. Tuttavia l’intesa con la DC non è considerata dai comunisti come il primo passo sulla strada di una compiuta democrazia dell’alternanza di stampo anglosassone, ma come la costruzione di un’alleanza fra le principali forze popolari del paese per la realizzazione di un regime di giustizia sociale più avanzata. In questo senso, il rapporto con la DC in una prospettiva di governo deve intendersi come la condizione di possibilità per progredire in direzione di quelle riforme di struttura” che, nella visione dei comunisti, avrebbero comunque permesso di perseguire la lotta al capitalismo nellambito delle istituzioni democratiche. Di qui il carattere “storico” del compromesso, che avrebbe per l’appunto permesso di “istituzionalizzare” il legame consociativo che già caratterizzava i rapporti fra DC e PCI in un’accordo politico e di governo alla luce del sole, grazie al quale sarebbe stato riconosciuto anche maggiore spazio a quel cattolicesimo popolare e democratico di origini dossettiane da tempo in sintonia con i comunisti (Addario e Fasano, 2019). Ciò avrebbe inoltre favorito un allentamento delle forti tensioni sociali che in quel momento attraversavano la società italiana, alimentando nella logica degli opposti estremisti un terrorismo sia rosso che nero prossimo a radicalizzarsi in un conflitto potenzialmente eversivo per le istituzioni democratiche del paese (come avrebbe peraltro dimostrato il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro nel 1978).

La strategia dell’ “Eurocomunismo” sul piano internazionale e quella del “compromesso storico” sul piano nazionale identificano perciò il vero e unico sbocco possibile per una forza politica, come il PCI, che vive la contraddizione di rappresentare una parte consistente del paese, essendo al tempo stesso anche il partito comunista più grande del mondo occidentale, senza però potersi proporre come alternativa legittima alla guida di un governo democratico. Un partito in cui si saldano la critica del sistema capitalistico e della democrazia liberale, che per ragioni di carattere ideologico il PCI avrebbe voluto superare, e la necessità di ritagliarsi un ruolo in grado di influenzare direttamente (e “allo scoperto”) l’indirizzo politico del paese interpretando i bisogni delle masse che rappresentava. All’interno di questa irriducibile contraddizione, nell’orizzonte del bipolarismo internazionale in cui si contrapponevano USA e URSS, la via del compromesso storico appare pertanto come l’approdo necessario, conseguente, inevitabile per conferire una funzione politica di rilievo a un partito comunista nel contesto di una liberal-democrazia occidentale, al di là dell’esercizio di una semplice funzione di opposizione in una logica di mera testimonianza.  Ciò che peraltro consente al PCI di conservare quell’ambiguità di fondo ereditata dal “consociativismo occulto” per cui il rapporto con la DC in una prospettiva di governo può anche intendersi come condizione di possibilità per progredire in direzione di quelle “riforme di struttura” che, nella visione dei comunisti, avrebbero permesso di continuare a perseguire la lotta al capitalismo nell’ambito delle istituzioni democratiche. 

5. Dal compromesso storico alla “questione morale”

La fase di impegno dei comunisti nel governo del paese si concluse nella primavera 1979, circa un anno dopo il rapimento e lomicidio del Presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro. La reciproca compatibilità nell’esecutivo di DC e PCI era stata compromessa dalle profonde divergenze di vedute che alimentavano il rapporto fra i due partiti, principalmente su questioni economiche e del lavoro, che avevano accresciuto nei comunisti la convinzione di essere relegati in un ruolo marginale rispetto alle più importanti scelte di governo. Dapprima la fine della solidarietà nazionale viene sancita nel dibattito interno al PCI attraverso il passaggio dalla strategia del “compromesso storico” a quella dell’ “alternativa democratica” (1980). Consapevoli dell’impossibilità pratica – per condizioni politiche non ancora mature – di un’alternativa di sinistra, l’obiettivo diventava la ricerca di governi di solidarietà nazionale che escludessero la DC, ma ben presto questa strategia si dimostrò inefficace, non potendosi ravvisare i necessari presupposti nella disponibilità delle forze politiche che avrebbero dovuto favorire l’esclusione dei democristiani del governo, a cominciare dal PSI, che con la svolta del Midas e l’elezione di Craxi a segretario scelse la via dell’autonomia socialista in una prospettiva marcatamente anti-comunista. Successivamente, con un’intervista concessa a Scalfari per la Repubblica (Berlinguer, 1981 e 2020), la scelta di Berlinguer si indirizza verso la cosiddetta “questione morale”, con la quale si cerca di alimentare l’idea di un partito non solo alternativo ai partiti accreditati nell’area di governo ma anche costitutivamente “diverso” da tutte le altre forze politiche per la sua idea della politica e della democrazia.

Il j’accuse di Berlinguer si indirizza indiscriminatamente a tutti i partiti italiani, definiti come “macchine di potere o di clientela”, che si limitano alla gestione di interessi “i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti … senza perseguire il bene comune”(Berlinguer, 2020; p. 6). Rispetto a queste valutazioni, la mancata presa di coscienza da parte degli elettori dell’irrimediabile stato di degenerazione che avrebbe colpito i partiti italiani sarebbe dovuta – secondo Berlinguer – all’essere sotto ricatto da parte dei partiti stessi, che li terrebbero ostaggio con le loro prebende. In tal senso, i partiti concorrenti sarebbero “macchine di potere che si muovono soltanto quando è in gioco il potere” (Berlinguer, 2020; p. 10), finalizzate all’occupazione dello Stato attraverso il ricorso a una logica puramente spartitoria. Di contrasto, sempre secondo la visione enucleata dalla “questione morale”, il PCI sarebbe l’unica forza politica in grado di sottrarsi a questo gioco grazie alla sua irriducibile e congenita intransigenza, che gli avrebbe permesso di sottrarsi alle lusinghe del potere, rimanendo saldo nella propria integrità politica e morale. A tale proposito, Berlinguer afferma: a noi hanno fatto ponti doro, la DC e gli altri partiti, perché abbandonassimo questa posizione di intransigenza e di coerenza morale e politica”; ancora: ci hanno scongiurato in tutti i modi di fornire i nostri uomini per banche, enti, poltrone di sottogoverno, per partecipare anche noi al banchetto”; e infine:ce ne siamo andati sbattendo la porta quando abbiamo capito che rimanere, anche senza compromissioni nostre, poteva significare tener bordone alle malefatte altrui” (Berlinguer, 2020; p. 10). Un linguaggio da cui sprigiona una retorica chiaramente populista, ovvero che potrebbe facilmente essere associata a qualche leader politico del nostro tempo che siamo soliti tacciare di populismo”.

6. “Questione morale” e culto dell’alterità comunista: una strategia populista

La “questione morale” presenta tutti i tratti retorici del discorso populista, a partire dalla discriminazione fondata su un giudizio morale fra “noi”, rappresentanti gli interessi non solo della classe operaia propriamente detta ma anche delle masse lavoratrici in generale (Berlinguer, 2020; p. 13), e “loro”, tutti gli altri partiti, a cominciare da quelli di governo, che vivono di un consenso clientelare e proliferano nell’occupazione dello Stato. Ciò che, nel ragionamento di Berlinguer, è riconducibile in ultima istanza all’ostracismo dichiarato dagli altri partiti nei confronti dei comunisti, una riedizione della “conventio ad excludendum” post-governo di solidarietà nazionale, per via del proprio orientamento anti-capitalistico. Nelle parole del leader comunista, la causa prima e decisiva della degenerazione morale dei partiti e del conseguente sfascio del paese sarebbe la discriminazione contro di noi”(Berlinguer, 2020, p. 17), mentre lo sviluppo economico e sociale capitalista sarebbe “causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza” (Berlinguer, 2020; p.12). In questo senso, l’alterità comunista viene individuata, da un lato, nell’intransigenza morale e, dall’altro, nel monopolio, vantato con orgoglio, di una critica anti-sistema che ha come bersaglio l’economia capitalistica. È infine rispetto a questo doppio binario che prende forma l’attacco alla Democrazia cristiana, partner di coalizione nel governo prima delle astensioni e poi della solidarietà nazionale, che viene indicata come il principale responsabile della degenerazione morale e come il garante del fallimentare modello capitalistico di sviluppo economico e sociale del paese.

La natura schiettamente populista della scelta che il PCI fa all’indomani della fine della solidarietà nazionale alzando il vessillo della “questione morale” è il prodotto di un adattamento strategico alle conseguenze politiche derivanti dal fallimento della prospettiva del “compromesso storico”. Naufragata l’intesa con la DC che, dal punto di vista comunista, avrebbe dovuto prevedere la possibilità di attestare la democrazia italiana su una posizione (togliattianamente) più “progressiva”, rimane un unico modo per continuare a condurre la battaglia politica contro il capitalismo occidentale: metterne radicalmente in discussione presupposti ed esiti da una prospettiva morale e di giustizia sociale. E farlo a partire da una condanna indiscriminata di tutti (o quasi) i partiti dell’area di governo, così da realizzare anche una critica indiretta delle istituzioni liberal-democratiche attraverso il giudizio negativo espresso sui suoi attori rappresentativi. È indicativo, a tale proposito, che nell’intervista di Scalfari a Berlinguer lunico partito che in parte si salva sia il PRI, che viene apprezzato per la sua ferma condanna dei fatti legati allo scandalo P2. Anche se ciò non impedisce comunque di rimproverargli – attraverso una critica direttamente rivolta al neo Presidente del consiglio dei ministri Spadolini – di non aver avuto sufficiente coraggio nella formazione di un governo che avrebbe dovuto essere meno condizionato dalle segreterie dei partiti di maggioranza (Berlinguer, 2020; pp. 24 e 25).

7. Dalla “lotta di classe” al “popolo del lavoro”: la campagna contro i licenziamenti alla FIAT fra lotta politica e strategia anti-sistema

Ma per rendere più efficace tale critica è necessario condurla su un terreno diverso dalla contrapposizione di classe, individuando un referente sociale più ambiguo e indistinto. Non più, o non solo, la classe operaia propriamente detta, ma – al suo posto – l’insieme delle masse lavoratrici, volgendo in particolare uno sguardo privilegiato verso i ceti più emarginati, il cosiddetto “sottoproletariato”, le donne. In questo modo, la critica all’economia capitalistica si estende oltre la sua tradizionale interpretazione classista, cioè lo storico antagonismo fra capitale e lavoro, abbracciando l’intero “popolo del lavoro”, insieme ai soggetti vittima di emarginazione sociale, anzitutto sfruttati e disoccupati. Il ricorso in chiave strategica a una retorica populista come quella soggiacente alla questione morale consente al PCI di superare anche le contraddizioni sperimentate durante l’esperienza di governo, come in un lavacro palingenetico grazie alla quale il partito può rigenerarsi attraverso la ricostruzione di un rapporto autentico con le masse lavoratrici e popolari deluse e distanti dal partito a causa della scelta di allearsi con la DC. Come osserva Berlinguer, dopo le politiche del 1979 rischiammo una sconfitta che poteva metterci in ginocchio. Non tanto per la perdita di voti, che pure fu grave, quanto per un dato di fatto: durante i governi di unità nazionale noi avevamo perso il rapporto diretto e continuo con le masse. […] Ma sta di fatto che noi, anche per nostri errori di verticismo, di burocratismo e di opportunismo, vedemmo indebolirsi il nostro rapporto con le masse nel corso dellesperienza delle larghe maggioranze di solidarietà” (Berlinguer, 2020; p. 21).

Emblematica di questa repentina inversione di rotta sarà la dura campagna condotta da Berlinguer e il PCI, al fianco della CGIL, contro i licenziamenti programmati dalla FIAT nel 1980. Una mobilitazione generale che spiazzò anche gli altri sindacati confederati (CISL e UIL), così come il Partito socialista italiano, che dopo la partecipazione dei comunisti al governo di solidarietà nazionale non si potevano aspettare un appoggio incondizionato agli operai torinesi prima nello sciopero a oltranza e poi nell’occupazione della fabbrica. La scelta  comunista a favore di un’opposizione dura contemplava evidenti elementi di lotta di classe, rappresentando una strategia efficace anche ai fini di rinsaldare le fila, insieme alla CGIL, fra i lavoratori metalmeccanici, dopo le incomprensioni sorte durante la stagione dei governi di solidarietà nazionale. Tuttavia, in quella particolare situazione, gli obiettivi della lotta di classe si saldavano chiaramente con il culto della diversità alimentato dalla “questione morale”, delineando le condizioni per un’interlocuzione politica a più ampio raggio, in grado di coinvolgere i più diversi settori sociali colpiti dalla crisi economica. Era infatti convinzione di Berlinguer che le trasformazioni sociali che stavano attraversando la società italiana rendessero ormai inadeguato il tradizionale approccio classista ereditato dalla prospettiva marxista-leninista. Per questo motivo, tra gli altri, il PCI decise, da un lato, di intendersi come interlocutore più ampio di tutto il mondo del lavoro e, dallaltro, di evidenziare unattenzione particolare e fino a quel momento inedita nei confronti di soggetti fragili, oltre che in larga prevalenza esclusi dal processo produttivo, quali gli emarginati e – ancora nel contesto italiano – le donne (Mancina, 2014). Questo nuovo punto di vista sulla realtà sociale, coniugato al culto dellalterità comunista coltivato attraverso la questione morale”, rendeva lopposizione condotta dal partito nei confronti delle forze di governo assolutamente non negoziabile, aprendo la strada a una polarità fra noi” comunisti e loro” [tutti gli altri partiti] che assumeva chiaramente i contorni di una lotta politica irriducibilmente anti-sistema, corrispondente alle forme tipiche della retorica populista. Secondo una strategia che inizialmente sembrava anche destinata a sortire risultati, come dimostrava l’elevato numero di persone di diversa estrazione sociale (operai, studenti, lavoratori, commercianti) che, fin dal principio, assistevano ai comizi improvvisati del segretario comunista di fronte ai cancelli delle fabbriche. Nelle parole di un testimone diretto del comizio tenuto dal segretario comunista di fronte ai cancelli dello stabilimento FIAT di Rivalta: “Quando, il 26 settembre, Berlinguer giunse davanti allo stabilimento di Rivalta per il primo incontro, ad attenderlo non c’era il picchetto di sciopero, ma una folla enorme, nella quale si mescolavano i dipendenti della Fiat e di altre aziende, le famiglie di operai senza salario da tre settimane, i commercianti, gli studenti. Il leader comunista appariva improvvisamente la sola figura capace di trovare una via d’uscita; e la folla lo attendeva anche davanti agli altri stabilimenti”[si veda: http://www.gramscitorino.it/iniziative/in-archivio/11-istituto/progetti-in-archivio/167-berlinguer-ai-cancelli-della-fiat-un-ricordo-di-lorenzo-gianotti.html]. Ma di lì a pochi anni, come dimostrerà emblematicamente la sconfitta nel referendum abrogativo della scala mobile nel 1985, anche questa strategia approderà al definitivo fallimento.

8. Quando la lotta politica diventa fuga dalla realtà: l’eredità anti-sistema di una certa sinistra

La via ripida e stretta della critica del capitalismo, volta ad assecondare la forte conflittualità sociale del momento, viene peraltro percorsa con le ambiguità necessarie a consentire una critica di sistema che non metta in discussione i soggetti protagonisti dell’economia, senza che se ne avvertano le stridenti contraddizioni. L’idea che l’iniziativa individuale, il mercato, l’impresa privata possano sopravvivere a una prospettiva del superamento del modello di sviluppo capitalistico è sia ingenua che strumentale. Nel momento in cui – nell’intervista a Scalfari – alla retorica populista della questione morale” si associa uninterpretazione del sistema economico in cui si ritiene essenziale la libera iniziativa individuale e si considerano irrinunciabili istituzioni quali il mercato e limpresa, affermando che è il capitalismo ad impedire un loro funzionamento appropriato e che la responsabilità di tale situazione si deve alla centralità della DC nel sistema politico, la fuga dalla realtà che contraddistingue lapproccio di Berlinguer si evidenzia in tutta la sua natura. Emblematico, dal punto di vista simbolico, è il provocatorio invito rivolto al governo a trasferirsi a Torino per negoziare i licenziamenti alla FIAT con il sindacato davanti ai lavoratori. E ben poco plausibile appare la critica rivolta alla socialdemocrazia, rispetto al suo presunto disinteresse nei confronti degli emarginati, dei sottoproletari e delle donne (Berlinguer, 2020; p. 13). Esempi di una strategia e un discorso politico che alimentano un culto della diversità a tutto tondo, rispetto al quale anche l’esperienza di governo maturata nell’ambito della tradizione socialdemocratica europea viene messa radicalmente in discussione in ragione di una velleitaria alternativa di sistema.   

La “questione morale” sollevata da Berlinguer ed elevata a strategia politica all’indomani del fallimento della solidarietà nazionale trova significative resistenze all’interno del gruppo dirigente del Partito comunista italiano. Dal sarcasmo di Nilde Iotti, che in Direzione nazionale parlerà di un partito sul “monte Sinai” che “guarda la sconcezza degli altri partiti nella valle” al commento di Napolitano che su “l’Unità” chioserà l’intervista di Berlinguer in termini di “vuote invettive”, fino a Natta che ravviserà nelle parole del segretario “un tono moralistico, settario, nel senso di una superiorità da eletti, da puri”, a rischio che “la contrapposizione tra gli altri e noi diventi così profonda da non lasciare margine a nessuna politica, da isolarci, […] una denuncia radicale ma sterile” (Romano, 2023). Ciò riveste una certa importanza, poiché sta chiaramente a significare che all’interno del PCI anticorpi nei confronti della retorica populista continuavano comunque ad esserci. Anche se il culto berlingueriano della diversità che ha alimentato la strategia del PCI dalla fine del compromesso storico fino alla battaglia contro il referendum sulla scala mobile, celebrato circa un anno dopo la morte di Berlinguer, ha certamente esercitato un’importante influenza sulle vicende della sinistra italiana, anche nella fase post-comunista. E ancora oggi continua a esercitare la sua influenza. Un’idea di superiorità morale nella quale trova fondamento non solo la critica della società moderna, in particolare rispetto alla visione negativa e antagonista dell’economia capitalista, ma anche il pervicace rifiuto della valenza democratica del responso elettorale del voto, quando questo favorisce la parte avversa. Così come il permanere di un’attrazione fatale subita da parte di partiti e movimenti politici che si caratterizzano in virtù di una radicale critica anti-sistema. Ciò che di recente è per esempio accaduto quando si è attribuito un valore strategico all’intesa con il Movimento 5 Stelle e il suo leader, Giuseppe Conte, in vista della costruzione di uno schieramento di centro sinistra elettoralmente competitivo, a livello sia di gruppo dirigente sia di iscritti e militanti.

I tratti populisti che si ravvisano nel PCI dell’ultima fase della segreteria Berlinguer non rappresentano soltanto un esempio paradigmatico di come un partito culturalmente e strutturalmente refrattario nei confronti del populismo possa, in determinate circostanze, restarne comunque contagiato, ma individuano anche quel sostrato di anti-politica che nel corso del tempo ha continuato a influenzare profondamente la cultura politica della sinistra del nostro paese. Superata l’esperienza dei movimenti sociali della fine degli anni Sessanta e degli anni Settanta, fra i quali il movimento della sinistra extraparlamentare del 1977, rispetto ai quali il PCI ha sempre mantenuto un orientamento critico, l’intransigenza morale di natura essenzialmente populista e anti-politica che ha contraddistinto la scelta berlingueriana a favore della “questione morale” e della correlata critica radicale della società moderna e del capitalismo ha senza dubbio rappresentato un grave ostacolo per l’affermazione di una prospettiva progressista di stampo riformista. Un limite che ancora oggi, oltre trent’anni dopo la fine del PCI e quindici anni dopo la nascita del Partito democratico, erede in ultima istanza della tradizione comunista e in parte di quella democristiana, continua a condizionare il modo in cui ampi settori del centro-sinistra italiano interpretano la politica. Con le conseguenze che tutti abbiamo anche adesso sotto gli occhi, dal punto di vista del consenso e della cultura di governo.

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Luciano M. Fasano
fasano@ciao.it

Docente di Scienza Politica, Istituzioni Politiche e Processi Decisionali - Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche Università degli Studi di Milano

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