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Biden lancia il piano di investimenti e dovrà aumentare le tasse

di Sandro Brusco

L’amministrazione Biden ha reso noto il suo piano pluriennale per un aumento degli investimenti pubblici (l’American Jobs Plan è reperibile sul sito della Casa Bianca). A differenza del provvedimento passato a metà marzo, che consisteva principalmente in misure di sostegno immediato del reddito per i consumatori americani, il piano è più orientato al lungo periodo e si dovrebbe sviluppare nell’arco di 8-10 anni. Ci sono due idee forti.

Il primo è la ripresa di un ruolo attivo nell’investimento in infrastrutture che, potenzialmente, possono aumentare la produttività.

Il secondo è un maggiore realismo sui vincoli di bilancio di lungo periodo, dato che gli aumenti di spesa vengono accompagnati da una proposta di aumento della pressione fiscale, specificamente della tassa sugli utili delle imprese. Entrambe queste idee presentano aspetti problematici che è utile discutere.

Guardando alle entrate, la parte che più ha attirato l’attenzione (perché facilmente quantificabile) è la proposta di alzare l’aliquota della corporate tax dal 21% al 28%. L’aliquota è stata del 35% fino alla riforma fiscale di Trump, approvata a fine 2017. La proposta di Biden quindi non riporta l’aliquota al livello precedente e si ferma a mezza strada. L’aumento dell’aliquota è la parte più visibile ma non necessariamente più importante del piano. Come è ben noto, tassare gli utili delle imprese è complicato in un mondo in cui le imprese si possono spostare. Il piano quindi si propone di intervenire in modo articolato sulla base imponibile, in particolare la parte che le grosse aziende generano all’estero.

Un articolo di quotidiano non è il luogo per entrare nei dettagli tecnici delle proposte di cambiamento del codice fiscale, ma è da segnalare la proposta di imporre una specie di ‘tassazione minima’ del reddito di impresa a livello internazionale. Il linguaggio usato nel piano è ambiguo, si parla di ‘incoraggiare gli altri paesi ad adottare forti tasse minime sulle imprese’. Come tale ‘incoraggiamento’ possa avvenire sarà da vedere e personalmente credo che molti paesi saranno abbastanza preoccupati di questo tentativo di farsi dettare la propria politica fiscale. D’altra parte è pur vero che se si spera di alzare in modo sostanziale il gettito della corporate income tax non c’è altra via che ammorbidire la potenziale concorrenza di altri paesi, dato che per le imprese è molto più facile cambiare nazionalità che per gli individui. Vedremo come la cosa si svilupperà. Per ottenere risultati visibili l’amministrazione Biden dovrà esibire un livello di capacità diplomatica che non sempre gli Stati Uniti sono stati un grado di raggiungere.

Come ultima osservazione, notiamo che negli ultimi 50 anni il gettito della corporate income tax è oscillato tra l’1% e il 3% del PIL statunitense, rispondendo spesso più a variazioni del ciclo economico che a innovazioni nella legislazione fiscale. Il proposito dichiarato del piano è quello di aumentare il gettito per un ammontare pari a 1% del PIL. Si tratta quindi di una cifra sostanziale. Comunque, l’impressione generale è che l’amministrazione non sia particolarmente preoccupata. Da un lato l’aumento della corporate tax è probabilmente la meno impopolare tra le proposte di aumento delle tasse. Dall’altro, l’amministrazione sembra pronta a finanziare i progetti in deficit se, come probabile, gli aumenti di gettito non si materializzeranno in tempi brevi.

Veniamo quindi ora alla parte relativa alla spesa investimenti pubblici. Il piano si propone di spendere 2 trilioni di dollari su un periodo di tempo abbastanza lungo, tra 8 e 10 anni. Si tratta di circa 1% del PIL l’anno, anche se presumibilmente Biden cercherà di spingere per spendere il prima possibile, in modo da aumentare le possibilità di rielezione nel 2024. Il piano è, in un certo senso, la realizzazione di una promessa che Trump fece e non riuscì a mantenere: quello di un forte aumento dell’investimento pubblico in infrastrutture. È, purtroppo, anche abbastanza trumpiana nei toni protezionistici e nazionalistici. C’è molta enfasi sul made in America e sul fatto che le commesse pubbliche debbano andare esclusivamente a imprese americane, che operano interamente sul territorio nazionale, che fanno trasportare i loro prodotti esclusivamente da imprese americane etc. etc. Difficile dire quanto tutto questo sia retorica (la demagogia nazionalista purtroppo funziona bene quasi ovunque) e quanto sia sostanza. Di certo, non può aiutare la leadership americana nel mondo e di sicuro non incoraggerà gli altri paesi ad ascoltare gli USA nel determinare la propria politica fiscale.

Le innovazioni sono invece nella composizione della spesa, nettamente differente da quella del periodo trumpiano. Il piano cerca di ‘barrare le caselle’ di tutte le priorità della coalizione democratica. Si propone, per esempio, di investire 174 milardi in veicoli elettrici (ovviamente American-made) e di aumentare la spesa per ricerca di base per circa 180 miliardi. La lista degli interventi promessi è lunga. C’è una grossa fetta che va alle infrastrutture tradizionali, ponti e strade per intenderci, ma c’è anche una promessa di espandere e rendere migliore l’accesso a internet in tutto il paese, soprattutto le zone rurali che finora sono state abbastanza escluse.

Le misure del piano hanno abbastanza buon potenziale, sia in termini di aumento della produttività sia in termini di ridurre l’inquinamento e favorire un ambiente più vivibile. Ora ovviamente bisognerà vedere come verrà attuato, dato che il diavolo in queste cose si nasconde sempre nei dettagli. Da questo punto di vista è abbastanza forte l’analogia con il piano Next Generation EU che permetterà all’Italia di spendere 209 miliardi nei prossimi anni. Anche in questo caso la dimensione dell’investimento è attorno al 10% del PIL (un po’ di più per l’Italia). Anche in questo caso l’investimento si sviluppa in più anni. E anche in questo caso, se l’investimento sarà effettivamente positivo o servirà principalmente ad aggravare la situazione del bilancio pubblico dipenderà in modo cruciale dalla scelta dei progetti da finanziare.

Pubblicato su Il Riformista il 6 aprile 2021

Sandro Brusco
brusco@per.it

Sandro Brusco è Professore di Economia alla State University of New York at Stony Brook, dove è anche direttore del dipartimento di economia. Tra i suoi interessi di ricerca: finanza pubblica e scienza política, soprattutto federalismo fiscale e sistemi elettorali. Ha fondato e animato, con altri colleghi, il blog "Noise from Amerika". Con Alberto Bisin, Michele Boldrin, Andrea Moro e Giulio Zanella ha pubblicato il libro "Tremonti. Istruzioni per il disuso", Ancora del Mediteranneo, Napoli, 2010.

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