Biden, un presidente in pectore (mentre arriva il Coronavirus) | Fondazione PER
16776
post-template-default,single,single-post,postid-16776,single-format-standard,bridge-core-2.0.5,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,qode-child-theme-ver-1.0.0,qode-theme-ver-20.7,qode-theme-bridge,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-6.0.5,vc_responsive

Biden, un presidente in pectore (mentre arriva il Coronavirus)

di Vittorio Ferla

 

L’ultimo turno delle primarie finisce così: con Biden che tiene un discorso da Presidente degli Stati Uniti in pectore e con Sanders che fugge nel suo Vermont senza neanche una dichiarazione. Nello Stato più importante di questo martedì, il Michigan, sede della grande industria automobilistica, Biden conquista il 53% dei voti lasciando Sanders al 37%. Viceversa, nel 2016, proprio qui contro Hillary Clinton, Sanders aveva vinto.

La svolta di questo Joementum? Biden conquista quei sobborghi della classe operaia bianca locale che Sanders aveva cercato di affascinare con il suo radicalismo classista. Era già successo, per esempio, nelle periferie di Dallas e Houston nel Texas e di Minneapolis e St. Paul nel Minnesota. È successo di nuovo nel Michigan: nelle contee di Oakland e di Macomb, due sobborghi di Detroit dove Biden raccoglie un gruzzolo di voti ben più alto rispetto a quello raccolto nel 2016 dalla Clinton. “Il successo di Biden in periferia segue le orme del successo dei democratici nel 2018″, dice Meredith Kelly, una dei veterani del Democratic Congressional Campaign Committee nel 2018. “E se Joe Biden vince gli Stati in cui il voto popolare ci ha premiato nelle elezioni di metà mandato per la Camera, poi è finita per Trump”.

Anche per questo il partito democratico sembra ormai orientato a chiudere rapidamente la partita. “Quando la notte sarà finita, Joe Biden sarà il favorito definitivo per vincere la nomination democratica”, ha detto alla NPR Jim Clyburn, autorevole rappresentante al Congresso per il South Carolina. “E se la notte finisce nel modo in cui è iniziata, penso francamente che sia tempo di chiudere questo primarie. È arrivato il momento di annullare il resto dei dibattiti.” Andrew Yang, uno degli ex candidati di questa corsa, ha aggiunto: “Oggi sostengo Joe Biden. Bernie è stata una fonte d’ispirazione per me, ma la matematica dice che Joe è il nostro candidato. Ora dobbiamo riunire il partito.”

Come racconta sul Guardian Cas Mudde, docente della scuola di affari pubblici e internazionali dell’Università della Georgia, dopo lo schiaffo del Super Tuesday, la campagna di Sanders aveva enfatizzato il Michigan, ritirandosi dal Mississippi, già dato per perso, e raddoppiando il suo staff organizzativo nello stato del Great Lake. In più, grande è stato l’investimento milionario in pubblicità sempre più negative contro Biden. A dar man forte a Sanders sono anche intervenuti nei raduni i suoi sostenitori più popolari: Alexandria Ocasio-Cortez, Cornel West e Michael Moore. Al contrario, Biden ha mostrato maggiore sicurezza, visitando il Michigan solo una volta, in una manifestazione in cui Cory Booker e Kamala Harris lo hanno sostenuto.

Come dice Stephen Collinson della Cnn, “la sconfitta di Sanders nel Michigan è una ferita sia matematica che psicologica. Fin dal 2016, Sanders e i suoi avevano indicato nel successo in Michigan la prova della futura sconfitta di Trump”. Ma non è andata così. Il fallimento di Sanders – oltre che dalla sua totale incapacità di attirare il consenso degli afroamericani, quasi tutti per Biden – dipende principalmente dalla frana del suo piedistallo: il voto dei giovani radicali. Sanders contava sull’aumento della loro affluenza. Ma il voto dei giovani non soltanto non è aumentato, ma è perfino diminuito. Lo ha scritto Cas Mudde: “Per dirla con sarcasmo: i giovani twittano, gli anziani votano”. Il voto giovanile dei “Bernie or Bust” resta comunque cospicuo per i democratici e potrebbe rappresentare un punto di debolezza di Joe Biden nell’ormai probabile sfida con Donald Trump. L’ex vice di Obama dovrà fare uno sforzo non indifferente per conquistarlo e non è affatto detto che Sanders sia disponibile a collaborare con quello che considera il rappresentante di un establishment sostanzialmente conservatore.

Intanto però il candidato di testa comincia a interpretare il ruolo del presidente in pectore. Nel discorso pronunciato al National Constitution Center di Philadelphia, facendo riferimento anche all’epidemia di Coronavirus che comincia a diffondersi negli Usa, Joe Biden ha detto: “In questo momento, quando c’è tanta paura nel paese e tanta paura in tutto il mondo, abbiamo bisogno della leadership americana”. E poi ha aggiunto: “Abbiamo bisogno di una leadership presidenziale che sia onesta, affidabile, veritiera e costante: una leadership rassicurante”.

Come spiega ancora Stephen Collinson, “Biden ha visto diversi presidenti gestire le crisi nazionali da quando è arrivato a Washington come giovane senatore quasi mezzo secolo fa. Per questo sa come svolgere quel ruolo che manca oggi agli americani. Dopo due fallimentari campagne per la nomination, Biden scommette sul fatto che le richieste dei cittadini americani in questo momento potrebbero trovare in lui, un veterano di Washington, la competenza e l’empatia che mancano all’attuale presidente”.

Nei giorni scorsi, di fronte alla minaccia del virus, Donald Trump ha cercato di minimizzare la pandemia, accusando i democratici di usarla per danneggiarlo politicamente. Nel discorso di martedì sera, viceversa, di fronte ad una sfida sanitaria che potrebbe diventare drammatica, Biden ha chiamato all’unità sia il suo partito che il paese, offrendo così un’anteprima della leadership – “ortodossa e convenzionale”, la definisce Collinson – che il paese non ha visto negli ultimi tre anni di presidenza. Nelle elezioni che si svolgono sulla scia della pandemia di Covid-19, un grande numero di americani, traumatizzati da una crisi nazionale, potrebbe desiderare il ritorno alla normalità dopo aver testato l’incoscienza, la stravaganza e gli eccessi di Donald Trump.

 

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

Nessun commento

Rispondi con un commento