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Bielorussia: vogliamo le riforme democratiche o l’allineamento geopolitico?

di Alessandro Maran

 

L’Unione europea ritiene che le elezioni presidenziali dello scorso 9 agosto in Bielorussia non siano state libere né regolari. Pertanto, «non riconosce i risultati ufficiali» che hanno assegnato a Lukashenko l’80% dei consensi e imporrà sanzioni contro i responsabili delle violenze e delle violazioni dei diritti civili nel Paese. «Il futuro della Bielorussia deve essere deciso dal popolo bielorusso e non a Bruxelles né a Mosca», ha detto il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, al termine della riunione straordinaria del consiglio di mercoledì scorso.

Alla condanna, tuttavia, i leader europei mescolano una certa cautela. I messaggi di sostegno ai manifestanti sono, infatti, temperati dall’appello rivolto a Lukashenko di prendere parte al «dialogo nazionale» per risolvere la crisi. Come ha riportato Jacopo Barigazzi su Politico, secondo un alto diplomatico della Ue, l’Unione deve procedere con cautela: ‘Dobbiamo fare attenzione a non cadere nella trappola ucraina, reagire in modo intelligente, far vedere che abbiamo imparato la lezione’; un’altro diplomatico ha detto che ‘per la Francia e la Germania, ma non solo per loro, non è il momento per uno scontro acceso con la Russia. Ma non chiamatela debolezza – si tratta semplicemente di pragmatismo’; e stando ad un terzo alto diplomatico, che sottolinea che Lukashenko ed il presidente russo Vladimir Putin ‘devono convincersi che la Ue fa sul serio con le sanzioni’, per avere un impatto su Minsk e Mosca, l’Unione deve, tuttavia, mostrare i denti: ‘La Bielorussia non è soltanto una bomba ad orologeria, è anche un banco di prova dell’influenza della Ue. L’influenza non arriva con le decisioni e le dichiarazioni del Consiglio europeo’.

Mentre proseguono le proteste e gli scioperi (in molti hanno scritto che la manifestazione di domenica scorsa è stata probabilmente la più partecipata nella storia del piccolo paese stretto fra i paesi baltici, la Polonia, l’Ucraina e la Russia), Nina Jankowicz, fellow del Wilson Center, ha scritto tuttavia che diversi osservatori occidentali stanno prendendo una cantonata.

La Bielorussia non ha niente a che fare con gli Stati Uniti, scrive Jankowicz: trattare la brutale repressione del regime di Lukashenko contro dei manifestanti pacifici come una anticipazione di quel che potrebbe accadere in America a novembre dopo il voto presidenziale, finisce per sminuire e liquidare sbrigativamente la libertà di voto degli Stati Uniti e la mancanza di quella stessa libertà in Bielorussia. «Sebbene claudicanti al tempo di Trump, il Congresso e le corti continuano a provvedere ai checks and balances nei confronti del potere presidenziale. In Bielorussia, la principale funzione di queste istituzioni è quella di puntellare il dittatore». Detta altrimenti: godiamo di libertà che i bielorussi possono solo sognare.

Qualcuno, inoltre, ha interpretato il coraggio dei bielorussi come «parte di uno scontro geopolitico», descrivendo quel che accade come «una partita geopolitica tra la Russia e l’Occidente, tra l’autocrazia e la democrazia, tra il buio e la luce». Il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, ha sostenuto infatti che per l’Occidente, «non si tratta di Lukashenko, diritti umani e democrazia. Si tratta di geopolitica. Si tratta delle stesse regole che i nostri partner occidentali vogliono introdurre nella vita di ogni giorno nel nostro continente e in altre parti del mondo». Ma Lavrov, Lukashenko e molti policymaker occidentali che considerano la Bielorussia come una merce di scambio, sostiene Jankowicz, «ignorano il fatto che i leader dell’opposizione vogliono continuare a perseguire una politica estera in diverse direzioni, bilanciando le relazioni con la Russia, l’Unione Europea e gli Stati Uniti».

Non per caso, l’ex primo ministro svedese Carl Bildt ha scritto su Project Syndicate che gli analisti dovrebbero smettere di paragonare la Bielorussia a paesi come l’Ucraina (e alle rivoluzioni del 2004-2005 e del 2014) e augurarsi invece un risultato come quello dell’Armenia nel 2018, quando una «rivoluzione di velluto» ha rimpiazzato, senza sparare un colpo, la leadership di quel paese mantenendo tuttavia i legami con la Russia. Gli armeni hanno preteso un cambiamento del governo nazionale, ma non nell’orientamento geopolitico del paese, e questo ha fatto la differenza.

«Se il presidente russo Vladimir Putin sia propenso ad accettare in Bielorussia una transizione politica sul modello dell’Armenia è, ovviamente, una questione aperta. Ci saranno di sicuro alcuni, nel suo inner circle, che lanceranno ammonimenti paranoici sulla china pericolosa che porta al predominio della Nato. Per scongiurare questi inviti alla repressione brutale per prevenire ogni genere di progresso democratico, l’Occidente deve essere intraprendente nella sua diplomazia, chiarendo che sosterrà una Bielorussia democratica che scelga tuttavia di mantenere gli stretti legami con la Russia».

Insomma, quella in Bielorussia non è una battaglia geopolitica. È una questione, insiste Bildt, che «riguarda i bielorussi ed un regime che ha perso legittimità e sopravvive alla sua utilità. La diplomazia occidentale può aiutare il popolo bielorusso a giungere ad un risultato democratico, ma solo se è condotta saggiamente».

In fondo, il nostro obiettivo dovrebbero essere le riforme democratiche e non il riallineamento geopolitico. O no?

 

Alessandro Maran
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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