Bloomberg: un valanga di dollari per battere Trump | Fondazione PER
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Bloomberg: un valanga di dollari per battere Trump

di Vittorio Ferla

 

Con il dibattito televisivo di mercoledì a Las Vegas, organizzato in vista dei caucus del Nevada di questa notte, le primarie democratiche salutano un nuovo protagonista: Michael Bloomberg. È stato il primo confronto pubblico con i suoi concorrenti. Ma non è stato un bell’esordio. I cinque rivali – Joe Biden, Bernie Sanders, Amy Klobuchar, Elizabeth Warren e Pete Buttigieg – lo hanno martellato senza pietà, esaltando le sue debolezze.

Joe Biden gli ha rinfacciato performance modeste da sindaco di New York. La Warren lo ha accusato di sessismo nei confronti delle donne e delle persone Lgbt e gli ha chiesto di rivelare il contenuto dei patteggiamenti riservati (e profumatamente pagati) per mettere a tacere le donne che, lavorando con lui, sono state vittime di comportamenti “inappropriati”. Sanders gli ha chiesto di mostrare la sua dichiarazione dei redditi, non ancora pubblicata, per verificare il rispetto delle norme fiscali federali. Tutti i rivali, ovviamente, hanno cannoneggiato una campagna fondata sulla convinzione di essere l’unico in grado di battere Trump e di farlo a suon di miliardi di dollari. “Davvero abbiamo bisogno di un altro riccone alla Casa Bianca dopo Donald Trump?”, ha chiesto Amy Klobuchar in favore di telecamere. Sanders sostiene da settimane che Bloomberg vuol comprarsi la presidenza degli Stati Uniti a suon di quattrini. Questo fuoco incrociato è, per il miliardario, il primo momento di difficoltà di una campagna elettorale finora condotta (quasi) esclusivamente nell’etere. Dalla pubblicità nel Super Bowl ai meme su internet, dai video contro Trump agli spot nei casi più diversi: da mesi, televisioni e social media sono saturi di Bloomberg. In sostanza, “non puoi cambiare un canale del televisore o scorrere un feed di Facebook senza vedere un suo annuncio”, avverte Justin Peters del magazine Slate. “Un ex repubblicano che una volta sosteneva politiche di sicurezza brutali, che raccoglieva capitale a spese dei poveri, e che dice regolarmente cose stupide nelle conferenze dei ricchi sembra essere il candidato emergente per le nomination del Partito Democratico”. Di recente, su Twitter, la social strategist democratica Elizabeth Spiers, che vive a Brooklyn e si definisce “Obama native”, descrive così la campagna di Bloomberg: “messaggi mediocri su vasta scala”.

Tuttavia il ritmo e l’estensione di questa raffica pubblicitaria potrebbero fare storia. Sebbene abbia saltato i primi round elettorali in Iowa, New Hampshire e Nevada, l’ex sindaco ha speso finora più di 300 milioni di dollari e prevede di raddoppiare l’importo in vista del Super Tuesday del 3 marzo. Secondo Nbc News, nelle ultime settimane la sua campagna ha registrato una spesa media di un milione di dollari al giorno sugli annunci di Facebook, cinque volte di più rispetto alla celebre campagna di Trump nel 2016.

Curioso di verificare l’impatto di questa valanga mediatica, per circa due settimane Justin Peters ha condotto un esperimento, divorando per giorni ogni singolo annuncio e contenuto video pubblicati da Bloomberg sui profili ufficiali di YouTube, Facebook e Twitter. “Guardare quasi 200 messaggi in un breve periodo – spiega Peters – è come sottoporsi al lavaggio del cervello, che, suppongo, sia l’obiettivo di tutta la pubblicità. Molti annunci sono molto buoni. Molti altri non lo sono. La qualità di ogni singolo contenuto, tuttavia, è in definitiva meno importante dell’ampiezza dell’insieme. Non è che Bloomberg non abbia delle buone idee – ne ha pure di buone – o che non sarebbe un leader più competente dell’attuale presidente in carica”. Il punto è che, conclude Peters, “l’obiettivo della campagna è raggiungere rapidamente la saturazione per supplire al gioco democratico che per mesi Bloomberg ha evitato. Odio dirlo, ma funziona!”

Eppure Bloomberg non è soltanto un meme. “In meno di 12 settimane – racconta Rebecca Ruiz del New York Times – Bloomberg ha messo in piedi uno staff di migliaia di persone, con oltre 125 uffici in tutto il paese e un elenco di eventi speciali con tanto di festoni, bevande e tartine”. La campagna “Mike 2020” conta sui servizi della sua società privata: diversi suoi dipendenti sono stati assegnati alle attività elettorali e altri nuovi sono stati reclutati con potenti incentivi, inclusi benefici e stipendi ben al di sopra della media degli altri candidati. Gli addetti (di primo livello) all’organizzazione sul campo della campagna, per esempio, ricevono un compenso di 72 mila dollari all’anno: quasi il doppio di quello che offrono le altre campagne. Ai membri dello staff di Bloomberg sono stati assegnati anche dispositivi elettronici di proprietà della campagna, inclusi i laptop Apple e gli iPhone di ultima generazione. Anche per pagare gli affitti – dal quartier generale della campagna di Times Square agli appartamenti nell’East Side di Manhattan, dove vivono i manager dello staff – servono milioni di dollari. Altri sono impiegati per pagare una fitta rete di consulenti, avvocati e membri del team.

E gli stipendi sono del tutto fuori mercato. “Tutti sanno che la campagna è un duro lavoro, lunghe ore e pessime retribuzioni”, spiega Stu Loeser, portavoce della campagna di Bloomberg. “Non possiamo cambiare i primi due, ma possiamo fare qualcosa per il terzo”. Per i dipendenti che lavorano nella sede di New York, racconta ancora Ruiz, “la campagna offre anche tre pasti al giorno e snack illimitati in un bar che funziona da centro dell’ufficio. Solo alla fine di dicembre, secondo i dati raccolti dalla Federal Election Commission, ha pagato oltre 16 mila dollari a un ristorante di sushi a Manhattan e circa 200 mila dollari a Flik Hospitality, una società di catering”.

Per James A. Thurber, docente di Scienze del governo e fondatore del Campaign Management Institute presso la American University di Washington, si tratta di spese assolutamente necessarie: “Partendo così tardi, Bloomberg deve pagare stipendi superiori al mercato per convincere le persone migliori a fare i salti mortali”. In più, il bombardamento mediatico non basta: “Non puoi vincere una campagna elettorale soltanto con una ‘guerra aerea’. Devi fare anche una ‘guerra di terra’. Bloomberg lo sa, e spende tanto proprio per preparare la guerra di terra”.

La domanda è: ce la farà? Più delle dimensioni della paga mensile dei collaboratori colpisce la durata degli incarichi: tutti di lungo periodo visto che coprono tutto l’anno. Il che significa una cosa sola: nonostante la confusione del campo democratico (o proprio grazie a questa), Bloomberg è certo di farcela e di essere lui il futuro antagonista di Donald Trump.

 

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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