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“Cara Germania, butta giù il muro che c’è tra Europa e Ucraina”. Ovazione al Bundestag per Zelensky, coach della nuova Ue

di Vittorio Ferla

 

Volodymyr Zelensky è un abile comunicatore. Ormai lo abbiamo capito. La tournée virtuale in giro per i parlamenti dei maggiori paesi occidentali, che vede il presidente dell’Ucraina protagonista in questi giorni, ne è una continua conferma. Non sarà studiata solo sui libri di storia. Sarà anche analizzata nei corsi di comunicazione. Zelensky è brillante e diretto nell’eloquio, come si conviene a un professionista dello spettacolo quale egli è. Ma si dimostra pure navigato nell’uso politico della storia, dalla seconda guerra mondiale fino ai nostri giorni. A seconda dell’interlocutore, il capo del governo di Kiev è capace di cambiare copione e di maneggiare un pezzo di memoria storica di quel paese. Scatenando una reazione emotiva che va ben al di là del repertorio più scontato, proprio di ogni guerra.

Zelensky padroneggia una comunicazione sartoriale, cucita addosso al parlamento di turno, un vestito su misura per la cultura del pubblico di riferimento. Nel messaggio alla Camera dei Comuni britannica cita il Winston Churchill dell’ora più buia. In quello rivolto al Congresso americano cita Pearl Harbour e l’11 settembre. Ieri, al Bundestag tedesco, ha ricordato l’inutilità del “mai più” riferito all’Olocausto quando oggi “in Europa un popolo viene distrutto”. Ha lasciato aleggiare la memora di un passato doloroso per la Germania divisa in due dalla ‘cortina di ferro’. Ha citato il ‘muro’ che si è alzato tra l’Europa e l’Ucraina.

“La Russia sta bombardando le nostre città e distruggendo tutto quello che c’è in Ucraina. Case, ospedali, scuole, chiese, tutto. Con missili, bombe, artiglieria. In tre settimane sono morti molti ucraini, migliaia. Gli occupanti hanno ucciso 108 bambini”, ha detto Zelensky, avvertendo che questa invasione sta alzando un muro sempre più grande tra Kiev e il resto d’Europa. “Questo muro è più forte, con ogni bomba che cade in Ucraina, con ogni decisione che non viene presa nonostante il fatto che voi potreste aiutarci”, ha sottolineato con un crescendo drammatico. Il richiamo del muro diventa uno stratagemma retorico per stimolare un intervento dell’Europa sempre più incisivo in soccorso della resistenza ucraina. Avverte: “quello che stiamo facendo è un tentativo di difesa estrema, perché tutto viene colpito e distrutto: asili, scuole, ospedali. Anche i convogli umanitari non riescono a lasciare le città. Si tenta di costruire un muro, ma vogliamo vedere oltre questo muro”. E aggiunge: “a nome dei vecchi ucraini che hanno vissuto la seconda guerra mondiale, vorrei chiedervi, pensate a quello che è successo”.

Infine chiede: “quel ponte aereo che c’era allora con Berlino, non potremmo crearlo anche con il nostro Paese?” Il riferimento storico è al ponte aereo per Berlino, quando, nel 1948, i sovietici tagliarono i collegamenti via terra alle parti della capitale tedesca controllate dagli occidentali. Parti che rimasero senza elettricità, cibo e medicinali, spingendo gli Stati Uniti e gli alleati ad inviare centinaia di aerei con i rifornimenti. “Allora lo spazio aereo era sicuro ma ora noi non possiamo avere questo ponte aereo, perché le bombe e i missili russi piombano dal cielo”, spiega Zelensky. Ancora una volta ritorna la richiesta, finora inascoltata dalla Nato, di istituire un no fly zone in Ucraina. Il paradosso è il seguente: grazie alla fornitura di armi dall’Occidente, l’Ucraina riesce a resistere all’invasione di Putin ben oltre le previsioni, ma l’avversario russo detiene il controllo dei cieli dai quali continua a bombardare villaggi e città, quasi sempre in modo indiscriminato. Fino a quando gli aerei di Mosca continueranno ad agire indisturbati, la resistenza non potrà progredire e i civili saranno perennemente sotto minaccia. Tuttavia, il controllo dei cieli da parte di aviazioni europee, con il rischio di dover abbattere velivoli russi, allargherebbe il conflitto in maniera incontrollabile: questa è la paura di tutti i paesi Nato.

Certo, nella metafora del muro c’è anche altro. Precisamente la preoccupazione degli ucraini di restare prigionieri del campo sbagliato: quello dominato dall’autocrazia del Cremlino. Per Zelensky, la Russia vuole ricostruire un “muro contro la libertà”. Dal discorso al Bundestag emergono la speranza e la volontà – fortissime – di liberarsi da questo giogo e di appartenere all’Europa: il campo della democrazia, della libertà e del benessere. “Se l’Ucraina potesse entrare nell’Ue, ci sarebbe una garanzia, ma ci sono ancora ostacoli”, dice il presidente ucraino. Ecco l’altro punto fondamentale. Zelensky sa già – lo ha fatto capire nei giorni scorsi – che alla Nato dovrà rinunciare (la sua speranza è: almeno per ora). Ma l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea è una questione di vita o di morte. Gli ucraini stanno combattendo per questo.

Non a caso, il punto più duro del messaggio di Zelensky è l’accusa feroce rivolta contro Berlino: la Germania non ha fatto abbastanza per l’Ucraina. Negli ultimi anni ha preferito concentrarsi sui propri affari. “Abbiamo sempre detto che Nord Stream 2 era un’arma e abbiamo sentito rispondere che era soltanto economia, economia, economia”, dice Zelensky, sottolinenando la dipendenza commerciale di Berlino da Mosca. E sottolinea poi l’esitazione della Germania nell’imporre sanzioni più dure alla Russia, proprio per paura di danneggiare la propria economia. “Abbiamo percepito resistenza: percepiamo che volete economia, economia, economia”, accusa Zelensky. E ancora: con la sua attenzione per gli affari e i suoi ritardi, “la Germania ha contribuito a costruire un muro per isolare l’Ucraina”. Poi la stoccata finale: “anche adesso esitate sull’ingresso dell’Ucraina nell’Europa. È un’altra pietra per costruire il muro”.

Da un lato, Zelansky martella senza ritrosia il senso di colpa della Germania. Dall’altro lato, però, ne sollecita l’orgoglio nascosto per decenni, dopo il trauma della seconda guerra mondiale. “Cancelliere Scholz, butti giù questo muro. Mostri la leadership che la Germania merita, e i suoi successori saranno solo orgogliosi di lei. Sostenga gli ucraini e ci aiuti a fermare questa guerra”, è l’appello che arriva da Kiev. Insomma, con i suoi discorsi motivazionali, sembra che Zelensky abbia scelto di interpretare un ruolo inedito: quello di coach della nuova Europa. Con rara sapienza, coglie il punto debole della Germania – essere un gigante economico, ma un nano politico – e la invita a riprendersi il ruolo di leader strategico dell’Unione. Dopo l’appassionata ovazione del Bundestag, Olaf Scholz risponde con il buon senso: “La Germania è al fianco dell’Ucraina, dà il suo contributo e continuerà a farlo. Ma una cosa è chiara: la Nato non entrerà in questo conflitto”. Ma è evidente a tutti:  dopo questa vicenda niente sarà più come prima, né per l’Europa, né per la Germania. E nemmeno per l’Italia: Zelensky si collegherà con Montecitorio martedì prossimo. E chissà quali pagine della nostra storia deciderà di sfogliare. Si accettano scommesse.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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