Cari intellettuali italiani, il comunismo è un capitolo del totalitarismo europeo
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Cari intellettuali italiani, il comunismo è un capitolo del totalitarismo europeo

di Alberto De Bernardi

 

La pubblicazione della risoluzione della UE “Sull’importanza della memoria per l’avvenire dell’ Europa” ha aperto in Italia un dibattito molto acceso che a distanza di diverse settimane non si è ancora spento, facendo dell’Italia un caso unico in Europa.

 

Leggere le fonti

Come molti storici, anche io ritengo sempre scivoloso ogni tentativo delle istituzioni politiche di definire una interpretazione condivisa del passato su cui costruire la memoria pubblica, perché si presta a omissioni e a superficialità, che gli storici hanno in più occasioni messo in evidenza: la memoria di eventi traumatici è difficilmente ricomponibile, quando vittime e carnefici sono ancora presenti e attivi nella sfera pubblica e soprattutto quando rimanda alla lunga guerra tra comunismo, fascismo e democrazia che ha insanguinato il secolo appena terminato; la storia, invece, può essere condivisa perché costruita su un approccio scientifico, anche se la stessa ricerca storica non è sempre esente da torsioni ideologiche e da punti di vista segnati da appartenenze politiche. La memoria infatti mira all’dentità, la storia alla verità.

In ogni caso l’elemento saliente e sorprendente della discussione apertasi del nostro paese è che fin dalle prime battute essa ha perso di vista il documento sia dal punto di vista dei suoi contenuti, che delle sue finalità, per concentrarsi su due questioni, che con quel documento hanno ben poco a che fare, ma che invece attengono alla irrisolta e ingombrante “questione comunista” nella cultura politica della sinistra italiana, nonostante siano passati trent’anni dalla caduta del muro di Berlino e dello scioglimento del partito comunista italiano.

 

Il patto Ribbentrop-Molotov e le proposte della Risoluzione

La prima questione su cui si sono appuntate le critiche di storici e intellettuali, ma soprattutto dell’associazionismo antifascista con in testa l’Anpi, riguarda l’affermazione per altro poco fondata, che nel documento si attribuisca al patto Ribbentrop-Molotov lo scoppio della Seconda mondiale.

Sul punto infatti il parlamento invita a fare 4 considerazioni:

1- considerando che ottanta anni fa, il 23 agosto 1939, l’Unione Sovietica comunista e la Germania nazista firmarono il trattato di non aggressione, noto come patto Molotov-Ribbentrop, e i suoi protocolli segreti, dividendo l’Europa e i territori di Stati indipendenti tra i due regimi totalitari e raggruppandoli in sfere di interesse, il che ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale;

2- considerando che, come diretta conseguenza del patto Molotov-Ribbentrop, seguito dal “trattato di amicizia e di frontiera” nazi-sovietico del 28 settembre 1939, la Repubblica polacca fu invasa prima da Hitler e due settimane dopo da Stalin, eventi che privarono il paese della sua indipendenza e furono una tragedia senza precedenti per il popolo polacco; che il 30 novembre 1939 l’Unione Sovietica comunista iniziò una guerra aggressiva contro la Finlandia e nel giugno 1940 occupò e annesse parti della Romania, territori che non furono mai restituiti, e annesse le Repubbliche indipendenti di Lituania, Lettonia ed Estonia;

3- considerando che, dopo la sconfitta del regime nazista e la fine della Seconda guerra mondiale, alcuni paesi europei sono riusciti a procedere alla ricostruzione e a intraprendere un processo di riconciliazione, mentre per mezzo secolo altri paesi europei sono rimasti assoggettati a dittature, alcuni dei quali direttamente occupati dall’Unione sovietica o soggetti alla sua influenza, e hanno continuato a essere privati della libertà, della sovranità, della dignità, dei diritti umani e dello sviluppo socioeconomico;

4- considerando che, sebbene i crimini del regime nazista siano stati giudicati e puniti attraverso i processi di Norimberga, vi è ancora un’urgente necessità di sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature

Il Parlamento europeo dunque non si cimenta in una discussione sulle cause della Seconda guerra mondiale, ma invita alla luce di queste considerazioni assai fondate, a condannare le conseguenze di quel patto che ha costretto i paesi dell’Europa dell’Est, a subire per cinquant’anni una dittatura spietata, condannandoli a perdere la libertà, che invece costituisce il fondamento delle democrazie dell’Europa occidentale; invita inoltre a fare un bilancio storico e morale di questo periodo, aprendo inchieste giudiziarie nei confronti di eventuali aguzzini, analoghe a quelle che hanno riguardato i crimini del nazismo e del fascismo.

 

Il “patto scellerato” e l’Urss

Certamente, come ha messo in luce la ricerca storica, quel patto fu anche la conseguenza della volontà delle nazioni democratiche europee di non coinvolgere l’Urss nella lotta contro la minaccia nazista, convinte come erano che il comunismo fosse un nemico peggiore del fascismo. Questa concezione fu alla base dell’appeasement con il fascismo perseguita dalle democrazie europee per cercare di circoscrivere l’espansionismo di Hitler e Mussolini e evitare un nuovo conflitto mondiale: come ricordò Churchill si trattò di una valutazione sbagliata per cui Francia e Gran Bretagna oltre a non riuscire a evitare la guerra, persero anche “l’onore”.

Ma le ragioni del “patto scellerato” stanno solo in parte in quell’errore. Infatti l’accordo tra Mosca e Berlino aveva ben più solide implicazioni strategiche, che andavano ben oltre lo sforzo sovietico di impedire l’attacco militare nazista all’Urss, e che riguardavano i progetti «imperiali» di Stalin, volti da un lato a fare dell’Urss una grande potenza mondiale. In quest’ottica l’ espansione dei propri confini nazionali in direzione dell’Europa orientale, come misero in luce la spartizione della Polonia e la guerra contro la Finlandia, costituiva una chiave di volta fondamentale.

Quindi il suggerimento del parlamento europeo di ritornare a riflettere su quel patto è di grande rilievo perché obbliga a riconsiderare il ruolo dell’Urss nella seconda guerra mondiale, all’interno del quale l’imperialismo costituisce una linea guida che rimane anche dopo Stalingrado e l’alleanza “antifascista” con gli Stati Uniti e i suoi alleati: se siamo europei dobbiamo prendere atto della necessità irrinviabile di leggere la storia del continente nella sua intierezza: non solo da Roma o Parigi, ma anche da Varsavia o da Vilnius.

Da quelle capitali l’esaltazione dell’Urss come patria dell’antifascismo e della lotta al nazismo appare del tutto priva di senso, perché l’antifascismo costituì lo strumento ideologico attraverso il quale l’Urss cerco di legittimare la politica di potenza nell’Europa orientale e baltica. Ma questo dato di fatto mina anche la narrazione dominante nell’Europa occidentale sul ruolo dell’Urss nella lotta contro il fascismo, perché essa non era condotta in nome di una tavola di valori democratici, condivisa seppur ambiguamente anche dai partiti comunisti impegnati nelle resistenze dell’Europa occidentale, ma con lo scopo prioritario di affermare il progetto imperiale dell’Urss.

 

Lo Stalinismo e l’antifascismo

Al di la dei miti posteriori, non vanno dimenticare le conseguenze che il “patto” ebbe sull’antifascismo di allora. L’Urss, infatti, non era semplicemente uno stato tra altri stati; era la «patria del socialismo», cioè lo stato guida di un movimento rivoluzionario internazionale. Ogni suo atto, dunque, doveva necessariamente trovare posto all’interno di un tragitto strategico definito, come se costituisse la tessera di un mosaico che il partito era in grado di comporre perfettamente perché ne conosceva il disegno finale. Il patto con il nazismo, con il nemico principale del movimento operaio mondiale, andava dunque inserito in un dispositivo politico e ideologico capace di trasformare questa scelta, espressione della più cinica «ragion di stato», in una lungimirante operazione che doveva aprire una nuova fase dello scontro tra borghesia e classe operaia a livello mondiale.

Per realizzare questo obbiettivo e mobilitare intorno ad esso il movimento comunista europeo fu rilanciata la vecchia discriminante capitalismo/anticapitalismo, in sostituzione di quella tra fascismo e antifascismo scelta nell’VIII congresso dell’Internazionale comunista. Questo cambio di orizzonte politico ebbe come conseguenza la crisi irreversibile dell’antifascismo stesso, come si era venuto configurando dal 1934, basato sull’unità d’azione tra comunisti, socialisti e forze democratiche. Quando Molotov dalla tribuna del Soviet supremo sostenne, a giustificazione del trattato testé sottoscritto, che «era insensato e addirittura criminale spacciare questa guerra come una lotta per la distruzione dell’hitlerismo sotto la falsa bandiera di una battaglia per la democrazia», decretò la morte dell’antifascismo. L’antifascismo venne dunque sacrificato per la politica di potenza dell’Urss, altro che “patria dell’antifascismo”: il dramma dei comunisti nell’Europa occidentale, stretti tra la fedeltà a Mosca e l’impegno nella lotta antifascista, insieme ai partiti democratici e socialisti, ne è la più chiara conferma.

Quindi a chi professa una presunta lesa maestà dell’antifascismo nel mancato riconoscimento del ruolo dell’Urss nella lotta contro in nazismo, non solo non ha letto il testo della risoluzione, che non tratta dell’argomento, ma dimostra una conoscenza del passato parziale e ideologicamente orientata. Proprio l’esito della guerra nei paesi dell’Europa dell’Est dimostra l’estraneità del comunismo ai valori dell’antifascismo e la strumentalità con cui l’Urss aderì alla “guerra antifascista” dopo Stalingrado e soprattutto utilizzò, come accennato in precedenza. l’antifascismo come elemento fondante della sua ideologia totalitaria.

Questa duplicità di destini dell’antifascismo nelle due Europe divise dalla cortina di ferro – a Occidente fondamento ideale della rinascita democratica; a Oriente componente retorica dell’ideologia di stato delle repubbliche popolari – è la questione di fondo che il documento del parlamento europeo vuole proporre alla discussione dell’intera comunità e su cui gli intellettuali dovrebbero dare il loro contributo, invece che sventolare fruste bandiere.

 

Equiparare fascismo e comunismo?

Ma se nel dibattito italiano si è frainteso il senso della risoluzione per quel che riguarda il patto Ribbentropp-Molotov, il travisamento è ancor più grave a proposito della presunta equiparazione tra fascismo e nazismo che costituisce, nonostante non vi sia traccia nel documento, la chiave di lettura critica più diffusa tra gli intellettuali italiani di sinistra.

Il 13 novembre l’Anpi e la Cgil di Modena hanno organizzato una conferenza di Luciano Canfora, l’ultimo studioso dichiaratamente comunista vivente in Italia, per rispondere all’interrogativo: “Nazifascismo e comunismo sono uguali? L’Europa alla prova di revisionismo storico”.

Basta leggere il documento per capire che il parlamento europeo ha invitato a fare un’altra operazione culturale, ben lontana da una insulsa equiparazione: condannare allo stesso modo il fascismo e il comunismo, non perché siano uguali, ma perché costituiscono i due lati della stessa medaglia totalitaria, che ha insanguinato l’Europa per gran parte del XX secolo. Il nodo della questione riguarda dunque l’appartenenza o meno del comunismo al campo del totalitarismo, cioè a un insieme di regimi che, differenziati dal punto di vista delle finalità ideali che contrassegnano le loro ideologie, hanno messo in pratica forme di governo basate sulla negazione radicale della democrazia e del pluralismo, in nome di uno statalismo assoluto e di una integrazione inestricabile tra stato e partito, che ha tolto ogni autonomia ai cittadini, trasformati in sudditi di una macchina di controllo sociale senza scampo il cui esito estremo è stato il gulag e il lager.

Il totalitarismo è la negazione dell’uomo; non è una ideologia, ma un crimine, estendendo anche al comunismo il giudizio che Sandro Pertini espresse a proposito del fascismo,

Se di questa macchina totalitaria l’Europa occidentale ha conosciuto il volto fascista, quella orientale a conosciuto quello comunista, o entrambi. E dunque la risoluzione del parlamento comunitario “ricorda che i regimi nazisti e comunisti hanno commesso omicidi di massa, genocidi e deportazioni, causando, nel corso del XX secolo, perdite di vite umane e di libertà di una portata inaudita nella storia dell’umanità, e rammenta l’orrendo crimine dell’Olocausto perpetrato dal regime nazista; condanna con la massima fermezza gli atti di aggressione, i crimini contro l’umanità e le massicce violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime nazista, da quello comunista e da altri regimi totalitari”.

Come ha ricordato recentemente lo storico Antonio Brusa (“Novecento.org”, 2019) a proposito del nunca mas con cui la Commissione nazionale sui crimini della Giunta militare argentina ha intitolato il suo rapporto finale, tra il mai più dell’Europa occidentale e quello dell’Europa orientale vi è una differenza sostanziale: il primo riguarda il fascismo, il secondo il comunismo; una divergenza insopprimibile che si può superare solo riconoscendola, senza evocare il complotto anticomunista e antifascista dei paesi di Visegrad.

Un riconoscimento che però implica di andare più a fondo di una semplice constatazione di un dato di fatto, mettendo a fuoco sia gli esiti della mancata condanna del comunismo nelle culture politiche della sinistra europea, sia i rigurgiti nazionalisti che riemergono nei paesi dell’Est, come conseguenza della mancata condanna del fascismo che pure aveva costituito una presenza significativa in quegli stati tra le due guerre.

Quindi il documento, mentre condanna “il revisionismo storico e la glorificazione dei collaborazionisti dei nazisti che hanno corso in certi paesi dell’Unione”, invoca la necessità che si diffonda nell’Europa una memoria potremmo dire “antitotalitaria” che condanni entrambi i regimi che hanno negato i valori fondanti su sui è stata edificata la nuova Europa comunitaria. Su di essa deve poggiare “ una cultura della memoria condivisa, che respinga i crimini dei regimi fascisti e stalinisti e di altri regimi totalitari e autoritari del passato come modalità per promuovere la resilienza alle moderne minacce alla democrazia, in particolare tra le generazioni più giovani”.

Siamo in presenza di un uso del termine revisionismo ben diverso da quello evocato dall’iniziativa modenese, che rimanda a stantie polemiche antidefeliciane, e alla difesa di una vulgata ideologica che non ha ormai nessun effettivo fondamento storico: la storia dell’Urss e dei regimi comunisti non appartiene al lungo processo della liberazione dell’uomo dalle ingiustizie sociali e dall’oppressione, ma al suo esatto contrario, nonostante la loro ideologia fosse fondata sull’emancipazione del lavoro e sulla creazione di un ideale società egualitaria.

 

Il comunismo e la cultura storica italiana

Perché dunque in Italia si è verificato questo travisamento, che non posso pensare sia dipeso dal fatto che gli storici non abbiano letto il testo che hanno commentato, fidandosi della lettura ideologica “filocomunista” dell’Anpi?

Le ragioni sono sostanzialmente due.

La prima riguarda l’incapacità degli storici di estrazione marxista, che provengono da una più o meno lunga militanza nel Pci e/o nei movimenti di sinistra, di leggere il comunismo non per quello che aveva rappresentato nella loro giovinezza, ma per quello che effettivamente fu, quando fu messo alla prova effettiva della storia. Che il comunismo abbia significato per milioni di uomini una speranza di riscatto e abbia guidato movimenti di liberazione in tutto il mondo, non può tradursi nel negare che tutte le volte che quella speranza si è consolidata in sistemi politici concreti, da Mosca a Cuba, da Pechino a Belgrado abbia prodotto regimi totalitari, che hanno raggiunto punte di violenza e di distruzione degli esseri umani del tutto simili a quelle dei fascismi: il socialismo reale con quelle speranze non ebbe nulla a che fare, né si tratto di “eccessi” e di deviazioni da un piano ideale positivo. Il leninismo infatti già nella sua costruzione originaria professava l’idea di una “dittatura” non già del proletariato, bensì del partito unico, della Ceca, antagonistica allo stato di diritto e alla democrazia.

Per accogliere questo piano di discussione e riflessione noi abbiamo a disposizione la categoria del totalitarismo, che consente di mettere in evidenza i punti di contatto, le omogeneità, oltre le differenze, che rendono possibile in sede scientifica la comparazione – che non è omologazione, equiparazione ed altre amenità – dei due regimi. Ma purtroppo la lezione della Arendt sul totalitarismo, pur vecchia di settant’anni, non è passata interamente nella storiografia e men che meno nel discorso pubblico e nel dibattito culturale, che spesso maneggiano questa concettualizzazione delle scienze sociali statunitensi con sospetto, come se fosse un vecchio arnese della guerra fredda e un “arma impropria” contro il comunismo. Invece che una chiave di lettura in grado di aprire prospettive di indagine originali e pregnanti.

Queste prese di posizione segnalano dunque il peso di retaggi ideologici ancora pesantemente presenti nelle griglie concettuali con cui molta intellighenzia di sinistra guarda al passato, a tal punto da impedirle di interpretare un testo per quello che effettivamente dice o di coglierne lo straordinario significato in rapporto alla creazione di una cultura democratica europea.

 

Il Pci fu un’eccezione?

La seconda ragione riguarda il comunismo italiano, la cui partecipazione alla resistenza e alla costruzione della democrazia italiana, non solo lo avrebbe messo al riparo dall’appartenere al campo del totalitarismo sovietico, ma lo avrebbe trasformato del tutto inopinatamente nel punto di vista da cui leggere tutta la storia del comunismo.

Anche questa chiave di lettura non è pienamente condivisibile e presenta molte contraddizioni. Il Pci infatti è appartenuto all’orbita bolscevica e staliniana fino alla morte di Togliatti e la partecipazione alla stesura della costituzione non sana il fatto che, per lo meno fino alla segreteria di Berlinguer, nel suo orizzonte strategico, tra i suoi “fini”, vi fosse la “democrazia popolare”, cioè proprio il sistema di quei regimi dittatoriali dell’Europa dell’Est. Per fortuna l’appartenenza al mondo occidentale e i vincoli della guerra fredda hanno impedito al Pci di realizzare ciò che prometteva ai suoi militanti e di diventare un effettivo costruttore della democrazia italiana: ma questa circostanza è una conseguenza storica che dipese dal contesto e dalla lungimiranza dei suoi dirigenti, ma non affondava le sue radici nella cultura politica di quel partito; e che tra l’altro contribuì a definire la sua ”ambiguità” storica, che tanto ha pesato sull’evoluzione della democrazia italiana.

Il Pci, dunque, è stato, con tutti i suoi limiti, un’eccezione nella storia del comunismo mondiale, non l’osservatorio da cui leggerne la storia, che resta invece interamente riassunta nell’esperienza del “socialismo reale”. E’ con questa vicenda con cui qui la memoria dell’Europa deve fare i conti, con la stessa serietà e con la stessa fermezza messe in campo nei confronti del fascismo, non con i problemi identitari di intellettuali excomunisti, che sovrappongono la loro autobiografia di intellettuali militanti alle lezioni, spesso durissime, della storia.

Purtroppo è del tutto evidente che tra alcuni storici italiani e in alcune associazioni antifasciste non ci sia la stessa fermezza, anzi si annidi una concezione benevola del comunismo, che colloca lo stalinismo tra gli eccessi e gli errori di una storia fulgida di lotte per la libertà e la pace, e soprattutto al di fuori della storia tragica del totalitarismo.

Mi viene da dire che per fortuna che c’è il parlamento europea che vigila sulla memoria del continente, meglio di come non facciano gli intellettuali italiani.

 

Alberto De Bernardi
Alberto De Bernardi
debernardi@perfondazione.eu

Presidente della Fondazione PER. Professore associato dal 1988, ha insegnato Storia contemporanea all'Università di Torino fino al 1991. Dal 1992 al 1994 ha insegnato Storia dell'industria all'Università di Bologna, dove dal 1995 ricopre la cattedra di Storia contemporanea. Dal 2009 insegna Storia globale nel Corso di laurea specilistica/magistrale. Direttore del Dipartimento di Discipline storiche dal 2003 al 2009. Tra le sue pubblicazioni recenti ricordiamo: Da mondiale a globale. Storia del XX secolo (Bruno Mondadori, 2008); Storia dell’Italia unita (con L. Ganapini, Garzanti, 2010); Un paese in bilico. L’Italia degli ultimi trent’anni (Laterza, 2014). Per i tipi della Donzelli ha pubblicato Fascismo e antifascismo. Storia, memoria e culture politiche (2018) e Il paese dei maccheroni. Storia sociale della pasta (2019)

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