Casa Bianca, Trump ci riprova. Ma il tycoon populista oggi fa meno paura - Fondazione PER
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Casa Bianca, Trump ci riprova. Ma il tycoon populista oggi fa meno paura

di Vittorio Ferla

“Per fare l’America di nuovo grande e gloriosa, annuncio stasera la mia candidatura a presidente degli Stati Uniti”. Così Donald Trump ha lanciato martedì sera la sua terza corsa per la Casa Bianca, di fronte a una folla riunita a Mar-a-Lago, la sua tenuta sul lungomare in Florida, dove avrà sede la sua campagna. L’annuncio – basato ancora una volta sul MAGA, il Make America Great Again, lo slogan rovinoso che ha reso tossica la politica americana degli ultimi otto anni – arriva in un passaggio particolare: i repubblicani conquistano la camera, ma, per l’ex presidente americano le proporzioni della vittoria sono deludenti. I repubblicani sono a solo un seggio dalla conquista dei 218 seggi necessari per rivendicare la maggioranza alla Camera. Viceversa, è assai improbabile che i democratici possano vincere tutte le 11 gare rimanenti, necessarie per mantenere il controllo dell’assemblea. Ieri, con 188 voti contro 31, il Gop ha nominato il rappresentante della California Kevin McCarthy, già leader della minoranza alla Camera dal 2019, come nuovo speaker della camera chiudendo così l’era di Nancy Pelosi. Una soddisfazione per Trump, ma del tutto insufficiente perché i democratici hanno conquistato il Senato, infliggendo un colpo mortale alle aspettative del tycoon. Nel discorso di ricandidatura di Mar-a-Lago, Trump ripete la sua lista di eccessi e di menzogne per glorificare i suoi quattro anni di governo, conclusi con la macchia di golpista per aver incitato l’attacco al Campidoglio il 6 gennaio 2021. Per screditare l’attuale inquilino della Casa Bianca, rivendica i risultati delle sue politiche – dal pugno di ferro contro gli immigrati ai tagli alle tasse aziendali e alle iniziative per la libertà religiosa e pro-life – alimentando quella formidabile polarizzazione che è diventata la malattia della democrazia americana.

La verità è che Trump, nella sua corsa verso il 2024, si ritrova alla guida di una macchina sempre più ingolfata. Le elezioni di quest’anno saranno ricordate come uno di quei rari casi in cui il presidente in carica non esce sconfitto dalla gara di metà mandato. Ed è molto probabile che sull’esito del voto abbia influito la paura di dare nuova linfa ai sogni di gloria del suo predecessore, sconfitto con disonore nel 2020.

L’altro punto di debolezza: Trump è ancora indagato per le azioni svolte prima e durante l’attacco del 6 gennaio 2021 al Campidoglio e per aver conservato documenti riservati nella sua tenuta di Mar-a-Lago dopo aver lasciato l’incarico. L’iter potrebbe pure risolversi in un nulla di fatto, ma è improbabile che non abbia un’influenza sulla sua corsa. Prima, rendendolo inviso a una parte del suo stesso schieramento. Poi, in caso di vittoria alle primarie, scatenando la reazione degli elettori dem. Le presidenziali del 2020 conobbero una enorme mobilitazione popolare, ben al di là delle recenti abitudini del paese, proprio per l’urgenza di impedire un secondo mandato a un presidente pericoloso per la tenuta della democrazia americana. Joe Biden ha cercato di giocare la carta della difesa della democrazia pure nelle elezioni di midterm: una strategia abbastanza riuscita che ha impedito quelle vittoria schiacciante dei repubblicani che Trump auspicava per legittimare la sua ricandidatura.

Un altro elemento di debolezza proviene dall’interno del Gop. In questi ultimi anni il partito conservatore si è via via trasformato nel giocattolo personale del tycoon, ma dopo la sua sconfitta alle presidenziali i repubblicani hanno ripreso coraggio. Oggi non è più il tempo dei critici isolati: in passato Mitt Romney, l’unico rep a votare per l’impeachment di Trump, o Liz Cheney, fino ad oggi l’avversaria numero 1 dell’ex presidente dentro il suo stesso partito. Nei prossimi mesi potrebbe accadere qualcosa di importante. Per le primarie del Gop, infatti, scalda già i motori Mike Pence, il vicepresidente di Trump che, in occasione dell’attacco al Campidoglio, mostrò la giusta postura, rifiutando le richieste di “sbrego” costituzionale del presidente e mettendo al primo posto la protezione del Congresso e dei parlamentari dall’aggressione dei facinorosi estremisti trumpisti. È probabile che Pence progetti di corteggiare, tra i più fedeli sostenitori di Trump, quei tanti delusi dal suo attacco alle istituzioni e dal tentativo complottista di delegittimazione della vittoria presidenziale di Biden con la scusa di brogli elettorali del tutto inesistenti. In più, le elezioni di midterm registrano l’exploit del nuovo astro nascente repubblicano: Ron DeSantis. In passato parlamentare, il governatore della Florida – che nel 2018 aveva vinto al fotofinish con un distacco minimo di circa 30 mila voti e un riconteggio – è riuscito nell’impresa di essere rieletto con un vantaggio di circa 20 punti percentuali sul suo avversario democratico Charlie Crist. Il trionfo è completo con la conquista di tre contee blu: la latina Miami-Dade (da vent’anni inespugnabile, l’ultimo a prenderla fu Jeb Bush), quella portoricana di Osceola e la roccaforte ricca e progressista di Palm Beach. DeSantis, forte dell’appoggio della cospicua comunità dei latinos, può vantare pure un’ottima campagna di raccolta fondi che gli permette di partire da un tesoretto di 65 milioni di dollari per dare il via alla campagna presidenziale.

Il governatore della Florida sarebbe un candidato di svolta non soltanto per l’età (ha solo 44 anni), ma anche per l’approccio alla politica estera. Se è vero che DeSantis è una creatura di Donald Trump – e non poteva essere altrimenti in un partito completamente dominato dal tycoon negli ultimi otto anni – è anche vero che appare lontano dagli eccessi del suo mentore. In politica estera, per esempio, gli approcci dei due sembrano abbastanza diversi. L’isolazionismo trumpiano ha messo al primo posto gli interessi degli Usa (America First) fino al disimpegno dalle responsabilità globali: ecco perché confida in Trump chi spera di separare le sorti di Usa e Ue e di mettere fine allo scudo protettivo atlantico sull’Ucraina. Al contrario, è probabile che Ron DeSantis sia più vicino al conservatorismo tradizionale alla Ronald Reagan del vecchio Grand Old Party, nel quale l’interesse del paese coincide con il ruolo di leadership internazionale di Washington.

Per finire, l’ostacolo più importante alla nuova corsa di Donald Trump potrebbe rivelarsi proprio Joe Biden. Il presidente in carica è arrivato alla Casa Bianca come il più sottovalutato della storia. Ancora oggi è spesso sbeffeggiato per l’età avanzata: un possibile impedimento in vista di un secondo mandato. Finora, tuttavia, il vecchio Sleepy Joe – così lo ingiuriava Donald Trump – ha mostrato qualità notevoli e imprevedibili: è riuscito a portare fuori gli Usa dalla pandemia dopo l’inettitudine del predecessore, ha avuto il coraggio di investire sulla ripartenza dei consumi e dell’economia, ha tenuto il punto su un protezionismo ‘accettabile’ per difendere i lavoratori americani, ha mostrato capacità di guida del mondo occidentale, è stato bravo a mantenere il sostegno all’Ucraina dentro i confini del ‘containment’ senza precipitare tutta l’Europa nella guerra, ha risollevato la reputazione dell’America nel mondo. Ecco perché, oggi, la ricandidatura di Trump fa meno paura che nel passato.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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