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C’è ancora chi fantastica di pace, mentre la Russia conduce un genocidio

di Vittorio Ferla

 

A dispetto dei tremebondi politici europei, il duello a distanza tra Joe Biden e Vladimir Putin continua. Ieri, in un discorso all’Accademia navale degli Stati Uniti, il presidente americano ha di nuovo colpito duro il suo omologo russo. “Non sta solo cercando di conquistare l’Ucraina. Sta davvero cercando di spazzare via la cultura e l’identità del popolo ucraino, attaccando scuole, asili nido, ospedali, musei”, dice Biden di Putin. “Un attacco diretto ai principi fondamentali dell’ordine internazionale basato sulle regole” che, secondo l’inquilino della Casa Bianca, invece di “finlandizzare” tutta l’Europa e renderla neutrale, ha scatenato la reazione degli alleati. Specie quelli dell’Europa orientale e del Nord, che ben conoscono la volontà di potenza di Mosca per esserne stati spesso vittime.

Stavolta, a confermare le parole di Biden prima che arrivino le solite lamentele dal vecchio continente, arrivano le conclusioni del primo rapporto indipendente sugli atti di genocidio commessi dalle truppe russe in Ucraina: ci sono prove sufficienti per concludere che Mosca punta al genocidio. Il rapporto –  realizzato da più di 30 importanti studiosi di diritto ed esperti di genocidio del New Line Institute for Strategy and Policy, un think tank americano, e del Raoul Wallemberg Centre for Human Rights, con sede in Canada – accusa la Federazione Russa di aver violato diversi articoli della convenzione sul genocidio delle Nazioni Unite. Lungo l’elenco di prove: le uccisioni di massa dei civili, le deportazioni forzate di intere famiglie, la retorica usata da alti funzionari russi che negano ripetutamente l’esistenza di un’identità ucraina. A titolo di esempio, il rapporto indica il linguaggio disumanizzante usato dai russi per descrivere gli ucraini e le affermazioni di Vladimir Putin secondo cui l’Ucraina non ha il diritto di esistere come paese indipendente. “Abbiamo visto finora una guerra di natura genocida, sia per il linguaggio usato che per le modalità di svolgimento. È molto, molto chiaro”, spiega Azeem Ibrahim, direttore del New Lines Institute for Strategy and Policy. Gli esperti accusano le forze russe di aver portato a compimento, nel corso dell’invasione, una serie “di atrocità coerenti e pervasive contro i civili ucraini presi come soggetto collettivo” secondo uno schema genocidario. I massacri e le esecuzioni sommarie ben documentate a Bucha, Staryi Bykiv e nelle regioni di Sumy e Chernihiv, gli attacchi deliberati della Russia a rifugi, vie di evacuazione e strutture sanitarie, gli attacchi e i bombardamenti indiscriminati di aree residenziali, gli stupri, gli assedi, i furti di grano e le deportazioni forzate in Russia: sono tutti elementi di un “modello di distruzione genocidaria”. Il rapporto invita la comunità internazionale ad agire: “non c’è proprio tempo”. Avverte Ibrahim: “Ogni paese firmatario della convenzione sul genocidio – 151 paesi inclusa la Federazione Russa – deve fare tutto il possibile per porre fine a questo, altrimenti sarà corresponsabile nella violazione della convenzione”.

Inosmma, se questo è il progetto di Vladimir Putin, la pace è oggi un’ipotesi assai lontana. Mario Draghi ha capito molto bene l’antifona dopo l’ultima telefonata con il despota del Cremlino. Che mira inoltre a scatenare una carestia di proporzioni enormi nei paesi più poveri, dipendenti dalle forniture di grano ucraino, attribuendo la responsabilità della tragedia alla ostinazione del governo di Kiev. Non a caso, il presidente del consiglio italiano non ha mai preso sul serio la proposta di pace in quattro capitoli recapitata dal suo ministro degli esteri all’Onu. Un bel compitino senza dubbio. Che accontenta un’opinione pubblica già stanca della guerra. Fatto per blandire la pulsione al disimpegno del partito politico di appartenenza. E per assecondare la retorica pacifista degli opinionisti italiani che invadono i talk show televisivi nel tentativo quotidiano di disarcionare la realtà. Il risultato è un dibattito pubblico sempre più tossico, basato sulla mistificazione sistematica dei fatti.

Nei giorni scorsi, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza Dmitry Medvedev, leader di Russia Unita, il partito di Putin antico partner di Lega e M5s, era stato piuttosto crudo sul piano di pace italiano: “Sembra che non sia stato preparato da diplomatici, ma da politologi locali che hanno letto molti giornali di provincia e operano solo con fake news ucraine”. Parole che – al netto delle accuse contro il nemico ucraino – la dicono lunga sul contatto con la realtà della nostra infosfera. Secondo Medvedev, il piano “andrebbe bene se tenesse conto della realtà. Ma è solo un puro flusso di coscienza dei grafomani europei”. Il leader di Russia Unita non crede alla possibilità che l’Ucraina possa assumere lo status di neutralità e al contempo aderire all’Unione europea: perché sarebbe inevitabile l’adesione alla Nato. Precisa poi che la proposta di un Donbass autonomo entro i confini ucraini è “un’assurdità” perché la decisione sull’indipendenza delle due repubbliche separatiste “è stata presa e non si torna indietro”. Infine, avverte che “nessuna forza politica in Russia accetterebbe anche solo di discutere il destino della Crimea. Sarebbe un tradimento della nazione”.

In sostanza, dal punto di vista della Russia, il discorso sulla pace è completamente chiuso. Di fronte a queste parole, davvero sconvolge la quantità di opinionisti suonati che in Italia ancora fantasticano cessate il fuoco e negoziati a breve scadenza accusando le diplomazie dei paesi occidentali di non fare abbastanza. In questo contesto surreale, alimentato da dibattiti inventati ad arte, appaiono poco credibili anche i sondaggi sul no alle armi. D’altra parte, Euromedia Research di Alessandra Ghisleri segnala in crescita Fratelli d’Italia (22,2%) e il Partito democratico (21,5%). Cioè i due partiti che meglio stanno interpretando la posizione atlantista dell’Italia a sostegno dell’aiuto militare a Kiev. Segno che, perfino nel dibattito tossico del belpaese, non mancano isole di consapevolezza e di serietà.

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Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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