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C’è un evasore alla Casa Bianca. Guai fiscali per Donald Trump

di Vittorio Ferla

 

Donald Trump non paga tasse federali sul reddito in 10 anni su 15 a partire dal 2000. Questa la bomba pubblicata dal rapporto del New York Times di domenica scorsa. Il motivo? Ha perso molto più di quanto ha guadagnato. Sia nell’anno in cui ha vinto la presidenza (2016) che nel suo primo anno alla Casa Biancac (2017), Trump ha pagato la miseria di 750 dollari. Se il quadro dei pagamenti di Trump delineato dal NYT risultasse confermato il presidente americano potrebbe dire addio alla speranza di riconquistare la Casa Bianca. Il rapporto, infatti, racconta anni di enormi perdite finanziarie e di elusione fiscale che danno un duro colpo all’epica del re degli affari su cui Trump ha costruito la sua carriera politica. Delle due l’una: o Trump ha nascosto al fisco le sue enormi ricchezze, oppure il racconto dei suoi successi imprenditoriali è soltanto una grande bugia. “Pago molto in tasse statali sul reddito”, ha dichiarato Trump in sua difesa. Bisogna ricordare che, sul piano legale, il presidente non ha l’obbligo di rendere pubblica la propria dichiarazione dei redditi, ma negli anni la prassi dei presidenti americani è sempre stata quella di comunicare i propri redditi, proprio nel rispetto del principio di trasparenza.

Linchiesta giornalistica, firmata da Russ Buettner, Susanne Craig e Mike McIntire, rivela che Trump “ha evitato di pagare le tasse pur facendo una vita da miliardario – cosa che lui rivendica di essere – mentre le sue compagnie hanno pagato i costi di quelle che molti considererebbero spese personali”. Negli ultimi due decenni, Trump avrebbe pagato circa 400 milioni di dollari in meno in tasse federali sul reddito rispetto a quello che avrebbe dovuto fare per legge. Basti ricordare che, negli anni in cui erano in carica, i due presidenti che lo hanno preceduto – Barack Obama e George W. Bush – versavano ogni anno più di 100mila dollari di tasse federali.

Secondo il giornale, Trump ha utilizzato i 427 milioni di dollari che gli erano stati pagati per le puntate di “The Apprentice” per finanziare le altre sue attività, principalmente i suoi campi da golf, e che il denaro investito nei suoi affari era superiore a quello che stava perdendo. Le informazioni fiscali ottenute dal Times rivelano inoltre che per anni Trump ha sostenuto un conflitto legale con l’International Revenue Service (Irs), lente statunitense che corrisponde alla nostra Agenzia delle Entrate, per decidere se le sue perdite avrebbero dovuto comportare un rimborso di quasi 73 milioni di dollari.

Trump ha ottenuto di pagare poche tasse anche perché la sua azienda – la Trump Organization – ha dichiarato enormi perdite nel corso degli anni: dal 2000, per esempio, il magnate ha dichiarato di aver perso più di 315 milioni di dollari dalle attività derivanti dai suoi campi da golf, che descriveva però, allo stesso tempo, come il cuore del suo impero economico.

Nel corso degli anni, secondo il NYT, Trump avrebbe scaricato la gran parte delle sue spese personali sulle sue aziende, riducendo così ulteriormente le imposte: viaggi, residenze, campi da golf, e perfino i tagli dei capelli sono tutti finiti nei bilanci aziendali.

A ridurre le imposte hanno contribuito anche le numerose consulenze – che il New York Times definisce inspiegabili” – come quelle di cui ha goduto per esempio Ivanka, la figlia del tycoon e una dei dirigenti più importanti della Trump Organization. Alan Garten, avvocato dell’azienda di famiglia, ha cercato di mettere qualche toppa dichiarando che “la maggior parte dei fatti, se non tutti, sembrano essere inesatti”.

Ma le tasse di Trump sono un mistero fin dalla sua candidatura. Già durante la campagna del 2016, l’allora aspirante presidente si è rifiutato di presentare le sue dichiarazioni dei redditi per la revisione pubblica. Stavolta, il polverone sui guai fiscali dell’inquilino della Casa Bianca, vittima delle sue stesse menzogne populiste, arriva poche ore dal primo dibattito presidenziale di martedì notte, proprio mentre il rivale Joe Biden lo distanzia nei sondaggi. Una vera e propria spada di Damocle per un presidente in ostaggio dei suoi creditori, in attesa di centinaia di milioni di dollari di prestiti in scadenza. Come ricorda Stephen Collinson della Cnn, “il magnate miliardario spaccone, panacea populista per gli americani dimenticati, si rivela quello che è sempre stato: una finzione”.

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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