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Che cosa dice di noi la retorica estremista di Trump?

di Alessandro Maran

 

Trump è quello che è. Ma il fatto che, in questo momento critico della storia, milioni di elettori appaiano pronti ad abbracciare il suo estremismo, cosa ci dice dell’America, della sua cultura politica e dell’umore della sua gente? Cosa dice di noi?
Se l’è chiesto Stephen Collinson, ed è forse la domanda più profonda posta dalla retorica incendiaria dell’ex presidente americano (👉 https://edition.cnn.com/…/donald-trump…/index.html).
Riepiloghiamo.
La settimana scorsa l’ex presidente americano, che potrebbe diventare il prossimo commander in chief, ha gridato ai quattro venti che gli immigrati stanno “avvelenando il sangue” degli Stati Uniti; e nella sua ultima ignobile genuflessione davanti al presidente russo Vladimir Putin, ha ripetuto a pappagallo i tentativi di screditare la democrazia americana dell’ex ufficiale del KGB, accusato di crimini di guerra.
Le affermazioni di Trump durante una manifestazione nel New Hampshire, il primo stato dove si terranno le primarie repubblicane, scrive Collinson, “sono contrarie ai valori fondanti e alle tradizioni politiche dell’America. Sono il segnale, l’ultimo di una serie, che Trump, che ha cercato di ribaltare la volontà degli elettori dopo le elezioni del 2020, agirà in modo ancora più grave in un secondo mandato alla Casa Bianca”. È anche possibile che la sua oratoria incendiaria faccia il gioco di Joe Biden: il presupposto centrale della campagna elettorale del presidente in carica è che lui è l’unica opzione per contrastare il ritorno al potere di un ex presidente che potrebbe distruggere la democrazia americana. Tuttavia, stando ai sondaggi che lo mostrano in svantaggio rispetto a Trump negli stati indecisi, la cosa non sembra ancora averlo aiutato.
Anche se la retorica di Trump richiede “senso delle proporzioni” da parte dei suoi critici, il suo comportamento deviante richiede anche una certa conoscenza e comprensione dei suoi obiettivi provocatori e “una valutazione ponderata della minaccia esatta che rappresenta nei confronti dei valori democratici in tutto il mondo, che sono minacciati dalle autocrazie in Cina, Russia, Iran e altrove”.
“Non prendere alla lettera le affermazioni di Trump sarebbe un errore, perché anche fuori dalla politica hanno un impatto politico destabilizzante. Con il suo linguaggio tagliente sull’immigrazione, Trump sta cercando di scatenare l’ostilità e la paura contro gli immigrati e di usare come arma la preoccupazione che la preminenza bianca e cristiana sia minacciata da outsider di diversi gruppi etnici e diversi credi. I suoi commenti mettono a rischio ogni minoranza razziale, etnica e religiosa in un momento di polarizzazione politica già aspra. Sta anche esagerando la minaccia rappresentata dai migranti privi di documenti per sfruttare l’incapacità dell’amministrazione Biden di controllare l’ondata di arrivi al confine meridionale. I repubblicani sostengono da tempo che la situazione rappresenta una crisi e la Casa Bianca non ha elaborato una narrazione politica per contrastare questa situazione”.
Il corrispondente della CNN dalla Casa Bianca ricorda che la retorica violenta e spesso razzista sull’immigrazione è “al centro” dell’appello agli elettori di Trump: “Ha usato la sua campagna complottista sul luogo di nascita dell’ex presidente Barack Obama come trampolino di lancio per la sua carriera politica. La denigrazione dei messicani ha dato energia al linguaggio della sua campagna elettorale fin dal suo primo discorso nell’estate del 2015. E dopo il suo tentativo di rovesciare l’esito elettorale, non dovrebbero esserci residue illusioni sulla volontà di Trump di distruggere il sistema politico americano per aumentare il suo potere. Nelle ultime settimane, ha definito i suoi avversari politici ‘parassiti’, in un’altra eco della propaganda nazista, e ha ammonito che Biden – e non lui – è la vera minaccia per la democrazia, rivoltando la frittata con il suo tipico stile demagogico”.
Allo stesso tempo, però, avverte Collinson, Trump cerca di attirare i suoi detrattori “in una trappola”: “Egli infrange le norme del discorso politico generalmente accettate per creare indignazione, in modo da rinsaldare i suoi più ferventi sostenitori e sbilanciare i suoi avversari. Sa che i suoi discorsi che utilizzano l’immaginario del fascismo europeo degli anni ’30 provocano una reazione esplosiva nei media, che può poi sfruttare per far credere ai suoi sostenitori che la ‘sinistra’ è coinvolta in una complotto contro di lui e, per estensione, contro di loro. La reazione dei suoi critici gli permette di suscitare una risposta che lo rende più forte”.
C’è anche il pericolo che le critiche a Trump che evocano l’eclissi della democrazia finiscano per offuscare i rischi reali di un suo ritorno alla Casa Bianca. Liz Cheney, la repubblicana che si è battuta coraggiosamente contro l’ex presidente, ha ammonito che se gli americani l’anno prossimo dovessero rieleggerlo, Trump non lascerà più l’incarico, sostenendo che il paese sta camminando “nel sonno” verso la dittatura. Trump ha detto anche che la Costituzione dovrebbe essere stracciata. Ma, aggiunge Collinson, nonostante la sua attuale retorica, “non c’è ancora alcun segno” che faccia pensare che Trump possa davvero impedire che si svolgano future elezioni generali.
Piuttosto che le analogie storicamente tendenziose degli anni ’30, un modello più probabile per Trump potrebbe essere rappresentato, suggerisce Collinson, da un autocrate del presente, come il primo ministro ungherese Viktor Orban, un eroe della destra ‘America First’ di cui Trump parla con ammirazione:“Orban fa parte del tessuto connettivo ideologico che collega Trump, Putin e altri leader che sposano il nazionalismo bianco, il governo autoritario e il cristianesimo ortodosso. Erodono i sistemi politici ed elettorali per aumentare il loro potere e indebolire la stampa e i tribunali – le istituzioni che tengono sotto controllo i loro impulsi antidemocratici. Orban è il principale alleato di Putin all’interno dell’Unione Europea e, come Trump, sta conducendo una campagna per revocare gli aiuti finanziari e militari all’Ucraina, per renderla impotente contro l’invasione immotivata e brutale del leader russo, che la considera una guerra per procura contro l’Occidente”.
L’Ungheria è una nazione che, in superficie, è democratica, ma che ha risentito del successo di un uomo forte nell’erodere le istituzioni che cercavano di fare in modo che Orban rispondesse delle sue azioni. Si tratta, quindi, di un segnale d’allarme (“rosso lampeggiante”) per gli Stati Uniti.
Nell’immediato, a pochi giorni dall’inizio delle votazioni, rimarca Collinson, l’estremismo di Trump “pone seri interrogativi ai suoi principali oppositori alle primarie, che non hanno avuto il coraggio di criticare le sue inaccettabili minacce per paura di alienarsi gli elettori repubblicani”. Inoltre, mette in luce ancora una volta “l’incapacità del Partito Repubblicano, che una volta si vantava di aver vinto la Guerra Fredda contro il Cremlino, di resistere al suo leader, che invece sostiene costantemente gli avversari degli Stati Uniti come Putin”.
Che la retorica estremista di Donald Trump, che ricorda addirittura la propaganda nazista, e la sua propensione a schierarsi con gli autocrati e i nemici dell’America, rappresentino una sfida eccezionale sia per i suoi oppositori nel Partito repubblicano che, più in generale, per gli elettori statunitensi, è fuori dubbio. Ma torniamo alla domanda iniziale, forse la più profonda: cosa ci dice dell’America, della sua cultura politica e dell’umore della sua gente? Cosa dice di noi?
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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