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Che cosa succede dopo la Merkel? Il valore del voto tedesco

di Michele Marchi

 

Vi sono elezioni il cui valore va al di là dei confini nazionali. E il voto tedesco del 26 settembre prossimo può essere ascritto a tale categoria. Si sceglieranno il futuro politico della Germania ma anche, in larga parte, gli equilibri dell’intero continente europeo. 

Può sembrare superfluo affermarlo ma, in particolare dal dopo riunificazione Berlino, oltre ad essere il centro economico, si è tramutato nel motore politico del Continente. Con il grande allargamento del 2004-2007 il baricentro geopolitico si è spostato da Parigi a Berlino e anche il cosiddetto motore franco-tedesco si è progressivamente trasformato in una locomotiva a trazione teutonica.

Vi è un’altra ragione che rende il voto tedesco di fine settembre così rilevante, questa volta maggiormente legata all’evoluzione del suo sistema politico nell’ultimo trentennio. La storia politica della Repubblica Federale Tedesca e anche i primi passi della riunificata Bundesrepublik Deutschland sono stati caratterizzati da una stabilità centrata sui due assi portanti della CDU/CSU e della SPD, con il partito liberale e a partire dagli anni Settanta i Verdi a svolgere il ruolo di soggetti politici minori, in grado però di coalizzarsi con i due principali e di garantire stabilità di governo a livello centrale così come nei singoli governi dei Landern. Il XXI secolo della politica tedesca ha visto progressivamente andare in frantumi tale stabilità. La formazione delle coalizioni governative, a livello centrale così come a livello locale, è diventata sempre meno scontata e sono apparsi all’orizzonte soggetti politici antisistema quali la Linke e Alternative fur Deutschland. Alle elezioni del 2017 ben sei partiti politici hanno ottenuto rappresentanza parlamentare superando la soglia di sbarramento del 5%. CDU/CSU e SPD nella loro somma dei voti hanno passato di poco il 50%. AfD con il 12,6% si è accreditato come terzo gruppo parlamentare al Bundestag, mentre liberali, verdi e Linke si sono attestati appena sopra e appena sotto la soglia del 10%. Ma se si allarga lo sguardo alle ultime quattro tornate elettorali, tre dei quattro mandati alla Cancelleria di Angela Merkel sono nati da elaborate “grandi coalizioni” tra il partito cristiano democratico e la socialdemocrazia.

E qui si apre la terza e decisiva questione: domenica 26 settembre si chiuderà la lunga era Merkel. Era il 22 novembre di quasi sedici anni fa quando Angela Merkel assumeva la guida del Paese, guida che avrebbe mantenuto per quattro successivi mandati. Il voto di fine settembre segnerà così, inevitabilmente, la fine di una leadership politica di una longevità inferiore soltanto a quella del suo padre politico, il cancelliere cristiano-democratico Helmuth Kohl, che con i suoi cinque mandati consecutivi ha superato i sedici anni alla guida prima della RFT e poi della Germania riunificata. Mitterrand si è fermato a quattordici anni di presidenza, Felipe Gonzalez in Spagna non è arrivato per qualche mese allo stesso traguardo e i lunghi “regni” di de Gaulle, così come di Chirac o di Blair e di Thatcher, si sono fermati rispettivamente a undici, dodici, dieci e ancora undici anni.

In definitiva, per la Germania così come per l’Europa e in particolare per il futuro del processo di integrazione europeo, il rischio concreto è quello dell’apertura di una fase di profonda incertezza. I sondaggi al momento parlano di un vantaggio cristiano-democratico, con una SPD in costante difficoltà e i verdi che oscillano tra l’ipotesi exploit e quella di un ennesimo flop. Ma al di là dell’esito in termini di voti, i candidati alla cancelleria, si tratti del cristiano democratico Laschet, del socialdemocratico Scholz o della verde Bearbock lasciano ben più di qualche perplessità per quanto riguarda le loro capacità di leadership e la loro esperienza politica per la gestione del delicato dopo Merkel.

Nei suoi quattro mandati Merkel ha garantito da un lato un’indubbia stabilità interna e dall’altro ha svolto un ruolo di leadership politica europea sempre più evidente e incontrastata, criticabile ma inconfondibile su tutti i principali dossier, da quelli economico-finanziari passando per quelli relativi al tema migrazioni sino al ruolo geopolitico dell’Ue nei rapporti con la Russia, con la Cina così come nel rapporto euro-atlantico.

Per citare solo due esempi, quando il generale de Gaulle abbandonò improvvisamente la scena politica transalpina nell’aprile del 1969 si chiuse un decennio abbondante di politica francese ed europea dominata dalla figura del fondatore della V Repubblica. Il suo successore, Georges Pompidou, sin da subito si mostrò in grado di garantire la sopravvivenza della stabilità politica interna e contemporaneamente si fece carico di sbloccare l’evoluzione del processo di integrazione che lo stesso Generale aveva osteggiato. In definitiva una successione nella continuità. Ciò che si prospetta nel dopo voto di fine settembre in Germania assomiglia però maggiormente a ciò che è accaduto al termine del già citato lungo “regno” di Helmuth Kohl. Apparentemente l’arrivo del cancelliere socialdemocratico Schroder alla guida della Germania può essere letto come esempio virtuoso di una fisiologica e riuscita alternanza. In realtà l’uscita di scena del cancelliere della riunificazione, preceduto tre anni prima da quella del presidente francese Mitterrand, ha aperto una delle più complicate fasi per il Continente europeo e per il processo di integrazione. La coda tragica delle guerre iugoslave in Kosovo, il tentativo poi fallito miseramente di scrivere una “costituzione” europea e la profonda frattura continentale nel dopo 11 settembre 2001, ed in particolare nel rapporto con Washington impegnata nella cosiddetta lotta globale al terrorismo, devono essere collocate tutte in quella fase di transizione del post mitterrandismo, ma soprattutto negli anni successivi all’uscita di scena di Helmut Kohl.

Il 26 settembre prossimo gli elettori tedeschi inizieranno a gettare le basi del dopo Merkel. Un esito senza una vittoria netta della CDU/CSU potrebbe aprire una fase di laboriosi e lunghi negoziati, che finirebbero per sovrapporsi alla campagna presidenziale francese e alle possibili turbolenze italiane in vista dell’elezione del presidente della Repubblica prevista per il prossimo febbraio. Ciò che in particolare rende perplessi, per non dire preoccupati, è l’assenza di un’ipotesi di successione “morbida”, una sorta di garanzia interna, come accadde nel 1969 in Francia con il dopo de Gaulle, ma anche nel 1990 a Londra per il dopo Thatcher (soluzione interna con John Major) o sempre nel contesto britannico nel 2007 dopo il decennio dominato da Tony Blair con Gordon Brown. Che si tratti di Laschet (probabilmente), di Scholz o di Bearbock oltre al dilemma del tipo di coalizione, resta il punto interrogativo di quello che potremmo definire l’impietoso paragone con Angela Merkel.

In definitiva il 26 settembre prossimo si archivierà il merkelismo e si aprirà un orizzonte nel quale scetticismo ed incertezza sembrano destinati a dominare. L’unica speranza è quella di essere prontamente smentiti.

Michele Marchi
marchi@per.it

Professore di Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna. Si occupa di storia politica dell’Europa del XX secolo con particolare attenzione per quella francese e per il rapporto tra politica e religione in Francia ed in Italia. Per Rubbettino ha pubblicato "Alla ricerca del cattolicesimo politico. Politica e religione in Francia da Pétain a de Gaulle" (2012). Membro del comitato di redazione della "Rivista di Politica", della redazione della rivista "Ricerche di Storia Politica" e della rivista "Nuova Informazione Bibliografica".

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