Chi governerà Gaza dopo Hamas? Gli Usa cercano di sbrogliare la matassa - Fondazione PER
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Chi governerà Gaza dopo Hamas? Gli Usa cercano di sbrogliare la matassa

di Vittorio Ferla

È passato ormai un mese dall’attacco terroristico di Hamas che ha provocato la morte di migliaia di civili israeliani e il rapimento di oltre 200 ostaggi. La risposta militare di Israele sta provocando una tragedia enorme e già si discute dell’urgenza di mettere fine alla guerra e della gestione del dopo. Chi governerà Gaza appena i cannoni smetteranno di crepitare? Sul punto c’è ancora una grande confusione.

Sappiamo con certezza che le Nazioni Unite, nel mondo caotico e multilaterale di questo decennio, non sembrano più in grado di esercitare un ruolo. Del resto, sulla crisi di Gaza l’Onu ha assunto una posizione unidirezionale. Lunedì scorso il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha avvertito che Gaza sta “diventando un cimitero per i bambini” e ha ribadito la richiesta di un cessate il fuoco unilaterale da parte di Israele. Ma questa richiesta così univoca lascerebbe irrisolti tutti i nodi che stanno alla base della crisi con il rischio di preparare una nuova fiammata. Peggio, la posizione dell’Onu non riconosce a Israele il diritto a difendersi dai terroristi per garantire la sicurezza dei suoi cittadini. Motivo per cui l’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite Gilad Erdan ha chiesto le dimissioni di Guterres, accusandolo di fare “un falso paragone immorale tra una brutale organizzazione terroristica che commette crimini di guerra e una democrazia rispettosa della legge”.

Proprio ieri, in una dichiarazione alla Abc News, Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele manterrà “un controllo indefinito su Gaza per garantire la propria sicurezza”. Il primo ministro israeliano ha chiarito che la Striscia di Gaza dovrebbe essere governata da “coloro che non vogliono continuare la strada di Hamas” senza però specificare quale dovrebbe essere il soggetto investito di questo compito. “Penso che Israele, per un periodo indefinito, avrà la responsabilità generale della sicurezza perché abbiamo visto cosa succede quando non ce l’abbiamo”, ha precisato il capo del governo israeliano, consapevole che serviranno molti mesi per sconfiggere Hamas e per assicurare che non vi siano nuovi rigurgiti di violenza contro Israele. Dichiarazioni che sconfessano le parole pronunciate venerdì scorso dal ministro della Difesa Yoav Gallant secondo il quale uno degli obiettivi israeliani della campagna militare era quello di porre fine alla responsabilità di Israele sulla Striscia di Gaza. Alla fine di ottobre Gallant aveva elencato tre fasi dell’iniziativa militare nell’enclave: la prima coincide con l’attuale operazione militare tesa a distruggere le infrastrutture di Hamas, la seconda prevede “operazioni a minore intensità” volte a eliminare le “sacche di resistenza”, la terza e ultima avrebbe dovuto consistere nell’abbandono della Striscia da parte delle truppe israeliane, una volta raggiunte le condizioni di sicurezza necessarie. Ma dopo le dichiarazioni di Netanyahu è assai probabile che questa terza fase possa trasformarsi in un lungo periodo di controllo armato dell’enclave palestinese.

Lunedì scorso è arrivato qualche segnale di vita dall’Unione europea. Nel corso della conferenza annuale degli ambasciatori dell’Ue a Bruxelles, Ursula von der Leyen ha proposto cinque “principi fondamentali” per guidare il futuro della Striscia di Gaza una volta terminata la guerra tra Israele e Hamas: nessun rifugio sicuro per i terroristi, nessun governo guidato da Hamas, nessuna presenza di sicurezza israeliana a lungo termine, nessun trasferimento forzato dei palestinesi, nessun blocco prolungato della Striscia. A differenza di Guterres, la presidente della Commissione europea considera la fine del dominio di Hamas sull’enclave la base per avviare ogni discorso di pace nella classica prospettiva del principio ‘due popoli, due stati’. “Non dobbiamo risparmiare alcuno sforzo per trovare una soluzione duratura, basata su due Stati che vivano fianco a fianco in pace e sicurezza”, ha detto von der Leyen. Peccato che la proposta della presidente sia un’iniziativa del tutto autonoma, non concordata con i governi degli stati membri e addirittura sgradita a Josep Borrell, l’Alto rappresentante dell’Ue assai critico verso la reticenza di Israele a concedere il cessate il fuoco. Insomma, la soluzione della crisi non verrà dall’Europa, incapace per ora di raggiungere la stessa unità mostrata a difesa dell’Ucraina.

Negli ultimi giorni il segretario di stato Antony Blinken ha fatto la spola tra Israele e i paesi arabi vicini allo scopo di consentire la consegna degli aiuti umanitari per i civili palestinesi, disinnescare il rischio di una estensione del conflitto e porre le basi per il futuro governo della Striscia. Tuttavia, l’incontro di sabato scorso ad Amman, in Giordiania, tra Blinken e i ministri degli esteri arabi ha lasciato questi ultimi profondamente delusi perché Washington non è riuscita a convincere Israele a concedere una tregua umanitaria. Nell’intervista alla Abc Netanyahu ha concesso solo pause tattiche per aiutare a liberare i 242 ostaggi detenuti da Hamas – “controlleremo le circostanze per consentire l’arrivo di beni umanitari, o l’uscita dei nostri ostaggi” – ma ha respinto il cessate il fuoco richiesto dai leader arabi. Che cosa succederà, dunque, dopo l’eventuale sconfitta di Hamas? L’amministrazione Biden non è ancora riuscita a creare consenso sui futuri accordi. L’idea di coinvolgere il presidente palestinese Mahmoud Abbas nel controllo di Gaza non ha fatto breccia tra i paesi arabi, sia perché il consenso dei palestinesi è molto basso sia perché è difficile oggi per gli altri paesi musulmani assumersi delle responsabilità di dialogo in presenza del massacro dei civili. Per la Casa Bianca la creazione di una forza internazionale per il governo di Gaza con il contributo decisivo dei paesi arabi più moderati sarebbe un’ottima soluzione. Del resto, prima dello sciagurato attacco di Hamas, Joe Biden era riuscito a creare le condizioni per un accordo storico tra Israele e l’Arabia Saudita, l’attore principale della scena politico-militare e religiosa del mondo musulmano. Sul piatto, il presidente americano aveva messo l’impegno a sostenere militarmente Riyad contro l’Iran, in cambio dell’impegno a stabilizzare l’intera area mettendo fine all’ostilità contro Israele. L’iniziativa avrebbe ulteriormente normalizzato le relazioni con il mondo arabo dopo gli “accordi di Abramo” con Emirati, Bahrein e Marocco. È assai probabile che l’attacco terroristico di Hamas sia stato motivato proprio dall’obiettivo di far saltare questo accordo, scatenando il caos e alimentando di nuovo il conflitto in Medio Oriente. Ma è possibile che gli stessi protagonisti abbiano tutto l’interesse a riprendere il dialogo. E Gaza sarebbe l’occasione storica per tentare di nuovo questo esercizio di pace.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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