Colorado versus Trump - Fondazione PER
20760
post-template-default,single,single-post,postid-20760,single-format-standard,theme-bridge,bridge-core-2.0.5,woocommerce-no-js,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,columns-4,qode-child-theme-ver-1.0.0,qode-theme-ver-21.0,qode-theme-bridge,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-6.0.5,vc_responsive

Colorado versus Trump

di Alessandro Maran

Un’elezione come nessun’altra (che ci riguarda da vicino, più di quanto pensiamo) diventa ancora più complicata, constata oggi Meanwhile in America, la newsletter della CNN curata da Stephen Collinson e Caitlin Hu che propone un’analisi quotidiana della politica statunitense per i lettori di tutto il mondo (https://edition.cnn.com/newsletters/meanwhile-in-america).
Il ginepraio costituzionale in cui Donald Trump ha cacciato gli Stati Uniti si infittisce ogni giorno di più. Con una mossa sorprendente, la Corte Suprema dello stato del Colorado martedì scorso ha stabilito che il front-runner repubblicano non è idoneo a ricoprire nuovamente la carica di presidente poiché il 14° emendamento della Costituzione vieta agli insurrezionalisti di ricoprire cariche pubbliche. La sentenza crea un’altro conflitto senza precedenti in un’elezione che già si preannuncia come nessun’altra nella storia degli Stati Uniti a causa dei postumi legali e politici causati dalla prima presidenza di Trump.
La decisione del Colorado comporta che la Corte Suprema degli Stati Uniti dovrà quasi certamente intervenire e decidere se Trump potrà partecipare al voto nello stato delle Montagne Rocciose – una decisione che, ovviamente, avrà enormi implicazioni in altri stati e nelle elezioni nel loro complesso. Senza contare che immischiare l’Alta Corte, già in calo di popolarità sotto il controllo della maggioranza ultra conservatrice costruita da Trump, finirà per polarizzare ulteriormente le opinioni su un’istituzione che una volta aveva un’immagine di indipendenza che la politica “tossica” dell’America ha intaccato.
La Corte è già stata chiamata dallo special council Jack Smith a decidere se Trump, in quanto ex presidente, sia immune dai procedimenti giudiziari per i presunti crimini commessi quando era in carica. Dovrà decidere se il processo per il sovvertimento elettorale federale contro Trump inizierà come previsto a marzo o non andrà affatto avanti. E, più in generale, dovrà definire la portata del potere presidenziale (inoltre la Corte, ricordano Collinson e Hu, deve anche valutare se un farmaco abortivo sicuro e popolare potrà essere disponibile negli Stati in cui tale procedura è consentita: un caso che probabilmente metterà di nuovo l’aborto al centro delle elezioni nazionali con una posta politica in gioco potenzialmente enorme).
A prima vista, i giudici della Corte Suprema del Colorado che hanno votato 4-3 contro Trump sembrano avere ragione. Il 14° emendamento recita: “Non potrà essere senatore o rappresentante al Congresso, né Elettore del Presidente o del Vicepresidente, né ricoprire alcuna carica, civile o militare, alle dipendenze degli Stati Uniti o di uno degli Stati chi – avendo antecedentemente prestato giuramento di difendere la Costituzione degli Stati Uniti, in veste di membro del Congresso o titolare di carica pubblica degli Stati Uniti, o membro del legislativo o dell’esecutivo o del giudiziario di uno Stato – abbia preso parte a un’insurrezione o ribellione contro la nazione stessa, o prestato aiuto o sostegno ai suoi nemici”.
Sembra facile, in apparenza, sostenere che Trump, avendo detto ai suoi sostenitori in marcia verso Capitol Hill nel tentativo di impedire al Congresso di certificare la vittoria elettorale del presidente Joe Biden, di “combattere come dannati”, abbia effettivamente incitato l’insurrezione nel 2021. Il suo comportamento sembra davvero aver tradito il giuramento di preservare, proteggere e difendere la Costituzione degli Stati Uniti che ha prestato come presidente.
Allo stesso tempo, però, privare Trump del diritto di ricandidarsi potrebbe avere conseguenze politiche straordinarie. Il punto debole della sentenza risiede nel fatto che Trump non è stato condannato per l’insurrezione da un tribunale secondo il giusto processo. L’idea che un gruppo di giudici possa semplicemente decidere che un candidato non è idoneo a ricoprire la carica di presidente potrebbe, in futuro, essere potenzialmente soggetta a tutta una serie di abusi politici.
Il conflitto è già in corso. E le false affermazioni di Trump secondo il quale le molteplici indagini penali e processi pendenti relativi al suo comportamento anomalo sono la dimostrazione che è politicamente perseguitato da un governo vendicativo per impedirgli di tornare al potere, non si sono fatte attendere. E l’esperienza (anche la nostra, no?) dimostra che le accuse e le sentenze avverse dei tribunali che metterebbero fine alla carriera di un politico normale, sottolineano Collinson e Hu, non fanno altro che rafforzare Trump presso i suoi sostenitori.
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

Nessun commento

Rispondi con un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.