Con Draghi, per l'Italia si apre lo spazio della politica internazionale | Fondazione PER
18773
post-template-default,single,single-post,postid-18773,single-format-standard,theme-bridge,bridge-core-2.0.5,woocommerce-no-js,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,columns-4,qode-child-theme-ver-1.0.0,qode-theme-ver-21.0,qode-theme-bridge,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-6.0.5,vc_responsive

Con Draghi, per l’Italia si apre lo spazio della politica internazionale

di Michele Marchi

Dall’America first all’America is back. Su un punto occorre essere chiari sin dall’inizio. L’arrivo di Biden alla Casa Bianca segna una discontinuità, non solo teorica. Il nuovo presidente democratico lo ha chiarito, in particolare parlando alla versione virtuale dell’annuale Conferenza sulla sicurezza di Monaco. E come era facilmente pronosticabile, il ritorno di Washington dopo la sbornia “isolazionista” del tycoon Trump, comporta più obblighi e meno disimpegno da parte degli alleati europei. Ci si conceda una battuta: “avete voluto la bicicletta e ora occorre pedalare!”.

Ebbene anche le repliche di Macron, ma soprattutto di Merkel, hanno però confermato che l’asse portante dell’Ue (Parigi-Berlino) non è pronto ad assumersi in maniera chiara e univoca gli oneri di un’alleanza euro-atlantica rinnovata e, nell’approccio di Biden, architrave della nuova sfida economica, ma anche morale, nei confronti delle autocrazie, Cina e Russia su tutte. In realtà Macron ha mostrato maggiore pragmatismo e nella lunga intervista al Financial Times proprio il giorno prima dello sbarco virtuale di Biden nel Vecchio Continente, ha rilanciato l’idea di un multilateralismo con al centro Washington, anche se sulla Nato in “morte cerebrale” non ha più di tanto fatto marcia indietro. Molto più netto è apparso il nein di Angela Merkel, circa l’eventualità di un irrigidimento dei rapporti con Pechino e Mosca e soprattutto l’erede di Kohl (ma in questo caso forse più di Bismarck) ha mostrato tutta la sua indisponibilità di fronte all’ipotesi di mescolare piano della politica e piano dei diritti.

Ebbene in questo quadro si aprono prospettive importanti per la diplomazia dell’Italia a guida Mario Draghi. È necessario fare una premessa. Il curriculum vitae dell’ex presidente della Banca centrale è assolutamente sufficiente per minimizzare il rischio Italia nel percorso di implementazione del Recovery fund. A Bruxelles ma soprattutto sui mercati, l’architettura ideata tra aprile e dicembre 2020 è oggi in sicurezza proprio grazie all’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi. Con una battuta si potrebbe affermare che garantita l’economia, si apre lo spazio della politica internazionale. E su questo fronte, proprio strettamente legato alle considerazioni fatte in apertura, si schiudono scenari molto interessanti. Si profila all’orizzonte e andrà perseguito un potenziale protagonismo equilibratore da parte dell’Italia di Draghi.

Prima di tutto il nostro Paese potrà svolgere un importante ruolo europeo, aiutando Washington da un lato a riequilibrare le anche legittime, ma spesso eccessive nei modi e nei tempi, rimostranze di Macron circa il futuro dell’Alleanza Atlantica. Non è lanciando strali neo-gollisti e definendo la Nato in morte cerebrale che si può risolvere l’oramai cronica inconsistenza militare dell’Europa. Se l’Ue vuole davvero perseguire una forma anche embrionale di autonomia strategica, deve concretamente muoversi sul fronte degli investimenti militari e questo potrà essere svolto solo in sinergia e non in contrapposizione all’Alleanza atlantica. L’Italia può senza dubbio giocare un ruolo di mediazione cooperativa su questo fronte. Allo stesso modo Roma può operare per calmierare il “falco” Merkel circa i rapporti sino-europei. Quello del 30 dicembre è stato davvero un azzardo da parte di Merkel e a Washington vorrebbero che rimanesse un evento estemporaneo. La presa di Draghi sul mondo tedesco è una garanzia per gli Stati Uniti. Sicuramente l’attuale presidente del Consiglio saprà trovare le parole giuste per dialogare con la Cancelliera e anche con il suo successore sul dossier Cina.

In secondo luogo, Draghi può ritagliarsi uno spazio importante come equilibratore del “falco” Biden sul tema Russia e in questo senso fare il gioco di Berlino e di Parigi. Su questo tema l’asse franco-tedesco, probabilmente non senza ragioni, sta operando affinché Mosca non resti isolata e vada a sfogare la sua storica insicurezza tra le braccia di Pechino. L’autorevolezza del nuovo inquilino di Palazzo Chigi può fornire garanzie maggiori rispetto ad una politica post-gollista filo-russa e anche rispetto ad un passato (e presente?) di eccessive contaminazioni economico-finanziarie tra Berlino e Mosca.

Vi è poi un terzo ambito di protagonismo potenziale per la nuova politica estera italiana. In realtà, come per l’europeismo e per l’atlantismo si tratta soltanto di una rivisitazione di un pilastro della diplomazia italiana post-bellica. Ci si riferisce al multilateralismo, anche in questo senso nella versione di Draghi. Lo ha in parte evidenziato lo stesso premier nel suo intervento all’incontro virtuale per il G7 a guida britannica. La presidenza italiana del G20 sarà il terreno operativo nel quale dispiegarlo. Per Draghi la pandemia e i suoi effetti devastanti sono la dimostrazione più evidente che il mondo globale, senza un multilateralismo effettivo e non retorico, è destinato a trasformarsi davvero nella classica immagine hobbesiana del bellum omnium contra omnes. Peraltro proprio un multilateralismo serio e non di facciata si dovrebbe tramutare nello strumento per recuperare ed “andare a vedere” il gioco di Pechino, sino ad oggi gigante economico ma sempre restio ad assumersi gli oneri propri di una vera leadership mondiale.

Il ritorno degli Usa sulla scena globale, e su quella europea in particolare, apre prospettive interessanti quanto impegnative per tutti i partner europei. Per una volta, grazie al nuovo inquilino di Palazzo Chigi, il nostro paese può cercare di liberarsi dall’immagine di “Cenerentola d’Europa” e/o di “malato d’Europa”. Bisogna naturalmente ricordare che la strada da percorrere è molta. Non dimentichiamo che ancora su dossier cruciali quali il nucleare iraniano il nostro Paese non ha una sedia al tavolo negoziale. Se su Draghi tutti sono pronti a scommettere, non altrettanto si può dire a proposito della credibilità complessiva del sistema Paese. Le prossime settimane ci diranno se la nuova leadership di Draghi, oltre a portarci fuori dagli attuali “tempi difficili”, sarà in grado di soddisfare almeno una parte delle “grandi aspettative” oggi all’orizzonte.

Argomenti
, , , ,
Avatar
Michele Marchi
marchi@per.it

Professore di Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna. Si occupa di storia politica dell’Europa del XX secolo con particolare attenzione per quella francese e per il rapporto tra politica e religione in Francia ed in Italia. Per Rubbettino ha pubblicato "Alla ricerca del cattolicesimo politico. Politica e religione in Francia da Pétain a de Gaulle" (2012). Membro del comitato di redazione della "Rivista di Politica", della redazione della rivista "Ricerche di Storia Politica" e della rivista "Nuova Informazione Bibliografica".

Nessun commento

Rispondi con un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.