Confronto Italia-Usa: si fa presto a dire "diseguaglianze" | Fondazione PER
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Confronto Italia-Usa: si fa presto a dire “diseguaglianze”

di Sandro Brusco

 

Il fallito putsch dei seguaci di Donald Trump ha riportato all’attenzione l’accresciuto consenso a forze populiste che spesso hanno connotati antidemocratici. Ci sono alcuni tratti comuni tra i vari paesi; vari lavori scientifici hanno mostrato, ad esempio, come il consenso ai partiti populisti tenda a essere più alto nelle aree più esposte a perdite di occupazione dovute al commercio internazionale (si vedano, ad esempio, i lavori di Italo Colantone e Piero Stanig). Ci sono però anche tratti culturali specifici alle differenti nazioni, che vanno tenuti in conto per capire bene il fenomeno. Negli USA l’aumento del consenso populista si è chiaramente innestato su una lunga tradizione di razzismo presente in varie zone della società americana.
Tradizioni autoritarie sono purtroppo presenti anche in Italia, ma in questo articolo voglio invece soffermarmi sulle differenze di natura economica tra Italia e Stati Uniti. Per essere proficua una analisi deve partire dai dati.

Figura 1: Andamento reddito medio pro-capite, Italia e USA.

La Figura 1 riassume la più drammatica differenza tra i due paesi. Nella figura si mostra l’andamento del reddito pro-capite, la più importante misura di benessere della popolazione, negli ultimi 20 anni prima della pandemia. Fatto 100 il reddito pro-capite del 1999, il reddito pro-capite USA è aumentato del 28,4%, mentre quello italiano è rimasto praticamente lo stesso, con un incremento di solo 1,9%.

Quindi, ancora prima della pandemia, l’Italia partiva da un ventennio di mancata crescita. La pandemia ha peggiorato le cose, riportando il reddito medio pro-capite all’inizio degli anni ’90. Il grafico racconta una storia abbastanza nota. Gli USA subirono un rallentamento dopo gli attentati terroristici del 2001 e poi con la grande recessione del 2008-2009. Dopo la grande recessione, durante la presidenza Obama, la crescita riprese in modo spettacolare e continuò anche durante la presidenza Trump. L’Italia invece è entrata già zoppicante nella grande recessione e da allora, di fatto, non si è più ripresa.

Ma quanta parte della popolazione americana ha beneficiato di questo periodo di crescita, completamente assente in Italia? Vari commentatori hanno puntato il dito sulla disuguaglianza come motore principale del backlash populista. Ci sono tanti tipi di disuguaglianza ed è praticamente una tautologia che dietro a ogni tensione sociale ci deve essere una disuguaglianza in ‘qualcosa’. In questo articolo mi concentro sulla disuguaglianza dei redditi, al lordo e al netto degli interventi redistributivi legati al sistema fiscale.
Anche qui, ogni discussione seria deve partire dai dati. È vero che negli USA tutti i guadagni dalla crescita sono andati a pochi? La risposta è articolata: sì, c’è stato un aumento della disuguaglianza e i più ricchi hanno guadagnato di più, ma il reddito è cresciuto per tutti, soprattutto se teniamo in conto gli effetti della redistribuzione governativa.

Figura 2: Andamento reddito medio per quintili di reddito. Prima di tasse e trasferimenti

La Figura 2 mostra l’andamento del reddito medio per il 20% più ricco della popolazione, per il 20% in mezzo e per il 20% più basso, a partire dal 1980. Per comodità, e con una certa approssimazione, chiamiamo questi tre gruppi ‘i ricchi’, la ‘classe media’ e ‘i poveri’. È chiaro che i ricchi hanno fatto nettamente meglio degli altri. Dopo il periodo nero degli anni ’80 però anche la classe media e i poveri hanno iniziato a godere della crescita.

 

Figura 3: Andamento reddito medio per quintili di reddito. Dopo tasse e trasferimenti

Ma questi sono i dati prima di qualunque intervento redistributivo, se volete i redditi lordi prima di pagare le tasse e di ricevere sussidi. La faccenda cambia parecchio, soprattutto per i poveri, quando guardiamo all’andamento dei redditi netti, mostrati nella Figura 3. I poveri hanno fatto bene, soprattutto dopo i neri anni ’80. La classe media ha invece fatto meno bene degli estremi. Intendiamoci, i livelli di crescita del reddito netto per la classe media americana sono comunque spettacolari rispetto a quella italiana. Ma è vero che la classe media ha fatto meno bene, in termini relativi, dei più poveri e dei più ricchi.

Gli economisti discutono da vari decenni sulle ragioni dell’aumento della disuguaglianza, in parte originate da innovazioni tecnologiche che hanno favorito i lavoratori più istruiti e in parte da altri fattori legati alle scelte di politica economica, in particolare la maggiore apertura internazionale. Ma si noti che, negli USA, c’è stato uno sforzo redistributivo notevole da parte della politica economica per aiutare i redditi più bassi. Si può sempre dire che non è stato abbastanza, ma questa è una discussione per un altro giorno. Il punto che interessa sottolineare è che non è stato un impoverimento generalizzato, o una violenta redistribuzione del reddito dai poveri ai ricchi, la causa del successo populista.

In altre parole, per gli Stati Uniti la storia del popolo in miseria che si affida al demagogo di turno semplicemente non funziona. Il supporto è venuto invece da gruppi di ceto medio, particolarmente la classe operaia degli stati del midwest, che hanno subito un notevole calo nella propria posizione relativa, e spesso anche in quella assoluta, a causa delle particolari caratteristiche avute dal progresso tecnologico (più orientato verso lavoratori a elevata educazione) e alla concorrenza dei nuovi paesi che hanno iniziato l’uscita dalla povertà, come Cina e Vietnam. Il supporto al populismo più rancido, peraltro, è stato decisamente meno esteso che in Italia. Trump non ha mai vinto il voto popolare, e solo una distribuzione molto fortunata del voto, unita alle bizzarrie del sistema elettorale USA, gli ha permesso di accedere alla presidenza. Ma non è durato molto. In quattro anni è diventato il primo presidente dopo Hoover nel 1932 (quindi in piena depressione) a perdere in soli 4 anni non solo la presidenza ma anche la Camera e il Senato per il suo partito.

Tutto questo non significa che non esistano problemi negli USA. Per esempio, il sistema sanitario, anche dopo la riforma di Obama, non raggiunge ancora tutta la popolazione ed è assurdamente costoso e ineffiiciente. Diversi economisti hanno osservato l’aumento di pratiche monopolistiche e oligopolistiche che riducono il tasso di crescita, oltre a contribuire alla disuguaglianza. Tutti problemi che l’amministrazione Biden si troverà ad affrontare. Ma almeno non si parte da zero, non si parte da un paese bloccato.

E l’Italia? Per l’Italia purtroppo la storia è totalmente differente. L’Italia non è cresciuta proprio. Non è cresciuta per i ricchi, non è cresciuta per i poveri e non è cresciuta per la classe media. Questo magari ci ha aiutato a contenere l’aumento delle disuguaglianze di reddito, ma bisogna ammettere che limitare la disuguaglianza impendendo la crescita non è una grande strategia. Le pulsioni autoritarie e razziste sono diventate sempre più forti all’interno di un sistema economico che, chiaramente, non sta funzionando per nessuno. Le idee populiste in economia continuano a essere egemoniche, e di fatto hanno ormai colonizzato l’establishment sia di destra sia di sinistra (che non si può certo dire aver opposto una grande resistenza).
Quindi, qui siamo. Dopo il fallito putsch gli USA hanno ora una nuova amministrazione e un nuovo inizio. Noi, invece, discutiamo se continuare a fare melina con il Conte bis o intraprendere l’ardito passo di fare melina con il Conte ter.

 

Fonti

– Un recente lavoro riassuntivo di Colantone e Stanig su populismo e commercio internazionale, pubblicato sul Journal of Economic Perspectives è disponibile gratuitamente a https://pubs.aeaweb.org/doi/pdfplus/10.1257/jep.33.4.128

– Le figure sull’andamento del reddito pro-capite in Italia e Usa sono state elaborate usando dati tratti dalla Federal Reserve of St. Louis (FRED). Le serie sono: https://fred.stlouisfed.org/series/NYGDPPCAPKDUSA e https://fred.stlouisfed.org/series/NYGDPPCAPKDITA

– Le figure sull’andamento del reddito per quintili della popolazione sono tratte dal sito del Congressional Budget Office, https://www.cbo.gov/publication/55413

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Sandro Brusco
Sandro Brusco
brusco@per.it

Sandro Brusco è Professore di Economia alla State University of New York at Stony Brook, dove è anche direttore del dipartimento di economia. Tra i suoi interessi di ricerca: finanza pubblica e scienza política, soprattutto federalismo fiscale e sistemi elettorali. Ha fondato e animato, con altri colleghi, il blog "Noise from Amerika". Con Alberto Bisin, Michele Boldrin, Andrea Moro e Giulio Zanella ha pubblicato il libro "Tremonti. Istruzioni per il disuso", Ancora del Mediteranneo, Napoli, 2010.

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