Contro i populismi: il Patto Atlantico e l'eredità degasperiana di Mario Draghi | Fondazione PER
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Contro i populismi: il Patto Atlantico e l’eredità degasperiana di Mario Draghi

di Lorenzo Gaiani

 

L’adesione dell’Italia al Patto Atlantico istitutivo della NATO fu insieme un atto obbligato ed una scelta consapevole: uscita dalla seconda guerra mondiale di fatto come un Paese sconfitto, con l’unico atout dell’essersi sfilata dalla fallimentare alleanza con il Terzo Reich nel settembre 1943 e di aver poi partecipato allo sforzo bellico alleato tramite l’azione dell’Esercito cobelligerante e delle forze della Resistenza, l’Italia si trovò a dover sottoscrivere un accordo di pace oneroso e persino umiliante, che di fatto la privava delle sue colonie, la sottoponeva a mutilazioni territoriali e le imponeva il pagamento dei danni di guerra, impedendone per il momento l’accesso alla neonata organizzazione delle Nazioni Unite per sottolinearne lo stato di minorità a livello internazionale, mentre le truppe alleate continuavano a presidiarne il territorio. E andò ancora bene, perché nei disegni originari dei vincitori probabilmente il nostro Paese avrebbe dovuto essere smembrato sul modello della Germania.

Tuttavia, la rapida evoluzione dei rapporti postbellici fra le Potenze vincitrici fece emergere la crescente, reciproca sfiducia fra le democrazie capitaliste occidentali, dove emergeva preminente il ruolo degli Stati Uniti, e l’Unione sovietica, che esercitava sulla parte d’ Europa da lei occupata una rigida colonizzazione politica, militare ed economica, percepita all’Ovest come un pericolo crescente alla luce delle affermazioni elettorali dei partiti comunisti , i quali oltretutto – in particolare in Italia ed in Francia- potevano rivendicare il ruolo significativo che avevano svolto durante la fase resistenziale nei Paesi occupati dai nazisti.

L’intelligenza degli Alleati occidentali, ed in particolare degli statunitensi, fu quella di evitare alle Nazioni sconfitte quel tipo di “pace cartaginese” che era stato il frutto avvelenato del primo conflitto mondiale e che aveva sedimentato rancori e spinte nazionaliste che a loro volta avevano alimentato il sorgere dei fascismi. Al contrario, si volle da subito far partecipi le principali Nazioni sconfitte (Germania, Italia, Giappone) dei benefici dei piani economici di ricostruzione, mirando a consolidare in esse gli istituti democratici in funzione anticomunista, e trasformando progressivamente la fase transitoria del Piano Marshall (da cui l’URSS ed i Paesi ormai suoi satelliti si chiamarono fuori) in una forma di collaborazione stabile a livello economico, politico e militare.

La straordinaria lucidità politica di Alcide De Gasperi si manifestò nell’intuire che la partecipazione al percorso di integrazione occidentale , oltre a garantire l’Italia sui suoi confini orientali (la posizione della Jugoslavia titina veniva considerata ambigua, ed era comunque ancora aperta la questione di Trieste), avrebbe legato il nostro Paese a sistemi democratici più maturi, saldandosi in ogni caso – seconda intuizione- con il percorso di integrazione europea, che prendeva piede parallelamente con l’istituzione nel 1951 della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, a cui partecipavano Paesi vincitori (Francia e Benelux) e Paesi vinti (l’Italia e la neonata Repubblica federale di Germania) , e che dalla questione specifica del commercio delle materie prime necessarie per lo sforzo ricostruttivo germinò fino a diventare la base dei successivi percorsi di integrazione economica, sociale e politica a livello continentale. De Gasperi anzi avrebbe voluto spingersi più oltre, con la costituzione della Comunità europea di difesa, che avrebbe dato gambe più solide al progetto di integrazione politica su di un terreno delicato come quello militare, permettendo un rapporto se non da pari a pari almeno più equilibrato con l’alleato d’Oltreoceano . Il fallimento della CED a causa soprattutto dell’ottusità sciovinista francese fu per De Gasperi una delle peggiori sconfitte della sua carriera politica, e ne precedette di poco la morte.

Un altro elemento, per quanto non dichiarato, che l’Italia poté giocare a suo favore con l’adesione alla NATO fu la possibilità di poter mantenere, all’interno di un quadro di alleanze stabile, il perseguimento del proprio interesse nazionale , soprattutto nel bacino mediterraneo. Infatti, la perdita del proprio recente impero coloniale a favore prevalentemente di Francia ed Inghilterra permise all’ Italia di potersi presentare agli occhi dei Paesi arabi, in cui sempre più forti erano le spinte nazionaliste ed indipendentiste, come un Paese che non aveva con essi pendenze di sorta e che poteva avviare interessi comuni per un equo sfruttamento delle materie prime necessarie al nostro sviluppo economico (e fu proprio De Gasperi a permettere all’antico capo partigiano Enrico Mattei di creare l’ENI, di consolidarne il ruolo e di avviare i primi passi della sua spregiudicata politica mediorientale). Si vedeva dunque che l’atlantismo permetteva, fermo restando l’assunto principale della cooperazione difensiva nei confronti delle dittature comuniste orientali, una sorta di banda di oscillazione nel perseguimento degli interessi specifici dell’Italia su taluni scacchieri, a riprova del fatto che le Nazioni, al di là delle specifiche attitudini di chi pro tempore le governa, non hanno ideologie, né passioni, né amori, né odi, ma solo interessi.

In questo senso si può dire che l’atlantismo fu un patrimonio condiviso da parte di tutte le forze di governo, a partire dalla Democrazia cristiana, superate le riserve del gruppo dossettiano, che non nascevano da un supposto filocomunismo, ma dalla convinzione che una collocazione del nostro Paese nel campo occidentale ma fuori dal meccanismo delle alleanze militari (sopratutto in quella che veniva valutata come un’alleanza squilibrata a favore degli USA) fosse più funzionale al ruolo di equilibrio e di mantenimento della pace a livello mediterraneo che spettava al nostro Paese. Qualunque cosa si pensi di questo atteggiamento, è un dato di fatto che anche dossettiani come Fanfani e Moro furono pienamente partecipi dello spirito atlantico, pur interpretandolo in modo diverso rispetto ad altri compagni di partito come Andreotti, Colombo o Rumor.

Ciò che rendeva il “caso Italia” singolare all’interno del quadro complessivo del Patto Atlantico era il fatto che si trattava dell’unico Paese occidentale in cui la forza egemone a sinistra era di matrice comunista e non socialdemocratica e, allo stesso tempo, il partito socialista si trovava legato ad un patto di collaborazione (più esattamente di subordinazione) nei confronti dei comunisti laddove le altre socialdemocrazie europee si erano schierate sul terreno dell’integrazione occidentale al punto che il secondo Segretario generale della NATO, dopo Lord Ismay, conservatore britannico di scuola churchilliana, fu il socialdemocratico belga Paul- Henri Spaak (e il PSI pagò questa subordinazione con l’esclusione per lunghi anni dalla rinata Internazionale socialista a beneficio del PSDI di Saragat).

In questo senso si può dire che l’atlantismo, e l’europeismo, siano stati la prova del nove del progressivo avvicinarsi delle forze di sinistra all’area di governo, che nel caso dei socialisti iniziò già all’indomani della crisi ungherese ed ebbe la prima manifestazione con l’astensione del PSI sulla ratifica del Trattato di Roma istitutivo del Mercato comune europeo mentre i comunisti votavano ancora contro. Più complessa evidentemente l’evoluzione a favore della NATO, tenendo conto che il PSI veniva da anni di predicazione neutralista e di estremismo verbale (lo stesso Nenni, nel suo intervento alla Camera nel 1949 sulla ratifica del Patto Atlantico, si imbarcò in un equivoco paragone fra quel trattato e il Patto dell’Asse del 1939), né del resto giovava la presenza di una componente interna direttamente legata ai servizi segreti sovietici, i quali peraltro nel 1964 avrebbero generosamente finanziato la scissione dello PSIUP contro il centrosinistra.

Tensioni del genere attraversavano anche il PCI, il quale aveva ben chiara la scarsa riformabilità del sistema sovietico e dei suoi satelliti, e la stessa diffusione del “Memoriale di Yalta” togliattiano (che presumibilmente il Migliore non avrebbe mai reso pubblico, se avesse continuato a vivere) era una manifestazione di insofferenza nei confronti delle sistematiche interferenze sovietiche nella vita del Partito italiano. Allo stesso tempo, la dirigenza comunista era consapevole di non poter recidere del tutto il legame con l’URSS, anche dopo avvenimenti drammatici come la repressione della “Primavera di Praga” nel 1968, poiché troppo sedimentata era nella sua base la predicazione sulla superiorità del socialismo reale sul capitalismo, e del resto la stessa esistenza del PCI – e di ogni partito comunista- in quanto scissione dal filone socialdemocratico del movimento operaio, non derivava dal Manifesto di Marx ed Engels ma dal fatto storico della Rivoluzione bolscevica. La strategia eurocomunista di Enrico Berlinguer, legata a quella del compromesso storico, era un tentativo per evadere dalla contraddizione di una grande forza popolare non spendibile per il governo nazionale e quindi di per se stessa elemento di blocco nel sistema a fronte dell’altrettanto inevitabile ruolo di governo attribuito alla DC.

Ciò passava inevitabilmente attraverso la logica dell’accettazione del vincolo atlantico e comunitario: in un’intervista ad un giornale tedesco nel 1975 Giorgio Amendola con grande lucidità disse che il PCI, giunto al Governo, non avrebbe mai posto il problema dell’uscita dell’Italia dalla NATO giacché questo avrebbe alterato gli equilibri internazionali a tutto sfavore della causa della pace (ed è sintomatico che il marxista non pentito Luciano Canfora giudichi tali parole più serie ed oggettive rispetto alla dichiarazione sulla “maggiore sicurezza sotto l’ombrello della NATO” resa da Berlinguer nella famosa intervista a Pansa nell’imminenza delle elezioni del 1976).

E tuttavia i percorsi delle due forze di sinistra ad un certo punto si differenziarono perché al di là dei timori dei reazionari più ottusi dentro e fuori la DC i socialisti si integrarono progressivamente nella logica atlantica ed europeista, e su questa strada ritrovarono un rapporto con le altre forze della socialdemocrazia europea, inserendosi nella logica dell’opzione fondamentale che permetteva la banda di oscillazione, come dimostrò la politica mediterranea di Craxi fino alla vicenda di Sigonella, che di fatto rappresentò il massimo di resistenza possibile di fronte ad un’imposizione unilaterale del maggiore alleato.

I comunisti, invece, specie dopo il caso Moro ed il crollo della politica di solidarietà nazionale, con il voto contrario allo SME prima e agli euromissili poi sembrarono preda di un percorso involutivo , solo attenuato dal dissenso nei confronti dell’URSS sulla questione afghana e su quella polacca: certamente l’approccio muscolare della presidenza Reagan e il nuovo clima di guerra fredda che ne seguì non erano fatti per favorire un’iniziativa più articolata, specie se si pensa che i partiti che avevano avuto simpatia per l’eurocomunismo erano anch’essi in via di ripiegamento sulle tradizionali posizioni filosovietiche. Berlinguer – che aveva subito a quanto sembra un attentato in Bulgaria nel 1973 per il suo “deviazionismo”- era sempre più esasperato dalla paralisi del sistema sovietico: all’indomani della sua drammatica scomparsa, una dirigenza priva di bussole si infervorò per la perestrojka gorbacioviana vedendo in essa la possibilità di una riforma del sistema del socialismo reale, salvo poi trovarsi completamente spiazzata dal crollo del Muro di Berlino e dalla tardiva presa d’atto dell’impossibilità di andare a governare sotto l’etichetta comunista.

Rimane da dire della destra: è noto che nel 1949 la sparuta pattuglia parlamentare missina guidata da Giorgio Almirante votò contro il Patto Atlantico interpretandolo come l’estensione di quell’armistizio di Cassibile contro cui la retorica dei reduci di Salò continuava a tuonare (è interessante notare che favorevole alla NATO si dichiarò invece il Presidente d’onore del MSI, il maresciallo Rodolfo Graziani, che all’US Army doveva la vita e che, soprattutto, aveva una visione strategica sul tema delle alleanze un po’ più ampia di quella dei suoi camerati). Nel tempo tuttavia tali posizioni evolsero, soprattutto nel momento in cui di fronte alla supposta minaccia comunista esterna ed interna i missini si proposero all’interno e all’esterno come forza stabilizzatrice, sia nella ricerca da parte di Arturo Michelini di possibili alleanze con la DC, che ebbe il suo punto più alto – e disastroso- con il Governo Tambroni, sia con la disponibilità ad operazioni riservate come quella dei meccanismi clandestini di controguerriglia “stay behind” a cui vennero associati, oltre ad ex partigiani non comunisti, anche elementi ex repubblichini, e soprattutto con l’ambigua disponibilità di settori del reducismo saloino, a partire dal principe Borghese, a forme di pressione impropria sul sistema democratico per l’ossessione dell’avvicinamento dei comunisti al potere che determinò la cosiddetta “strategia della tensione” i cui contorni peraltro sono ancora poco chiari al di là di alcune rappresentazioni nascenti da un complottismo alquanto oleografico.

Sta di fatto che , all’atto del crollo della cosiddetta Prima Repubblica, pressoché tutte le forze dell’arco politico che si stava rapidamente scomponendo e ricomponendo si ritrovavano in una posizione di sostanziale accettazione della logica atlantista ed europeista , al punto tale che fu il Governo guidato da un esponente politico di matrice comunista nemmeno tanto remota, Massimo D’Alema, a partecipare all’ operazione militare della NATO contro la Serbia di Milosevic.

A cambiare la qualità di questo unanimismo atlantico fu essenzialmente il diverso atteggiamento del maggiore partner dell’alleanza, gli Stati Uniti, soprattutto nella fase successiva all’11 settembre, quando nei circoli governativi che attorniavano George W. Bush si fece largo l’idea di una sorta di unilateralismo americano nell’affermazione – e nell’ “esportazione” – dei principi della democrazia, e se l’intervento in Afghanistan venne perlomeno giustificato con la necessità di punire gli autori e i complici degli attentati dell’11 settembre, quello in Iraq suscitò dubbi e riprovazioni anche fra gli alleati più tradizionali, ed ebbe l’effetto di creare una spaccatura in Europa anche perché questa visione strategica era supportata da una tambureggiante offensiva ideologica cosiddetta “neo – con” che voleva affermarsi come il nuovo paradigma culturale e politico occidentale, puntando a ridefinire il discorso culturale ed anche religioso o, per l’esattezza, a subordinare cultura e religione rispetto ad un approccio politico aggressivo il cui caposaldo derivava dall’asserita “superiorità” dei valori occidentali rispetto a quelli del resto del mondo, ed in particolare di quelli dell’Islam, dipinto come il nuovo nemico globale in sostituzione dell ‘ Unione sovietica.

Si è molto ragionato di quanto questo approccio abbia aperto la strada, dopo l’incerta stagione di Barack Obama (un Presidente magis ostensus quam datus, si potrebbe dire, in termini di politica internazionale) all’avvento di Donald Trump. In realtà, si può dire che – al di là dell’evidente carenza di riferimenti culturali del tycoon newyorkese- in qualche modo l’ideologia occidentalista e cristianista abbia ridato fiato ai nazional – populismi europei, che di fronte a masse di lavoratori e di ceto medio disorientate dalle conseguenze della crisi globale del 2007/2008, impaurite dall’anomia sociale e da quella che pareva il diffondersi incontrollato dell’immigrazione islamica (paura derivante perlopiù da ragioni economiche, nel senso di una concorrenza nelle fasce più basse del mondo del lavoro, che però veniva reinterpretata – e “nobilitata”- come paura di carattere culturale e religioso), avevano buon gioco a designare globalizzazione, europeismo ed atlantismo come strumenti di elites indifferenziate e perverse che in tal modo deprivavano il buon popolo (buono come il buon selvaggio della mitologia di Rousseau, non a caso assunto come nume tutelare dai grillini) della sua cultura, delle sue tradizioni, della sua fede e dei suoi soldi.

A fare riscontro al palese disinteresse di Trump – personaggio veramente privo di tradizioni politiche, finito fra i Repubblicani solo perché i Democratici lo avevano respinto- per la dimensione atlantica, faceva riscontro l’interesse della Russia a rientrare con prepotenza sullo scacchiere europeo sfruttando il disimpegno dell’avversario storico e la possibile disgregazione dell’UE, presentandosi a livello culturale come l’alfiere della difesa delle tradizioni attraverso il superamento della democrazia liberale secondo l’insegnamento dell’ideologo Aleksandr Dugin, l’ennesimo esponente del messianismo panslavo , che con i suoi predecessori ha in comune la tendenza al misticismo fumoso – e all’autoritarismo più reazionario.

Il nostro Paese è stato uno degli interpreti più avanzati di questo esperimento – secondo la brillante definizione di Jacopo Iacoboni – soprattutto con il Governo Conte 1 nato dall’alleanza di due forze culturalmente più simili di quanto si pensi, come la Lega ed il M5S, accomunate dallo stesso rifiuto della globalizzazione , dell’europeismo e dell’atlantismo e dalla stessa inclinazione all’autoritarismo. Il crollo di quel Governo è stato una sorta di freno di sicurezza, ma non del tutto sufficiente soprattutto a fronte della crisi di identità del M5S e dell’incapacità del PD di assumere il ruolo di guida della coalizione, ed è stato mandato in crisi dal cambiamento della situazione internazionale determinato dalla pandemia, e quindi da un lato dal ritorno dell’Europa come soggetto di ricostruzione economica e sociale e dalla sconfitta di Trump ad opera di un politico di lungo corso come Joe Biden – il quale una tradizione ce l’ha eccome- e dall’evidente incapacità del Governo in generale e di chi lo guidava in particolare di farvi fronte.

Mario Draghi incarna tutto ciò contro cui il nazional-populismo era insorto, ed il fatto che esponenti grillini e leghisti siedano nel suo Governo è la migliore espressione del superamento, non si sa se definitivo, di una fase involutiva della vita politica italiana, e conferma quanto al fondo la dimensione atlantica ed europeista sia ancora parte integrante della cultura politica del nostro Paese, come dimostra l’impegnativa citazione degasperiana che Draghi ha messo in esergo al suo intervento in sede parlamentare sul Next Generation EU (il Piano Marshall dei nostri tempi): “Vero è che il funzionamento della democrazia economica esige disinteresse, come quello della democrazia politica suppone la virtù del carattere. L’opera di rinnovamento fallirà, se in tutte le categorie, in tutti i centri non sorgeranno degli uomini disinteressati pronti a faticare e a sacrificarsi per il bene comune “.

La partita con il populismo ed il nazionalismo sovranista non è chiusa, ma si può largamente giocare (e vincere).

 

Lorenzo Gaiani
gaiani@per.it

Classe 1966, laureato in Giurisprudenza, funzionario pubblico. È stato sindaco di Cusano Milanino. Fa parte della Segreteria regionale lombarda del PD

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