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Contro i reazionari

di Paolo Macry

 

Sono molti i modi attraverso i quali il sistema mediatico-politico manipola l’opinione pubblica, ma uno li riassume tutti. È la drammatizzazione di quella che potremmo chiamare la cronaca fittizia, l’attenzione ossessivamente puntata su fatti che non sono fatti, il posto che giornali e tv concedono agli slogan (gabellandoli per fatti). I porti chiusi, la povertà sconfitta, la maledetta Tav, il partito di Bibbiano, gli avidi tedeschi. Argomenti effimeri, fuochi di paglia, menzogne. Il problema è che un simile chiacchiericcio finisce per oscurare i movimenti profondi che stanno dietro la cronaca, impedisce di vedere la direzione “vera” delle cose. Come una grande bolla sovrastrutturale che copra i processi strutturali (per dirla con linguaggio d’antan).

 

Quell’onda “reazionaria” che trascina indietro il paese

Oggi, dietro la guerriglia tra i partiti e dentro i partiti, dietro il ping-pong fatuo delle dichiarazioni roboanti e dell’indecisionismo, dietro cioè qualcosa che molto assomiglia al puro artificio retorico, avanzano trasformazioni cruciali, processi strategici, tendenze che, pur muovendosi dalle direzioni più diverse e su temi spesso lontani tra loro, appaiono dotate di una coerenza implacabile. Hanno una propria logica complessiva, una leggibilità strategica.

E sembrano alludere a una sorta di modello politico e istituzionale che definirei (dopo aver pesato le parole) reazionario. Reazionario non nel senso classico di reazione alla rivoluzione, visto che di rivoluzioni questo paese ne ha sempre viste poche. Reazionario, piuttosto, come ritorno al passato. Una reazione di chiusura di fronte alle spinte e ai dilemmi del presente, che oggi riguardano principalmente la globalizzazione economico-finanziaria, la geopolitica, la democrazia rappresentativa, i diritti.

È l’affermarsi di un modello reazionario che spiega la sorprendente risposta negativa che l’opinione pubblica ha dato ai ripetuti tentativi di riformare la politica e lo stato, l’ultimo dei quali portato avanti da Matteo Renzi e liquidato con il referendum del 2016. Una risposta che appare al tempo stesso di marca giustizialista, antiparlamentarista, statalista e antioccidentale e che ripropone, ahimè, alcune tendenze ricorrenti nella storia del paese, le stesse tendenze che, durante gli ultimi decenni, nel corso della cosiddetta Seconda Repubblica, erano state tenute a freno dal (fragile) liberalismo delle coalizioni berlusconiane e dall’opzione fortemente europeista delle coalizioni uliviste.

 

Nel tempo del giustizialismo illiberale

Ai giorni nostri, invece, complice un ciclo economico sfavorevole e una trasformazione profonda della società (cfr. Luca Ricolfi, La società signorile di massa, La Nave di Teseo, 2019), l’onda reazionaria sembra sommergere tutto. E in primo luogo lo stato di diritto. Oggi lo stato di diritto viene smentito in modo esplicito, talvolta in modo brutale, dai provvedimenti sul nodo delle intercettazioni, dal taglio draconiano dell’istituto della prescrizione, dalla sterilizzazione della riforma Orlando dell’ordinamento penitenziario (al grido di “certezza della pena”), dai “decreti sicurezza” voluti a suo tempo dalla Lega di Salvini e ritenuti intoccabili anche dal governo Conte2. È questa la linea politica e culturale portata avanti dal ministro Alfonso Bonafede, in perfetta coerenza, peraltro, con gli assunti giustizialisti del Movimento pentastellato. Una strategia che appare ispirata dalle frange più antipolitiche della magistratura inquirente e dei media e che minaccia concretamente le libertà personali, approfondisce il solco tra politica e ordine giudiziario, sostituisce la cultura della legalità tutelata dallo Stato con la cultura dell’autodifesa privata, divulga ed enfatizza valori illiberali che la Costituzione sembrava aver messo al bando una volta per tutte.

 

Lo svuotamento della rappresentanza democratica

E non sono soltanto i diritti individuali a essere presi di mira. La nuova cultura reazionaria tende a svuotare anche la rappresentanza democratica e i suoi istituti, cioè il Parlamento.

Le Camere appaiono gravemente defunzionalizzate, private della possibilità di discutere in modo appropriato anche le leggi più importanti, intrappolate dal continuo ricorso agli istituti della decretazione, della delega, della fiducia. Non a caso il M5s avanza a gran voce la richiesta di un vincolo di mandato che, della rappresentanza, sancirebbe la morte. Nè mancano avveniristici – e non per questo meno reazionari – progetti di democrazia diretta e di democrazia telematica: già oggi le scelte politiche della maggiore forza parlamentare avvengono, almeno sulla carta, attraverso il “sistema operativo” Rousseau.

Nel frattempo, del resto, si è chiusa la stagione della democrazia dell’alternanza, di cui il paese aveva goduto per un ventennio buono: siamo ormai in regime proporzionale e presumibilmente lo saremo ancor più, quando verrà formulata l’attesa nuova legge elettorale. Un ulteriore tassello del ritorno al passato.

 

I reazionari sono statalisti e anticapitalisti

Ma il modello reazionario si esercita anche su un altro pilastro della società liberale. Sul mercato. La gestione delle crisi industriali è eloquente. Di fronte a un sistema produttivo strozzato da burocratismo, ipoteca giudiziaria, difficoltà creditizia, prelievi corruttivi e criminali, eccetera, i partiti di governo sembrano, per un verso, riproporre in chiave populistica i mai spenti umori anticapitalistici e “antipadronali” della tradizionale cultura sindacale di sinistra. E al tempo stesso, e conseguentemente, avanzano per la soluzione di quelle crisi industriali ipotesi di tipo statalista. Come dimostra il caso Ilva, perfetto paradigma della scorciatoia populista ai nodi reali del mercato. O il caso Alitalia. O il caso delle concessioni autostradali.

Il futuro sembra cioè minacciare forme di ritorno all’impresa pubblica, processi di irizzazione più o meno velleitari (perché di mezzo c’è un problema di soldi e di regole comunitarie), ulteriori commistioni tra il mercato e un ceto politico che neppure ha, com’è evidente, le competenze e le relazioni dei leggendari “boiardi di stato”. Nè meno statalistiche sono le elaborazioni “teoriche” e le proposte operative sul nodo sempiterno del dualismo. Il reddito di cittadinanza si è rivelato un piccolo capolavoro di assistenzialismo: inefficiente nei meccanismi, assai modesto sul terreno della povertà, sostanzialmente clientelare.

 

Il revisionismo della collocazione geopolitica

Resta da accennare a un ulteriore elemento della torsione reazionaria cui sembra sottoposto il sistema Italia: il processo di revisione, ora esplicito, ora strisciante, della sua tradizionale collocazione geopolitica. Ne sono stati e ne sono segnali preoccupanti i giri di valzer dei governi gialloverde e giallorosso con partner storicamente atipici come il gruppo di Visegrad, la Russia di Putin, la Cina comunista. Azzardi geopolitici o velleitarie bizzarrie che però attingono a quegli umori antioccidentali che non sono mai stati estranei alla cultura politica e al senso comune di questo paese. Il che trova riscontro anche nell’atteggiamento verso l’Ue, dove si assiste a una trasformazione più o meno dichiarata dal tradizionale europeismo italiano a un antieuropeismo ora blando, ora arrogante, il quale talvolta si esprime in polemiche strumentali (Mes), altre volte allude addirittura ad ipotesi di Italexit, e sempre si colora di accenti antifrancesi e antitedeschi. Anche qui, com’è evidente, ripescando antichi problemi, attitudini, incertezze della politica estera del paese.

 

Non solo Lega e M5s

Quanto alle responsabilità dell’onda reazionaria, è fin troppo facile addebitarla al movimento pentastellato e (soprattutto quand’era forza di governo) alla Lega di Salvini. Che nella demagogia e nel giustizialismo dei grillini alberghino molte delle tossine di cui si sta parlando è indubbio. Com’è indubbio che Salvini abbia spesso usato argomenti antieuropei, linguaggi xenofobi, allarmismi elettoralistici sul tema della sicurezza e dei diritti.

Ma non si può pensare che ogni rischio per la democrazia liberale del paese venga da un fenomeno tutto sommato fragile come il M5s, che già appare in declino. Nè che sia soltanto il frutto avvelenato della Lega. Fare di Salvini l’Uomo Nero, come fa, buon ultimo, anche il movimento delle Sardine, è una grossa semplificazione. Salvini è soltanto un elemento del quadro e il pericolo sta nella congiunzione de facto tra spinte diverse, provenienti da destra e da sinistra.

 

Il retaggio reazionario della vecchia sinistra

Prendersela con le formazioni populiste e sovraniste non basta. Ad ogni evidenza, il contributo che la sinistra – con le sue profonde radici nella storia italiana – offre al fenomeno reazionario è fondamentale. Giustizialismo, statalismo, antioccidentalismo costituiscono del resto classici retaggi della cultura politica del vecchio Pci togliattiano-berlingueriano.

Da questo punto di vista, anche l’attuale alleanza giallorossa appare tutt’altro che posticcia. Il “connubio” reazionario tra i pentastellati e la sinistra giustizialista-statalista, come quello che l’ha preceduto tra il M5s e la Lega, ha radici profonde. Difficilmente l’onda reazionaria può essere considerata come un fenomeno contingente e marginale. Non è contingente perché riprende tendenze politiche e culturali ricorrenti nella nostra storia repubblicana (e tuttora popolari). E non è marginale perché nell’attuale Parlamento può contare, da destra a sinistra, su una larghissima maggioranza.

 

Contro la deriva reazionaria

Tutto questo dovrebbe attivare una risposta adeguata da parte di quelle forze politiche, se ancora ne esistono, che avvertono i pericoli della deriva reazionaria e illiberale. Dopotutto in gioco non c’è l’aumento dell’Iva o la plastic tax, ma nè più e nè meno che il futuro del sistema Italia. Al di là del teatrino frivolo dei talkshow, le scelte sono diventate strategiche, roba da statisti, non da tattici della domenica. E qualcuno dovrà pur tentare di mettere un freno alla deriva, fosse pure a costo di liquidare l’attuale esecutivo e di andare a nuove elezioni. Ecco un dilemma che tocca anzitutto a Matteo Renzi, lo sconfitto del referendum del 2016, il vincente della crisi di agosto e oggi l’irrequieto alleato del governo Di Maio-Zingaretti. Si può puntellare l’esecutivo, si può esserne corresponsabili, mentre il paese viene risucchiato in quel che di peggio c’è nel suo passato?

Paolo Macry
Paolo Macry
macry@perfondazione.eu

Professore di Storia Contemporanea presso l’Università di Napoli Federico II. Si è interessato a temi di storia sociale e politica in Italia e in Europa tra Otto e Novecento. Ha scritto su diverse riviste come “Quaderni Storici”, “Società e storia”, “Journal of Modern Italian Studies”. E’ collaboratore del Corriere del Mezzogiorno e del Corriere della Sera. Fa parte dell’Editorial Board del “Journal of Modern Italian Studies” (Routledge), dell'"Associazione Quaderni Storici", del Comitato Scientifico dell'Istituto meridionale di storia e scienze sociali (Imes).

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