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Coronavirus: dietro l’economia di guerra si nasconde il controllo dello stato

di Alberto De Bernardi

 

Nonostante Sabino Cassese abbia recentemente ribadito, a ragion veduta, che la pandemia non sia una guerra, la similitudine tra il virus e l’evento bellico ha larghissima diffusione nei media e nel dibattito pubblico.

 

La similitudine tra il virus e la guerra

Le parole più ricorrenti sono infatti tratte dal lessico militare – trincea, prima linea, campo di battaglia, armi ecc – che evocano una lotta senza esclusione di colpi: una guerra, appunto, che lascia sul terreno morti e feriti. A ben guardare il riferimento non è a una guerra generica, astorica, ma alle uniche due guerre delle quali sopravvive una memoria ancora viva nell’opinione pubblica: le due guerre mondiali novecentesche.

Il riferimento non è solo a due guerre recenti, le ultime due che hanno coinvolto l’Italia, ma le più spaventose nell’intera storia militare mondiale, per numero di morti tra i soldati e i civili, per distruzioni materiali, per la violenza estrema raggiunta dai combattenti: la similitudine è dunque con la “guerra totale” cosi chiamate dalla storiografia perché oltre all’impatto devastante sulle comunità belligeranti hanno richiesto l’impiego integrale di tutte strutture/istituzioni degli stati nazionali per poter “combattere” con qualche possibilità di vittoria.

In effetti, la guerra costituiva, insieme al fisco, fin dalle sue origini la principale prerogativa dello stato moderno in quanto unico ente dotato dei poteri sovrani in grado non solo di legittimare l’uso della forza, ma anche di disporre di tutte le risorse materiali e umane necessarie al combattimento. Questo processo di centralizzazione nello stato di tutti i poteri necessari alla conduzione del conflitto militare raggiunse l’acme con le due grandi guerre mondiali novecentesche, dove il potere dello stato divenne immenso in ragione dei caratteri di massa delle società belligeranti e dell’elevato grado di sviluppo delle economie industriali.

Nessuna guerra aveva mai mobilitato centinaia di milioni di uomini, né la domanda esponenziale di armamenti sempre più avanzati tecnologicamente aveva raggiunto soglie così straordinarie da coinvolgere l’intera struttura produttiva statale. La finalizzazione di tutte le gigantesche risorse prodotte dalle economie industriali alla “vittoria”, fu talmente radicale e eccezionale che si tradusse, sul piano politico, nel progressivo trasferimento della sovranità dai parlamenti liberamente eletti al governo, centro propulsivo della macchina statale, e sul pieno economico nella creazione di un modello di gestione delle capacità produttive, chiamato appunto “economia di guerra”.

 

Siamo in una economia di guerra?

Questa espressione è tornata in auge oggi che la pandemia sta mettendo a dura prova la tenuta complessiva dei sistemi economici a livello mondiale e si è diffusa la convinzione che la lotta contro il virus richieda la messa in opera di una nuova “economia di guerra” come nel secolo scorso. E anche oggi, come allora, la lotta contro questo nemico microscopico ma estremamente agguerrito ripropone la centralità lo stato.

Dopo che nei decenni dell’egemonia neoliberista lo stato era stato accusato di essere una palla al piede dello sviluppo in nome dell’ideologia “più mercato e meno stato”, oggi sembra tornare in auge come centro regolatore della vita economica e soprattutto come sostituto del mercato nell’allocazione delle risorse, perché si riafferma come l’unico strumento in grado di gestire gli interventi necessari a combattere il Covid-19 e le sue conseguenze economiche.

Ma come era già accaduto un secolo fa allo scoppio della Grande Guerra questo intervento fu gravido di conseguenze destinate a durare nel tempo, alcune delle quali estremamente negative. Nell’economia di guerra che venne elaborata durante la Prima guerra mondiale e poi ulteriormente perfezionata durante la Seconda, lo stato, attraverso enti costruiti ad hoc, si mette al centro dell’organizzazione economica facendosi promotore dello sviluppo delle forze produttivo servendosi della leva presso che infinita della domanda pubblica, centralizzando così il mercato e annullando al concorrenza: enormi investimenti pubblici stimolarono lo sviluppo industriale e la ricerca tecnologica per la produzione bellica affidata al sistema delle imprese private, private però di ogni autonomia imprenditoriale e obbligate a produrre per conto dello stato, in un quadro di rigoroso protezionismo.

 

Lo stato imprenditore

La guerra fu dunque uno straordinario acceleratore di industrializzazione e alcuni stati, tra cui l’Italia, divennero paesi industriali proprio per il balzo in avanti produttivo che lo “stato imprenditore” impose all’economia nazionale.

Lo stato imprenditore che era uno dei tanti colti volto dello stato: guerriero, distributore delle tessere annonarie, costruttore del sistema ospedaliero nelle retrovie, poliziotto. Ovviamente queste tendenze si accentuarono nella seconda guerra mondiale soprattutto nel paesi che stavano sperimentando la soluzione totalitaria come l’Italia e la Germania (e anche l’Urss) e in parte i Giappone, dove la centralizzazione di tutto il potere nelle mani dello stato era già avvenuta e costituiva l’essenza di quei regimi.

Alla luce di questa rapida ricostruzione dell’ “economia di guerra” le similitudini tra la pandemia e la guerra si complicano: la guerra novecentesca, pur all’interno di un quadro distruttivo di uomini e cose, è stata uno straordinario fattore di crescita delle forze produttive, mentre l’attuale pandemia come quelle che l’hanno preceduta, ci configura come decrescita violenta, perché la quarantena di massa di miliardi di persone, chiuse nelle proprie case, paralizza l’economia.

Ciò che accomuna i due fenomeni è, da un lato, il loro carattere eccezionale e abnorme, dall’altro, che è lo stesso ente promotore, lo stato, a decretare in un caso un aumento forsennato della produzione e la trasformazione di donne e di uomini in operai della guerra, e nell’altro il blocco totale del lavoro, la chiusura delle aziende e la dissoluzione delle capacità produttive.

 

Guerre e modelli di sviluppo

Ma l’economia di guerra non è stata solo un grande sforzo produttivo, perché la realizzazione del processo di centralizzazione statale dell’intero sistema economico ha comportato una profonda alterazione del capitalismo di matrice liberale, fondato sulla concorrenza e sull’auto-organizzazione degli interessi contrapposti, che ha modificato radicalmente il rapporto tra stato e mercato.

La Prima guerra mondiale è stata il laboratorio di questo capitalismo senza mercato interamente dipendente dallo stato, divenuto supremo organizzatore della produzione, ma anche rigido controllore del conflitto sociale e della libera dialettica degli interessi ritenuti fenomeni dissipatori di risorse e di energie economiche; la seconda guerra mondiale ricostruisce e lo dilata su scala mondiale questo modello economico che aveva fortissimi tratti corporativi e panstatalisti.

L’eredità della “nazione in armi”, dunque, non fu solo una economia interamente piegata alle logiche del conflitto, la cui riconversione ad una economia di pace fu lunga e dolorosa, ma anche un modello di sviluppo di tipo nuovo che nei due dopoguerra – quello degli anni 19-22 e quello degli anni ‘45-‘48 – ebbe esiti molti diversi.

 

La soluzione corporativa

Negli anni ’20 quel modello venne proposto da forze economiche e nuovi movimenti politici come la chiave di volta per uscire dall’economia liberale e dare vista a una nuova proposta corporativista – un intreccio di «produttivismo” e di “disciplina sociale” – che trovò nel nazionalismo prima e poi nel fascismo i suoi più convinti sostenitori.

In nome degli «interessi nazionali», lo stato infatti si assumeva l’onere di costruire e di imporre, l’”ordine” nel quale potessero dispiegarsi le forze produttive, favorendo non solo la combinazione degli interessi, ma anche i processi di riorganizzazione e di modernizzazione del sistema produttivo; il mercato, liberato da scioperi e concorrenza, poteva ritornare a funzionare come spazio dell’iniziativa privata, limitato però dai vincoli dell’ “interesse nazionale” in mano al decisore politico.

Dietro i pugnali e i moschetti degli squadristi, tra il 1921 e il 1922, si delineò questo progetto politico che ebbe un notevole potere di attrazione nei confronti delle classi dirigenti imprenditoriali e delle classi medie e che dilago a macchia d’olio nell’Europa tra le due guerre dando vita al corporativismo autarchico, proposto come “terza via” tra capitalismo e comunismo.

 

Il capitalismo organizzato dallo stato

Nel secondo dopoguerra la costruzione dell’egemonia americana nell’Occidente significò invece il rifiuto di quel modello che era diventato componente essenziale dei fascismi, e il ritorno al libero mercato e all’iniziativa privata, ma in un contesto nel quale lo stato, attraverso il welfare e la redistribuzione dei redditi, rimaneva al centro dei processi di organizzazione e di riproduzione sociale.

Inoltre in alcuni paesi, tra cui l’Italia, i lasciti dello “stato imprenditore” entrarono prepotentemente nella definizione del modello di sviluppo che si impose negli anni del miracolo economico, con il persistente ruolo di indirizzo di alcuni enti – tra cui l’IRI – che erano una potente eredità del fascismo.

 

Economia di guerra ed economia di pandemia

Dietro l’espressione “economia di guerra” si nascondono dunque fenomeni molteplici che attengono essenzialmente al rapporto tra stato e mercato che la guerra altera in maniera significativa.

È possibile rintracciare la stessa alterazione nel caso del coronavirus che giustificherebbe la comparazione tra guerra e pandemia? Abbiamo già visto come questi due fenomeni si comportino in maniera opposta in rapporto allo sviluppo delle forze produttive, ma come emerge da quello che sta accadendo in questi giorni in tutto il mondo, la pandemia impone allo stato il sostegno massiccio delle economie colpite dalle politiche di quarantena messe in atto per fermare il contagio.

Se con la guerra lo stato promuoveva una crescita forsennata delle capacità produttive per poi distruggere bombe e cannoni nei combattimenti, con la pandemia lo stato deve sostenere le imprese, alle quali chiede di bloccare la produzione, e la forza lavoro a cui impone di non lavorare.

Ma è evidente che questo processo trasforma lo stato in effettivo organizzatore del sistema economico sostituendosi alle autonome dinamiche del mercato. E come nelle guerre questo intervento si trasforma in debito pubblico, cioè accollando alle future generazioni i costi di questa catastrofe: sia che essi siano buoni del tesoro nazionali, come quelli che tutti gli stati emisero per fare fronte alle spese di guerra, durante la Prima e la Seconda guerra mondiale, o l’”oro alla patria” di fascistica memoria, o gli eurobond o interventi della BCE a sostegno del sistema bancario, non cambia la loro natura di debiti che lo stato contrae per fare fronte all’emergenza. Dalla pandemia si uscirà, dunque, con più debito pubblico, come accadde dopo le due guerre mondiali, e con un prepotente ritorno dello stato nell’economia.

 

Il dilemma dello stato

Ma come emerge dall’esperienza bellica l’apparato statale messo in campo per reggere l’impatto dell’evento straordinario ebbe una evoluzione ben diversa nei due dopoguerra:

– nel primo caso quell’apparato fu messo al servizio di un progetto politico autoritario di matrice panstatalista, che assunse la guerra come modello di ridefinizione dell’identità collettiva;

– nel secondo venne sostanzialmente smantellato per ridare spazio all’economia di mercato all’interno della quale si collocò l’intervento pubblico con finalità sociali di stampo egualitario.

La prima soluzione dell’alternativa, anche se nello scacchiere internazionale non esistono forze che esplicitamente si rifacciano a modelli corporativisti, fa parte comunque della tradizione politica del nazionalismo, anche nella sua attuale variante sovranista, e del populismo, laddove evoca il ritorno dello stato dispensatore di sussidi e nazionalizzatore, che per “salvare la nazione” si sostituisce al mercato.

 

L’intervento pubblico dello stato? È un virus

Come hanno scritto D’Amico, De Nicola, Mingardi e Rossi (Il Foglio, 10.4.2020) il ritorno allo stato imprenditore va evitato… come un virus che seppur latente e presente nelle fibre della storia italiana. “Sarebbe un errore straordinario – scrivono – utilizzare la crisi per allargare l’area dell’impresa a controllo o a partecipazione pubblica…[perché essa] distorce il mercato per il solo fatto di esistere. Quella imprenditorialità diffusa che è una ricchezza italiana può affrontare molte difficoltà Ma se [oltre al Coronavirus] le aggiungiamo la sfida di doversi confrontare con imprese parapubbliche che alterano il mercato del credito, il mercato del lavoro…siamo sicure di stare determinandone l’eclisse… Che lo stato risarcisca i danni di guerra, non utilizzi i danni di guerra per espropriare i legittimi proprietari. Cosi fanno gli strozzini, non lo stato di diritto”.

Sono parole chiare e sagge che però si confrontano con altre nelle quali si invoca la creazione di enti pubblici modellati sull’IRI o enti consimili: siamo dunque in una situazione aperta nella quale insieme con il necessario intervento pubblico ritornino i vecchi miti statalisti: basta leggere Provenzano, Speranza e Di Maio per non dormire sonni tranquilli.

 

Statalismo fa rima con protezionismo e autoritarismo

L’esperienza bellica novecentesca insegna inoltre che approccio statalista si fondava anche in un sistema di scambi internazionali dominato dal protezionismo, come negli anni trenta. La seconda soluzione emersa dal secondo conflitto mondiale, che può essere definita nei termini di una economia sociale di mercato nella quale stato e mercato vivono in nuovo equilibrio virtuoso, postula il ritorno al libero scambio e una forte apertura degli scambi internazionali, temperati dagli strumenti dello stato sociale per integrare in forme nuove libertà e eguaglianza.

Statalismo sta insieme a protezionismo e si potrebbe aggiungere a autoritarismo; economia di mercato sta insieme a libero scambio e a democrazia. Questa era in effetti la profonda posta in gioco nella seconda guerra mondiale e sembra riaffacciarsi oggi, quando la potenza egemone rinuncia al suo ruolo di promotrice della globalizzazione per chiudersi nell’”America first” e di fronte all’incapacità di scorgere le opportunità di un mondo aperto le forze di destra in tutto il mondo spingono per un ritorno al protezionismo.

 

L’Europa è l’orizzonte

Ma come avevano già capito un gruppo di giovani antifascisti rinchiusi dell’isola di Ventotene nel 1943/44 lo stato-nazione europeo non era più in grado di uscire dalle tragedie delle guerre mondiali, che per le sue miopie e le sue ambizioni di potenza aveva causato e di garantire i tre pilastri della rinascita: pace, libertà, benessere.

L’utopia degli Stati Uniti d’Europa di Spinelli e Rossi anche se non si è ancora realizzata dette però vita al processo di costruzione europea che ha sostanzialmente fatto propri quei pilastri e ha cercato di consolidarli per farli diventare la strutture profonda del funzionamento delle democrazie europee. Senza l’Europa il più intenso ciclo di sviluppo dell’età contemporanea non ci sarebbe stato e il collasso del comunismo – la fine della Terza guerra mondiale – avrebbe potuto essere foriero di esiti catastrofici.

Se quindi l’Europa unita è stata il grande discrimine tra guerra e pace, tra libertà e tirannide, tra povertà e benessere, oggi con la sua rete di istituzioni e le sue notevoli risorse economiche costituisce una straordinaria risorsa – l’unica in realtà – per vincere questa guerra “asimmetrica” contro il virus, perché come nel secondo dopoguerra può governare la ricostruzione postpandemica.

Nonostante tutti i limiti del modello funzionalista di incremento dei tassi di integrazione, alla prova dell’emergenza l’Europa si è assunta la responsabilità di mobilitare circa due mila miliardi tra investimenti diretti e garanzie per consentire la “rinascita” degli stati del continente, mentre continua il corpo a corpo con il Covid-19,

Una vittoria dell’Europa e dell’europeismo –anche se come si suole dire, si può sempre fare meglio – che mette in evidenza come di fronte alle sfide globali, ai rischi di instabilità sistemica, alle paure collettive che ne passato hanno costituito il brodo di coltura dei nazionalismi fino al loro esito totalitario, solo quelle istituzioni e solo quella cultura politica sono in grado di governare gli stati europei a navigare nei marosi, mantenendo saldi i principi della democrazia liberale e progressista.

Alberto De Bernardi
Alberto De Bernardi
debernardi@perfondazione.eu

Presidente della Fondazione PER. Professore associato dal 1988, ha insegnato Storia contemporanea all'Università di Torino fino al 1991. Dal 1992 al 1994 ha insegnato Storia dell'industria all'Università di Bologna, dove dal 1995 ricopre la cattedra di Storia contemporanea. Dal 2009 insegna Storia globale nel Corso di laurea specilistica/magistrale. Direttore del Dipartimento di Discipline storiche dal 2003 al 2009. Tra le sue pubblicazioni recenti ricordiamo: Da mondiale a globale. Storia del XX secolo (Bruno Mondadori, 2008); Storia dell’Italia unita (con L. Ganapini, Garzanti, 2010); Un paese in bilico. L’Italia degli ultimi trent’anni (Laterza, 2014). Per i tipi della Donzelli ha pubblicato Fascismo e antifascismo. Storia, memoria e culture politiche (2018) e Il paese dei maccheroni. Storia sociale della pasta (2019)

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