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Covid-19, i wet market restano una minaccia. Ma la Cina fa spallucce

di Vittorio Ferla

 

 

Sulla sorgente della pandemia che viviamo in queste settimane esiste ormai una opinione condivisa da parte della comunità scientifica: il Coronavirus è nato nei wet market cinesi di Wuhan. Lì si è realizzato quel fenomeno che la scienza chiama spillover (o zoonosi) ossia il passaggio del virus dagli animali selvatici all’uomo. Quei mercati avrebbero dovuto essere chiusi da anni. Viceversa, il governo cinese li ha lasciati in attività. Con le conseguenze che conosciamo. Le democrazie occidentali non hanno percepito in tempo il pericolo incombente e oggi ne pagano le conseguenze. Ma la Cina ha grandi responsabilità: ha lasciato aperti questi mercati nonostante l’esperienza della Sars (che risale al 2002) e ha nascosto le informazioni sulla diffusione della malattia. Ancora oggi, i dati sui contagi e i decessi nel colosso asiatico sono avvolti nelle nebbie. Tuttavia, nonostante il disastro biologico e ambientale in corso, le voci critiche verso la Cina sono poche e flebili. Europa e America sembrano troppo stordite dalla diffusione del virus all’interno dei propri confini per concentrarsi sulla ricerca delle cause dell’epidemia e sulle misure che servono per evitare che ne risorga una nuova. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato con un certo intuito di “virus cinese”, ma il suo stile bestiale ha trasformato l’iniziativa in un’aggressione razzista, provocando l’effetto opposto. E così, mentre l’occidente annaspa, la Cina ha già avviato con successo una strategia di riposizionamento globale, nascondendo le tracce delle sue responsabilità con la generosità dei suoi aiuti.

 

Una timida iniziativa dell’Onu

Ormai una settimana fa, la questione è stata posta dal capo dell’ufficio biodiversità delle Nazioni Unite. Elizabeth Maruma Mrema, segretaria esecutiva ad interim della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica, ha chiesto esplicitamente l’imposizione di un divieto globale sui mercati della fauna selvatica come quello di Wuhan. Secondo Mrema, il divieto si rende necessario per prevenire le future pandemie. Allo stesso tempo, ha continuato Mrema, bisogna ricordare che, soprattutto in Africa, molte comunità rurali vivono della vendita di animali selvatici e i divieti potrebbero provocare la fine del sostentamento per diversi milioni di persone e l’apertura di commerci illegali di questi animali. E tuttavia il divieto è ormai all’ordine del giorno visto che, in passato, altri virus come Ebola e Nipah sono stati provocati dalla zoonosi. «Alla fine degli anni ’90 in Malesia – ricorda Memra – lo scoppio del virus Nipah fu il risultato di incendi boschivi, deforestazione e siccità che provocarono il trasferimento dei pipistrelli, vettori naturali del virus, dalle foreste nelle fattorie. L’infezione si è così diffusa tra gli agricoltori che poi hanno contagiato altri umani scatenando la diffusione della malattia».

 

Storia di uno spillover

A dire il vero, anche l’ammonimento dell’Onu arriva abbondantemente in ritardo. L’ormai celeberrimo e citatissimo volume del giornalista del National Geographic David Quammen – “Spillover. L’evoluzione delle pandemie” – avvertiva sui rischi della zoonosi in ambienti non controllati già nel 2012 (in Italia fu tradotto solo due anni dopo da Adelphi). Parliamo dunque di otto anni fa. Purtroppo quella di Quammen passa per essere una profezia, ma è tutt’altro. In un capitolo del volume, Quammen, raccontando nei dettagli la storia della Sars del 2002-2003, ricorda che un altro virus della ‘famiglia’ dei corona era nato proprio per zoonosi nei wet market cinesi. Parliamo ormai di 18 anni fa. Questo perché la cultura dello yewei, ovvero l’uso di mangiare specialità esotiche, è molto diffusa nel sud della Cina. Ma non tutti sanno che questa moda alimentare non è praticata per la scarsità di risorse. Mangiare un animale esotico è, bensì, sinonimo di lusso, ricchezza e prosperità ed è il frutto di mode e ostentazioni relativamente moderne.

E che cosa ha fatto dal 2002 ad oggi il governo cinese per evitare che l’incidente zoonotico si ripetesse e che un nuovo contagio si diffondesse con il suo strascico di vittime? Niente di niente. I wet market sono stati sospesi per qualche tempo ma tutto è poi ricominciato come prima. Anche oggi la Cina ha emesso un divieto temporaneo sui mercati della fauna selvatica in cui animali come zibetti, cuccioli di lupo e pangolini sono tenuti in vita in piccole gabbie mentre sono in vendita. Tutto questo avviene in condizioni letali di sudiciume e promiscuità che favoriscono l’incubazione di malattie, potenzialmente trasmissibili agli esseri umani. D’altra parte, il nome wet market – letteralmente “mercati umidi” – deriva proprio dal sangue, dalle viscere, dalle squame, dagli escrementi e dall’acqua che bagnano i pavimenti delle bancarelle. Come accusano gli attivisti di Animal Equality, «è un vero inferno per gli animali che vivono in condizioni allucinanti le loro ultime ore di vita in attesa di essere squartati e macellati, ammassati uno sull’altro nella sporcizia più totale». Ma anche una bomba biologica per gli esseri umani.

 

L’allarme della comunità scientifica

Molti scienziati – anche cinesi – hanno esortato Pechino a rendere permanente il divieto. Lo ha fatto per esempio, Jinfeng Zhou, segretario generale della China Biodiversity Conservation and Green Development Foundation. Facendo eco alle affermazioni di Memra, Zhou ha di recente dichiarato al Guardian: «Sono d’accordo sulla necessità di un divieto globale sui wet market. Aiuterebbe molto nella salvaguardia della fauna selvatica e nella protezione di noi stessi umani da contatti impropri con gli animali. Oltre il 70% delle malattie umane proviene dalla fauna selvatica e molte specie sono minacciate dal loro consumo». Adam Peyman, responsabile operativo della Humane Society International, in un’intervista alla Bbc News racconta: «Quando sono entrato in un ristorante in Vietnam, sono rimasto basito nel leggere il menu, che comprendeva piatti a base di animali selvatici in via di estinzione, come istrice, tartaruga, razze e maiali selvatici». E aggiunge: «Alcuni esemplari potrebbero benissimo essere stati introdotti clandestinamente e venduti nei cosiddetti wet market, il cui nome deriva dallo scioglimento del ghiaccio usato per conservare le merci e per lavare i pavimenti intrisi del sangue di animali macellati».

«I wet market possono essere delle ‘bombe a orologeria’ per le epidemie. L’attuale pandemia da coronavirus potrebbe aver avuto origine nel mercato ittico di Wuhan, dove, a dispetto del nome, si effettuava il commercio di moltissimi animali selvatici, compresi i serpenti», aggiunge Andrew Cunningham, vicedirettore scientifico della Zoological Society of London. La Wildlife Conservation Society di New York ha chiesto più volte di contrastare il traffico illegale e il bracconaggio di animali selvatici non solo per ridurre il rischio di diffusione di malattie, ma anche per affrontare uno dei principali fattori di estinzione delle specie.

 

Quanti dubbi sul governo cinese

Fin qui gli scienziati. Ma come sta rispondendo il governo cinese? Su questo si sa ancora troppo poco. E, soprattutto, visto il comportamento adottato in occasione della Sars e, di recente, in occasione di Covid-19, conviene esercitare un profondo scetticismo. È quel che consiglia, per esempio, Therese Shaheen, imprenditrice e amministratore delegato di Us Asia International. In un articolo per National Review, Shaheen – che è stata presidente dell’American Institute del Dipartimento di Stato di Taiwan dal 2002 al 2004 – si chiede: «Come è stato possibile arrivare al 2020 con queste pratiche ancora attive in una città come Wuhan che è più grande di New York, la città più grande degli Stati Uniti? Qual è la posizione del governo cinse nei confronti della medicina tradizionale che si serve proprio di animali selvatici? Dopo il giro di vite successivo alla Sars, rapidamente superato, possiamo credere all’adozione di nuovi impegni da parte di Pechino?». E poi aggiunge: «Che cosa sarà vietato esattamente? Dovrebbero esserlo tutti gli aspetti del commercio di animali selvatici: allevamento, trasporto e commercializzazione. Dovrebbe esserci poi una chiusura permanente dei wet market, vista l’evidente incapacità o riluttanza del governo a regolamentarli. Solo così potremmo avere una inversione di decenni di politica governativa e prassi di mercato».

 

Dall’Ovest niente di nuovo

Quel che sconvolge abbastanza è che nelle opinioni pubbliche dei paesi occidentali il tema è ancora troppo poco affrontato. C’è una evidente ritrosia, prima di tutto, da parte dei governi. I motivi sono i più diversi. La debolezza diplomatica delle democrazie liberali, sempre più frammentate sia all’interno dell’Unione europea che della Nato. Il trauma da pandemia e il conseguente ripiegamento nella lotta autoreferenziale contro Covid-19. La necessità di mantenere buoni rapporti con il colosso cinese che, in questo momento, sembra l’unico in grado di offrire in gran quantità ai paesi occidentali le mascherine necessarie per la protezione degli operatori sanitari e per la sicurezza dei cittadini.

Sul punto la posizione dell’Unione europea è abbastanza singolare. In un briefing con la stampa a Bruxelles del 3 aprile scorso, Stefan de Keersmaecker, portavoce della Commissione Europea per la salute, alla domanda se l’esecutivo Ue intenda affrontare con la Cina il tema dell’igiene alimentare, alla luce dei rischi di zoonosi che i cosiddetti wet market ha prima affermato, contro ogni evidenza, che «non è possibile in questa fase determinare precisamente come gli esseri umani sono stati infettati dal virus» e poi ha aggiunto placidamente che «l’eventuale chiusura dei cosiddetti wet market è competenza delle autorità cinesi». È probabile che molti paesi europei vivano oggi una subalternità mentale evidente nei confronti di un paese che racconta di aver affrontato e vinto la sfida con i mezzi migliori possibili. Ma è poi davvero così? In verità le informazioni sulla gestione dell’epidemia in Cina sono del tutto insufficienti e, paragonata ai metodi adottati a Taiwan e in Corea del Sud, la reazione cinese sembra assai più rozza. In Italia la situazione è aggravata dalla presenza al governo di un partito populista filocinese, il Movimento Cinque Stelle. Non manca giorno in cui il ministro degli Esteri, il grillino Di Maio, non manifesti ossequio nei confronti del colosso asiatico. Purtroppo, vittima di questa fascinazione sembra anche la stampa italiana: ogni santo giorno i nostri media decantano in coro le lodi di un presunto modello italiano di lotta al virus ispirato al modello cinese, il cui successo effettivo, in presenza di un regime totalitario che non lascia trapelare le notizie più imbarazzanti, è tutto da dimostrare. L’importante, nel frattempo, è che gli italiani restino chiusi in casa come hanno fatto i bravi cinesi. Gli unici a sospettare apertamente del modello autoritario cinese restano gli americani, ma con Trump alla guida anche gli Usa soffrono di un enorme difetto di credibilità e di affidabilità a livello internazionale.

 

I wet market continuano a funzionare

Per fortuna, c’è ancora un po’ di stampa internazionale che cerca di svolgere con criterio il proprio ruolo. Alcuni giorni fa, il Daily Mail ha pubblicato un’inchiesta il cui titolo non lascia dubbi: «Impareranno mai? I mercati cinesi continuano a vendere pipistrelli e macellare conigli su pavimenti intrisi di sangue mentre Pechino celebra la ‘vittoria’ sul coronavirus».

George Knowles, corrispondente per il Mail, racconta lo spettacolo horror dei mercati della carne riaperti da Pechino dopo la vittoria sul virus: «Cani e gatti terrorizzati, stipati in gabbie arrugginite. Pipistrelli e scorpioni offerti in vendita come medicina tradizionale. Conigli e anatre macellati e scuoiati fianco a fianco su un pavimento di pietra coperto di sangue, sudiciume e resti di animali». Knowles ha raccolto testimonianze dai mercati di Guilin, nel sud-ovest del paese, e Dongguan, nella Cina del Sud. «Tutti qui credono che l’epidemia sia finita e non c’è più nulla di cui preoccuparsi», spiega Knowles. «Ora il problema è degli altri e i mercati sono tornati a funzionare esattamente come prima del coronavirus». Anzi no, una differenza c’è: «Le forze dell’ordine cercano di impedire a chiunque di scattare foto, cosa che, in passato, non sarebbe mai accaduta».

Inoltre, se all’inizio dell’epidemia la strategia di Pechino era stata quella di tacere su tutto, silenziando anche il povero dottor Li Wenliang – arrestato dopo aver lanciato pubblicamente l’allarme e morto a 33 anni di coronavirus – oggi il governo di Pechino promuove teorie cospirative secondo le quali l’epidemia non è affatto iniziata in Cina. «Una storia del tutto screditata, ampiamente condivisa sulla piattaforma di social media cinese Weibo, afferma che il coronavirus è stato rilevato per la prima volta in Italia a novembre», ricorda Knowles. E conclude: «Nel frattempo, i funzionari cinesi hanno promosso infondate ipotesi complottistiche secondo le quali sarebbe stato l’esercito americano a portare il virus sulle sue coste».

 

Una nuova sfida per il mondo libero

La verità è un’altra: le democrazie liberali si trovano al cospetto di una sfida del tutto nuova – non solo sanitaria, ma diplomatica e geopolitica – che faranno davvero fatica ad affrontare. L’8 aprile scorso, in una delle quotidiane conferenze stampa alla Protezione Civile sull’emergenza coronavirus, Ranieri Guerra, direttore aggiunto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), a chi gli chiedeva se l’Oms imporrà la chiusura dei mercati di animali selvatici ha risposto: «Siamo di fronte a Stati sovrani che hanno una loro procedura, una loro autorità e una loro autorevolezza rispetto a quello che viene fatto all’interno del loro confine». In sostanza, non è nel potere dell’agenzia delle Nazioni Unite per la sanità imporre qualcosa a uno Stato membro. Figuriamoci nel caso di un regime totalitario come quello cinese. Ma qualcosa bisognerà pure inventarsi, prima o poi. «Quando avremo attraversato questa crisi e avremo fatto un bilancio della influenza che avrà avuto sul mondo», ha scritto Therese Shaheen, «dovremo alla memoria dei cari che abbiamo perso una spinta globale per mettere fine a queste pratiche, ovunque».

 

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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