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Covid-19: quanta disinformazione nell’accusa all’agricoltura

di Giuseppe Bertoni

 

Nelle scorse settimane, a seguito del drammatico diffondersi della Covid-19 causata dal virus SARS-CoV-2 e la conseguente risposta del governo italiano, avevamo con sorpresa sentito pronunciare frasi del tipo “nulla sarà più come prima”, oppure “bisogna tornare ad affidarsi agli esperti”. Sorpresa in verità piacevole, avendo da poco ultimato la lettura di Disinformazione scientifica e democrazia, di M. Dorato (Raffaello Cortina editore), che tutto ciò preconizzava.

 

Quanta disinformazione su agricoltura e pandemia

In realtà, l’illusione è stata di breve durata e, almeno per l’agricoltura, nulla sembra voler cambiare. Assai presto è infatti iniziata una serie di interventi giornalistici sul tema del momento: il virus SARS-CoV-2.

Ma questa volta nella sua possibile relazione con natura e agricoltura. In particolare, interventi di M. Tozzi (geologo) su la Stampa del 16 marzo, di G. Schinaia (esperto di diritto) su Avvenire del 18 marzo e 15 aprile, di Davide Milosa (Storico della Filosofia) e Maddalena Oliva (Giornalista) su il Fatto Quotidiano del 19 marzo, di Grammenos Mastrojeni (Diplomatico) e Fiorella Belpoggi (Medico-scienziata) su Ecopolis del 25 marzo, di Francesco De Augustinis (Scienze della Comunicazione) su Il Salvagente del 26 aprile, di Francesco Sala (animalista e giornalista) su il Corriere della Sera del 29 aprile e forse molti altri – con i quali mi scuso – che mi saranno sfuggiti.

Ad accomunarli, insieme al virus, è stato il fatto di avere quali autori degli esperti…si, ma non certo di agricoltura (e nemmeno di biologia), che pure hanno coinvolto in quanto causa remota o concausa del morbo virale.

L’idea di fondo di questi articoli, e di un servizio televisivo di Report del 13 aprile, è stata infatti la seguente: l’agricoltura intensiva (soprattutto l’allevamento) è la causa di una lunga serie di impatti negativi sull’ambiente (deforestazione, inquinamento, cambiamenti climatici ecc.), che nel loro insieme hanno portato all’emergere del SARS-CoV-2 e/o contribuito all’esplosione pandemica della Covid-19.

 

Falsificazioni imbarazzanti

Prima di entrare nello specifico, una premessa. Bernard-Henri Lévy su la Stampa del 24 marzo 2020 ha richiamato che: “Dobbiamo abbandonare l’idea di una relazione di causa ed effetto fra globalizzazione ed epidemia”.

Cui lo scrittore Mauro Ceruti (Avvenire del 28-04-20 a pag. 23) ha aggiunto un significativo commento: “…ciò in partenza significa ammettere che tutto è connesso. Che non bastano risposte tecniche a singoli problemi. Il morbo del nostro tempo è la semplificazione. Siamo figli dell’abitudine moderna a pensare che le cose abbiano una spiegazione semplice”.

Come si vedrà poi, è infatti inverosimile che – a fronte di problemi estremamente complessi quali origine e diffusione di una pandemia – la risposta rapida e liberatoria, ancorché diffusa, sia stata: agricoltura intensiva = deforestazione e comunque impatto negativo sull’ambiente (PM10 e cambiamenti climatici) = passaggio dei virus dagli animali all’uomo = pandemia. A fronte di queste semplificazioni, oggettivamente imbarazzanti e largamente false, vediamo di riordinare le idee: partendo dal concetto di zoonosi, per passare ai processi di alterazione dei sistemi ambientali, indi illustrare il ruolo che l’agricoltura (e ora quella intensiva) ha avuto e ha, per poi concludere sulle ipotesi che, ragionevolmente, possano far sperare in un futuro realmente migliore.

 

Le zoonosi

Le zoonosi sono malattie antiche quanto l’uomo, non solo virali, ma anche batteriche e parassitarie che vanno controllate e bloccate sul nascere, intensificando le buone norme di bio-sicurezza negli scambi mondiali o quantomeno con una adeguata sorveglianza nelle aree a rischio.

Ciò al fine di garantire il pronto intervento per l’isolamento-contenimento di eventuali nuovi focolai (memori non solo della Covid-19, ma anche della Xylella fastidiosa degli ulivi).

 

Demografia, squilibri ecologici e agricoltura

Tra i fattori che possono accrescere la diffusione di tali zoonosi, vi sono certamente la densità demografica e la globalizzazione che facilitano i contatti e accrescono gli scambi. Ulteriori fattori in grado di aumentare il rischio, sono gli squilibri ecologici e in particolare i processi di deforestazione e i cambiamenti climatici, nonché l’inquinamento atmosferico da polveri sottili (con ipotizzato coinvolgimento dell’agricoltura intensiva).

Premesso che il rischio della loro diffusione si può e si deve contenere con strumenti di prevenzione sanitaria, a ben vedere, quelli citati sono tutti fattori fra loro interconnessi e riconducibili all’andamento demografico e ai processi di sviluppo (non solo agricolo) degli ultimi due secoli. Da essi infatti è venuto il crescente aumento del prelievo di risorse (rinnovabili e non), legato da un lato alla numerosità delle bocche e dall’altro alla loro voracità (senza intento irriverente, anche perché molte delle esigenze, e non solo alimentari, sono connesse ai diritti di ogni uomo che l’Umanità ha voluto sancire nel 1948).

 

Tre strade improbabili

Per contenere tale prelievo (quindi gli squilibri ecologici salvaguardando il pianeta), esistono tre strade:

1- la prima, che chiameremo Covid-19 poiché, a seguito del lockdown: mari e fiumi tornano puliti, PM atmosferici a valori mai così bassi, emissioni di gas serra di molto calate e anche animali selvatici che “si riappropriano” delle città (pur con agricoltura in piena attività e miliardi di persone in vita limitata);

2- la seconda, che chiameremo di Quammen (in D. Quammen, L’evoluzione delle pandemie, ADELPHI Editrice, 2012) e dei seguaci del Club di Roma, reputa necessario ridurre il numero di abitanti (ma come?);

3- la terza, che chiameremo Laudato sì (Editrice Vaticana, 2015), propende per la sobrietà e morigeratezza dei consumi individuali (ma di quali? E di quanto?).

Esclusa la prima e la seconda e premesso che Papa Francesco si è espresso per un contenimento della popolazione (paternità responsabile), le soluzioni proposte per la riduzione dei consumi individuali sono numerose e sarebbe troppo lungo parlarne. Comunque riguardano interventi drastici sullo stile di vita, non solo riferito al cibo (invito alla decrescita di Latouche?), ma anche sulle perdite e gli sprechi (Laudato sì), fra i quali vengono spesso annoverati, oltre ai bio-combustibili su cui possiamo concordare, anche le produzioni animali che viceversa porterebbero l’umanità a rischio malnutrizione.

 

La proposta del World Resources Institute

Pur basata sui medesimi principi, ma più attenta alla concretezza, appare interessante la proposta del Report WRI (World Resources Institute, Synthesis Report Creating a sustainable food future, 2018); in esso si ipotizzano un semplice rallentamento della crescita demografica (una diffusa paternità responsabile sarebbe utile), una semplice riduzione di perdite e sprechi, le diete dovranno comunque essere corrette, quindi includere anche alimenti di origine animale in giusta misura; infine, si dovrà ridurre l’utilizzo di prodotti agricoli per i bio-carburanti.

Così facendo i consumi aumenteranno meno e il necessario aumento della produzione globale di cibo, da qui al 2050, potrà essere limitato a un 30% (anziché 50-60%, senza i predetti interventi).

 

Produrre di più con meno

Entrando ancor più nello specifico del cibo, e tenuto conto di quanto sopra – che sarà cioè necessario aumentarne la produzione, a differenza di quanto sostenuto ad esempio dalla Caritas Italiana (Documento n. 49, 2019) – è ora importante comprendere bene il ruolo dell’agricoltura, e della sua forma intensiva in particolare. Avendo escluso o minimizzato il potenziale effetto di tale agricoltura sui fenomeni pandemici, non possiamo viceversa sorvolare il tema di quale agricoltura sia da preferire ai fini della sicurezza alimentare di tutta l’umanità attuale e per le future generazioni (avendo dunque salvaguardato il pianeta).

Pur non volendo limitare la scelta all’attuale forma di agricoltura intensiva, poiché esiste un certo margine di manovra per scelte diverse in funzione delle condizioni pedo-climatiche e socioeconomiche in cui si opera, non v’è dubbio che l’obiettivo della duplice salute (uomo e pianeta) lascia un limitato margine di manovra per il futuro. Ciò anche perché, sempre in tema di sicurezza alimentare, un qualche ripensamento potrebbe venire a seguito dell’esperienza Covid-19 (se così, il dramma della pandemia potrebbe essere stato provvidenziale).

 

I rischi per la disponibilità di cibo

L’hanno infatti sottolineato anche la FAO, con IFAD, World Bank and WFP, nel meeting del 21 aprile 2020: “La pandemia sta influenzando l’intero sistema alimentare. La restrizione degli spostamenti all’interno e fra i paesi può ostacolare i servizi logistici e interrompere l’intera catena agro-alimentare e compromettere la disponibilità di cibo. L’impatto sulla circolazione della manodopera agricola e sulla fornitura dei fattori di produzione, porteranno presto difficoltà serie alla produzione alimentare, mettendo così a repentaglio la sicurezza alimentare per tutte le persone e colpendo soprattutto quelle più fragili e che vivono nei paesi poveri”.

In altre parole, sarebbe giusto chiedersi se siano ancora opportune forme smaccate di concorrenza, di concentrazione produttiva, di delocalizzazione ecc., ma anche di irresponsabile mitizzazione di forme meramente edonistico-bucoliche che potrebbero accrescere i rischi per la disponibilità di cibo (sicuramente più strategico delle mascherine) nei casi di emergenza.

 

Molto si può migliorare

Se ai più, tutto questo potrebbe essere sembrato una difesa d’ufficio, a fronte dell’ennesimo e incomprensibile (oltre che immotivato) attacco all’agricoltura intensiva, in tutta onestà non ha per certo finalità assolutorie nei sui confronti; netta è infatti la consapevolezza che molto è possibile e deve essere migliorato. Indubbiamente, nei Paesi con agricoltura intensiva permangono non di rado pratiche a rischio per la salute dei consumatori e dell’ambiente.

Tuttavia, sono ormai numerose le conoscenze che, purché applicate (rotazioni, no tillage, cover crops, sistemi di precisione nei campi e negli allevamenti ecc.), consentirebbero di avere l’agricoltura conservativa con: rese elevate, mantenimento della fertilità dei suoli, minore impatto ambientale in termini di gas serra e di inquinanti, minor occupazione dei suoli e quindi mantenimento della biodiversità.

In buona sostanza, si arriverebbe alla intensificazione sostenibile perorata dalla FAO col motto: produrre di più con meno.

 

Ma l’innovazione è indispensabile

Tuttavia, bando alle semplificazioni poiché trattasi di sfide a dir poco epocali, per vincerle è indispensabile l’innovazione (più Scienza e più tecnica, semmai corroborate da più etica).

Pertanto è prima di tutto necessaria la comprensione, a largo spettro, della complessità dei fenomeni da ciò sottesi e ben lontana dalla banalizzazione contenuta nelle citazioni iniziali.

Quanto si va dicendo è facilmente comprensibile per i Paesi sviluppati, ma due parole sarebbero utili per ricordare che l’innovazione va pensata anche per i Paesi con livello di sviluppo estremamente basso, in particolare circa il gravoso tema di come far progredire l’agricoltura di sussistenza (che riguarda oltre il 40% della popolazione mondiale e quindi costituisce una esigenza strategica nell’ambito di un futuro migliore per il pianeta).

Purtroppo, la nostra esperienza diretta dice che non ci sono facili soluzioni, soprattutto per l’intreccio di problematiche diverse: non basta la tecnologia, ma servono anche istruzione, cambiamento di mentalità e una assistenza capillare, possibile solo da parte di chi già vive con loro sia pure con altre finalità (Chiese, ONG ecc.).

Operativamente l’impresa si potrebbe definire come proibitiva, ma non impossibile se anzitutto cadesse una miriade di tabù nei confronti dell’innovazione, a partire da tante Chiese e ONG, e si modificasse il paradigma degli aiuti come suggerito da Bertoni e Tabaglio (in Lotta alla fame nel mondo: qualche considerazione sulle strategie operative, AgriCulture, 6 aprile 2018).

 

La salute umana e la salute del pianeta

Prima di chiudere, crediamo doveroso richiamare quanti in buona fede hanno assunto posizioni di ostracismo nei confronti dell’agricoltura intensiva, per lo più sulla scorta di attacchi tanto virulenti, quanto immotivati, oltre che ingenerosi, affinché venga aperta la pratica per il ripristino della sua reputazione (assolutamente meritata).

In particolare, ci sia consentito spezzare una lancia a favore degli allevamenti intensivi, purché razionali (non certo come quelli riscontrabili nei PVS fra cui vi è anche la Cina); con essi infatti, oltre che garantire l’uomo dalla malnutrizione, sarebbero facilitati i controlli sanitari proprio perché ne andrebbe della loro sopravvivenza, per cui non rappresenterebbero il problema per le zoonosi, ma semmai una soluzione.

Ciò detto, non possiamo che esprimere l’auspicio di un diverso modo, per il futuro, di approcciare (e condividere il più largamente possibile) i due problemi strategici per la sopravvivenza sulla terra:

– quello della salute umana che significa produzione di cibo sufficiente per tutti, ma anche sicuro e nutrizionalmente appropriato (in aggiunta al controllo delle infezioni e delle malattie in generale);

– quello della salute del pianeta (o Creato per i credenti) che, proprio perché in buona salute e avendo conservato la capacità di auto-rigenerazione, potrà garantire il cibo di cui sopra.

 

Coltivare e custodire

È ovvio che si tratta di due esigenze fra loro in competizione, ma che possono e debbono essere ricondotte all’unità; per far questo è anzitutto indispensabile riconsiderare il concetto biblico di coltivazione abbinato a quello di cura o custodia che da un lato non deve significare puro sfruttamento agricolo della terra, ma neppure utopica concezione di “rispetto per la natura”, aprioristicamente ritenuta inalterabile (che, oltretutto, contraddice il significato comune di coltivazione).

In questo ci aiuta la Laudato sì (2015) al n° 67: “«coltivare» significa arare o lavorare un terreno, «custodire» vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare”.

E un poco più oltre (al n° 115): “la terra è stata data da Dio all’uomo, che deve usarla rispettando l’intenzione originaria di bene, secondo la quale gli è stata donata”.

Dunque l’uomo può intervenire sul terreno… avendo di mira il bene che dovremmo aggettivare con comune (poiché l’intenzione originaria non può essere che questa), ma aggiungendo un ulteriore particolare – sempre estratto dalla Laudato sì al n° 69 – cioè che non si può ritenere che questo bene comune riguardi solo l’uomo… “Oggi la Chiesa non dice in maniera semplicistica che le altre creature sono completamente subordinate al bene dell’essere umano, come se non avessero un valore in se stesse e noi potessimo disporne a piacimento”.

L’agricoltura (ma non solo essa), nel suo intervento deve quindi avere di mira l’uomo (tutto e tutti) ed anche le altre creature. Credo che, a ben vedere, tutto ciò sia giusto e quindi condivisibile anche da chi cristiano non è.

 

Fare agricoltura non è opporsi alla natura

Rimane tuttavia un grosso nodo che si vorrebbe qui contribuire a sciogliere: quello di chi e come (su quali basi) prende le relative decisioni. Un semplice esempio per meglio comprendere cosa questo nodo sottintenda: si è detto che fare agricoltura significa opporsi alla natura, dunque, può l’uomo scegliere le aree in cui fare agricoltura per lasciarne altre alla natura? E se fa agricoltura-contro-natura, le creature coinvolte sono e, in che misura, rispettate? Ma poi, da chi debbono venire le linee guida da seguire?

Le risposte non possono essere semplici e non si intendono certo richiamare in questa sede i criteri di dettaglio per scelte che sono sicuramente strategiche; tuttavia, pare utile richiamarne alcuni generali. Restando alla Laudato sì (n° 116): “l’interpretazione corretta del concetto dell’essere umano come signore dell’universo è quella di intenderlo come amministratore responsabile”. Purché… per amministratore responsabile si intenda chi sappia affidarsi responsabilmente ai detentori di competenze (gli esperti possessori di Scienza e tecnica, semmai non disgiunte da giuste motivazioni etiche).

Pertanto, tornando a quanto richiamato in apertura: nulla sarà più come prima, implica che il decisore politico si farà ora guidare dagli esperti-esperti sulla strada della sostenibilità; parola che riassume i due problemi strategici richiamati sopra e la cui metafora è un fiore con 4 petali, tutti ugualmente essenziali: economia, ecologia, etica e il più recente: salute nutrizione.

Semmai con alcune precisazioni: nella voce economia non potrà destare scandalo il profitto, sia pure aggettivato con giusto, motivato e ben utilizzato (per il bene comune); nella voce ecologia non vi potrà essere spazio per una natura intonsa, ma per una situazione equilibrata; nella voce etica dovrà trovare spazio il rispetto di tutte le componenti: quelle umane e quelle naturali; infine, nella voce salute-nutrizione dovrà trovare posto la cancellazione della malnutrizione (da deprivazione e da eccesso alimentare).

In verità rimane il vincolo della sostenibilità energetica che raramente viene citata, ma che rappresenta la vera spada di Damocle per la sopravvivenza del pianeta, perché in grado di vanificare – ove non venisse assicurata nei prossimi decenni – qualsiasi altro sforzo.

 

In cerca di un equilibrio

Purtroppo rimarrà un altro grosso rischio, frutto della perenne tentazione della democrazia estrema; se uno vale uno e quindi tutti sono chiamati a tutte le decisioni anche con implicazioni scientifiche, verrà a mancare il ruolo delle competenze e degli esperti che ne sono portatori (non solo per sé, ma come espressione del bene comune, in quanto auspicabilmente fedeli al giuramento ippocratico suggerito da Rotblat, 1999, Premio Nobel per la Pace 1995). Infatti, secondo una profonda metafora di Max Weber (Dorato, 2019): “Il compito dello scienziato o dell’esperto è quello di fornirci una mappa che ci permetta di decidere come andare dove vogliamo andare…”, senza prevaricare.

A questo punto, per concludere, possiamo convenire con quanto suggerito da G. M. Crespi – dalla quale dissentiamo per molti temi su agricoltura e ambiente – nella lettera al direttore del Corsera il 16 aprile 2020: “Insomma, stiamo finalmente imparando che è urgente e doveroso ricercare un nuovo e più rispettoso equilibrio con il Pianeta che ci ospita.” Ma nel presupposto categorico che la parola equilibrio assuma il significato che gli si è voluto dare con questo contributo, cioè fondato su Scienza e Coscienza con cui, i veri esperti-competenti ne possano assumere la responsabilità, seppure per il tramite del decisore politico.

 

(Questo articolo è la sintesi di una trattazione molto più ampia nel sito web della Società Agraria di Lombardia [link]).

 

 

Giuseppe Bertoni
Giuseppe Bertoni
bertoni@per.it

Giuseppe Bertoni è professore emerito di Zootecnica speciale e ex direttore dell’Istituto di Zootecnica della facoltà di Agraria dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Piacenza), dove ha insegnato Fisiologia animale, Fisiopatologia della nutrizione, Qualità del latte. Dal 2004 al 2008 è stato membro della Commissione Interministeriale di Valutazione degli Ogm. È membro del Comitato Scientifico Centro di Ricerca IRCAF e della rete SeTA.

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