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Craxi, il presidenzialismo e il paradosso delle riforme

di Marco Olivetti

 

Il dibattito sul craxismo, a venti anni dalla scomparsa del leader socialista, ha lasciato nell’ombra una questione di importanza non marginale negli anni ‘80 e ‘90 del secolo scorso e nella traiettoria politica di Bettino Craxi. Si tratta di un tema la cui attualità non è venuta meno: le riforme istituzionali ed elettorali. Eppure un giudizio storico su Craxi avrebbe poco senso senza un ragionamento su questi temi. E al tempo stesso il discorso sulle riforme non sarebbe stato lo stesso senza le idee e le scelte di Craxi e del suo partito.

Il punto di partenza non può non essere la collocazione di Craxi nell’alveo della Repubblica dei partiti nata alla fine della guerra. Del sistema dei partiti il leader socialista fu un abilissimo navigatore e un difensore strenuo, fino al culmine dell’appiattimento sulle sue logiche più indifendibili emerse negli anni di Tangentopoli. Quel sistema aveva due presupposti costituzionali: la legislazione proporzionalistica e il governo parlamentare con razionalizzazione debole e bicameralismo paritario, con tutte le conseguenze che ciò produceva sulla farraginosità del sistema di governo, con governi brevi, crisi continue, lentezza decisionale.

Negli anni ‘80 Craxi entrò in polemica con questo assetto, pur sfruttandone al tempo stesso le ambiguità. La polemica ebbe due versanti.

 

Il deficit decisionale delle istituzioni

Il primo riguardava i “rami bassi” delle istituzioni: il suo deficit decisionale (si ricordi lo slogan del “decisionismo” craxiano, con tanto di richiamo all’ottimismo della volontà) e l’eccesso di parlamentarizzazione delle decisioni (il leader socialista osservò che in Italia era necessaria una legge anche per regolare l’eviscerazione dei polli). Una volta al governo, Craxi divenne un sostenitore della necessità di ridurre i poteri di veto che si erano accresciuti durante gli anni ‘70, anche per riconoscere un ruolo di co-governo di fatto all’opposizione comunista. Di qui il ricorso alle prime reiterazioni di decreti-legge (sulla riforma della scala mobile), il favore per la riforma del voto segreto in Parlamento (poi realizzata sol suo sostegno nel 1988, durante il governo De Mita) e per la razionalizzazione dei procedimenti di decisione governativa (cui lavorò uno dei suoi migliori costituzionalisti, Silvano Labriola).

 

L’elezione diretta del Presidente della Repubblica

Ma questo filone riformatore era distinto da quello relativo ai “rami alti” delle istituzioni: l’assetto complessivo del regime parlamentare italiano e la legge elettorale. Su questo tema, Craxi mandò avanti alcuni dei suoi a lanciare l’idea del presidenzialismo, o, meglio, dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica. L’idea era formulata in modo confuso, senza un’indicazione del modello prescelto, dato che il regime presidenziale americano e i semipresidenzialismi francese e austriaco sono cose assai diverse. Ma Craxi, osservando il successo di Mitterrand in Francia, vedeva nell’elezione diretta del Capo dello Stato un bene a prescindere, che avrebbe potuto permettergli di giungere al vertice dello Stato e ridefinire i rapporti di forza, soprattutto a sinistra, imitando il rovesciamento realizzato da Mitterrand nei rapporti fra PSF e PCF. Fra l’altro, con il presidenzialismo Craxi realizzava anche due obiettivi secondari: metteva in difficoltà DC e PCI, allergici a soluzioni istituzionali leaderistiche e strizzava un occhiolino a destra, ove da tempo il MSI si era espresso per una soluzione presidenziale (confondendo presidenzialismo democratico ed autoritario). E, soprattutto, poteva presentarsi all’opinione pubblica come un riformatore istituzionale, coerente con la sua immagine di leader riformista e “forte”, allora rafforzata da una celebre copertina dell’Economist che durante gli anni ‘80 lo definì “the strong man of Europe”.

 

La riforma del sistema elettorale

Il presidenzialismo, tuttavia, era estraneo ai costumi politici italiani: quella proposta non era riformista, ma rivoluzionaria. Avrebbe richiesto non una modifica costituzionale, ma un’altra Costituzione. La via riformista della forma di governo passava invece per un’altra strada, che si venne delineando a fatica negli anni ‘80 e nei primi anni ‘90, anche qui non senza contraddizioni: essa riguardava il sistema elettorale, col superamento del sistema proporzionale puro; e la forma di governo, con una correzione del bicameralismo. La meta delle riforme, se difficilmente poteva essere il sistema Westminster britannico, era il cancellierato tedesco, piuttosto che il semipresidenzialismo francese.

 

La rendita di posizione del Psi

Ma quella via era esattamente il contrario del craxismo politico degli anni ‘80 e ‘90, che si basava sullo sfruttamento della rendita di posizione del Partito Socialista, al centro del sistema politico: una rendita che consentiva al Partito Socialista di arrivare alla guida del governo sfruttando la sua posizione “a metà” fra i due giganti, la Democrazia cristiana e il Partito Comunista, contro la cui doppia egemonia (sul governo e su opposizione e cultura) Craxi aveva ingaggiato una lotta mortale fin dai primi giorni della sua lunga segreteria (1976-1992). Ma il modello “Ghino di Tacco” (lo pseudonimo con cui Craxi firmava i suoi corsivi sull’Avanti!, dal nome di un signorotto toscano che sfruttava la posizione del suo castellaccio per esigere prebende dai passanti), era esattamente il contrario di una democrazia del Cancelliere (e ovviamente ancor più di un sistema Westminster), in cui i partiti svolgevano un ruolo centrale, ma in cui le forze intermedie (come i liberali tedeschi e inglesi) hanno un’importanza complementare o addirittura marginale, dato che il sistema si basa sull’alternanza di due grandi partiti alla guida del Paese.

 

Il massimo di cambiamento, il massimo di conservatorismo

Di qui il paradosso del craxismo in materia di riforme istituzionali: esso incarnava al tempo stesso il massimo di cambiamento (il presidenzialismo, tale da scardinare il sistema) e il massimo di conservatorismo. Questo spiega perché Craxi si oppose alla fine degli anni ‘80 ad ogni riforma elettorale, arrivando a invitare gli elettori ad “andare al mare” in occasione del referendum sulla preferenza unica del 9 giugno 1991.

A questo punto il cerchio si chiudeva. Come sulla politica generale, anche in materia istituzionale Craxi arrivò alla vigilia di Tangentopoli arroccato su posizioni iper-conservatrici. L’alleanza con Andreotti e Forlani (il mitico CAF) era ormai una via necessaria per un leader per cui il riformismo era quasi solo uno slogan. Di quello che è successo dopo – a partire dal 17 febbraio 1992 – molto si è detto in questi giorni. Ma se il linciaggio mediatico-giudiziario del quale Bettino Craxi è stato vittima negli anni ‘90 esige una riparazione, c’è qualcosa che non può essere taciuto. Quella via di uscita dal sistema che Craxi aveva costruito fu abbracciata da molti perché percepita come l’unica possibile. La prassi costituzionale del craxismo, nella quale la guida del governo era conseguenza di una rendita di posizione e non del consenso elettorale (il 4 agosto 1983 Craxi era diventato presidente del Consiglio dopo aver ottenuto, con il suo partito, appena l’11,4 per cento dei voti nelle elezioni del 26 giugno), rendeva impossibile la via normale, vale a dire la responsabilità politica mediante le elezioni. Il craxismo si basava su una sorta di deficit democratico che faceva apparire inevitabile la scorciatoia giudiziaria.

In questi mesi, nei quali il ritorno ad un sistema proporzionale più o meno puro appare ormai inevitabile, occorre ricordarne il lato oscuro, tipicamente italiano. La democrazia della rendita di posizione non è costituzionalmente sostenibile.

 

Marco Olivetti
Marco Olivetti
olivetti@per.it

Professore ordinario di Diritto costituzionale nella LUMSA di Roma, già componente della Commissione sulle riforme costituzionali nominata dal governo Letta (2013), della Commissione paritetica per l’attuazione dello Statuto speciale della Valle d’Aosta (2014-18) e delle commissioni di esperti governativi a supporto dell’autonomia differenziata. E' stato docente di diritto costituzionale alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Foggia. Dal 1999 al 2001 è stato consulente del Ministro per le riforme costituzionali Antonio Maccanico. È editorialista del quotidiano Avvenire.

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