Credere nell'America (nonostante Trump) - Fondazione PER
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Credere nell’America (nonostante Trump)

di Alessandro Maran

 

🇺🇸 «Io credo nell’America». È la frase di apertura de Il Padrino, il film cult di Francis Ford Coppola. A pronunciarla è Amerigo Bonasera – un uomo che in effetti ha perso la fiducia nell’America e che si rivolge a un boss della mafia in cerca di vendetta -, prima di raccontare la storia di come sua figlia è stata brutalizzata da uomini rimasti impuniti dai tribunali in cui aveva riposto la sua fiducia (👉 https://youtu.be/OIBpHO1gZgQ?si=h2LrxZ5515W7gPGs).
Quella frase, racconta Gideon Rachman sul Financial Times, «mi ha tormentato durante l’ascesa, la caduta e la rinascita di Donald Trump».
«Trump ora sta dicendo agli elettori americani “io sono la vostra vendetta”, facendo appello a tutti coloro che sono stati “umiliati e traditi” dal sistema. È tutto molto Don Corleone. E sta funzionando. Trump è generalmente in vantaggio su Joe Biden nei sondaggi per le elezioni presidenziali del 2024. È il favorito dei bookmaker, non solo per la nomina repubblicana, ma per la presidenza».
Ma come si fa ad avere fiducia nell’America, si chiede Rachman, “quando gli elettori sembrano pronti a eleggere un uomo che dovrà affrontare un processo per aver tentato di ribaltare le ultime elezioni presidenziali?”.
“Credere nell’America”, spiega Rachman, può significare due cose distinte: «Innanzitutto, si può credere in quel che l’America rappresenta. In secondo luogo, si può credere che alla fine l’America ce la farà. Le due idee sono correlate, ma non sono la stessa cosa. La mia convinzione che l’America sia una forza positiva nel mondo mi ha portato, nel corso degli anni, ad alcune aspre discussioni – anche in Gran Bretagna, che si considera il più stretto alleato dell’America. Che si tratti della guerra del Vietnam, del rafforzamento degli armamenti di Ronald Reagan, della guerra in Iraq o della violenza armata, i critici appassionati dell’America hanno sempre avuto molto da sottolineare. La mia risposta abituale è che, come ogni grande potenza della storia, l’America ha fatto cose terribili. Ma nei tre grandi scontri globali del secolo scorso – la prima guerra mondiale, la seconda guerra mondiale e la guerra fredda – gli Stati Uniti erano dalla parte giusta. In effetti, l’America fu il fattore decisivo di quei conflitti, assicurando che il mondo democratico prevalesse sull’autocrazia o sulla vera e propria dittatura. Ecco perché così tanto dipende dalla mia seconda forma di fede nell’America: la convinzione che alla fine gli Stati Uniti riusciranno a farcela. Negli ultimi 80 anni, l’America è stata davvero il “leader del mondo libero” – sia come un esempio di democrazia in azione sia come protettore delle altre democrazie, attraverso una rete di alleanze con altri paesi liberi in Europa e in Asia. Se la democrazia cominciasse a sgretolarsi in America, allora le democrazie liberali di tutto il mondo sarebbero nei guai. È rassicurante che il paese più ricco e potente del mondo sia un’altra democrazia. In un secondo mandato di Trump quel senso di rassicurazione potrebbe scomparire».
Molti sostenitori di Trump, continua il giornalista inglese, «risponderanno che, se il loro uomo vincesse le elezioni, la sua vittoria sarebbe un esempio di democrazia in azione, non di scivolamento verso l’autocrazia». Ma Trump «è qualcuno che ha già dimostrato di non avere rispetto per la più elementare delle procedure democratiche: le libere elezioni. La sua promessa di “castigo” prevede anche la ripetuta minaccia di processare i suoi nemici politici, che vanno dallo stesso Biden a Mark Milley, l’ex capo degli stati maggiori riuniti. A differenza delle accuse contro Trump, questi non sarebbero casi intentati da pubblici ministeri indipendenti che hanno soppesato le prove. Si tratterebbe di processi politici farsa ordinati dal leader del Paese. Il segno distintivo di un’autocrazia».
Allora come possiamo continuare a credere nell’America in queste circostanze?, si chiede Rachman. «Innanzitutto, e ovviamente, non c’è niente di predestinato. Mancano ancora molti mesi alle elezioni di novembre. In secondo luogo, il periodo di grandezza e di leadership globale dell’America ha sempre comportato tumulti e melodrammi, dall’assassinio di John F Kennedy nel 1963 alla ‘guerra al terrore’ sotto George W Bush. Alla fine, il Paese si è sempre raddrizzato e il suo dinamismo di fondo e il suo sistema costituzionale si sono riaffermati. Quindi sembra improbabile che quest’ultimo melodramma – ‘America stagione nove’, come alcuni lo chiamano – porterà la serie a una conclusione definitiva e tragica. Il melodramma che l’America sforna – anche il melodramma di Trump – può essere un segno di vitalità tanto quanto di malattia. Gli Stati Uniti sono un paese con una vena ribelle e anti-establishment che gli permette di scuotere le cose e reinventarsi costantemente. Votare per Trump è un segno che le persone chiedono un cambiamento fondamentale. E anche se Trump non è la risposta giusta, la sua apparizione è un segno di quell’irrequietezza e del rifiuto di accontentarsi dello status quo».
Dopotutto, scrive perfidamente Rachman, «la duratura popolarità di Trump potrebbe anche indurre, tardivamente, un necessario autoesame da parte dell’élite americana. Lo sforzo di Biden di riportare l’uguaglianza al centro della politica economica statunitense è un esempio di tale correzione. Così come lo è l’inizio di una reazione contro il pensiero “woke”. Come mi ha detto un assistente di Biden, in un momento di introspezione: “Ci siamo resi conto che molte persone hanno paura della sinistra americana”».
La “vendetta” di Trump contro la sinistra potrebbe portare gli Stati Uniti in direzioni “nuove e spaventose, scrive il chief foreign affairs commentator del Financial Times. «Ma credo abbastanza nell’America per pensare che ci vorrà più di un altro mandato di Trump per distruggere la democrazia americana. Gli Stati Uniti non sono l’Ungheria. È un paese grande e complesso con molte diverse fonti di potere e ricchezza. Trump e i suoi accoliti non riuscirebbero a metterli tutti in ginocchio in soli quattro anni». Perciò, scrive, «mi potete ancora considerare come qualcuno che “crede nell’America”. Io e Amerigo Bonasera» (👉 https://www.ft.com/…/90683d77-783b-433b-9e06-c4f373258b8c).
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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