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Da Alitalia ad Anpal, il paternalismo pubblico genera mostri

di Ariela Briscuso

 

L’intervento statale in Italia non ha una fama lusinghiera nel resto di Europa e nel mondo: “Arrived Late in Tokyo. All Luggage In Athens” è, come ricordava “Politico” in un pezzo recente, uno dei tanti e vari scherzi che vengono raccontati su Alitalia, sulla sua presunta inefficienza.

 

Il caso Alitalia

La vicenda di Alitalia – che viene detta “troppo italiana per fallire” – potrebbe, ora più che mai efficacemente, esporre ed esplicare il fallimentare, dirigista e grossolano interventismo statale italiano.

La presente recessione mondiale causata dall’epidemia pone innumerevoli governi nella condizione di dover (questa volta giustamente e responsabilmente) ampliare la spesa pubblica, di dover attuare quella che molti potrebbero (con gioia repressa) chiamare una politica keynesiana, di dover aumentare il deficit.

L’attuale drammatica contingenza è stata colta dai vanagloriosi economisti sovranisti della Lega come una insperata occasione per reclamare una propria presunta previdenza “cassandresca” in materia di deficit. Analogamente questo contesto sembra venir adoperato dal Governo per nascondere, sotto l’aura dorata di una politica di rinascita keynesiana, i suoi precedenti (e futuri) provvedimenti di sperpero statalista, per poter continuare a perpetrare una politica di consociativismo dirigista.

 

La scusa dell’epidemia

Lo Stato ha, difatti, rinazionalizzato Alitalia ed anche la Banca popolare di Bari dovrebbe divenire pubblica: entrambe le nazionalizzazioni, però, non sono state motivate da ragioni collegate in particolare all’epidemia. Parimenti, l’epidemia viene portata come scusa (in particolare per quanto riguarda gli aiuti e le garanzie per i prestiti che dovrebbero andare alle imprese) per reclamare una partecipazione statale a diverse imprese e per rivendicare una legittimazione dell’intromissione statale nelle decisioni dei privati; anche per l’Ilva viene paventata la possibilità di “un intervento diretto”.

La munifica rinazionalizzazione di Alitalia ha scatenato il malcontento di molte compagnie aeree private e, in particolare, di quelle low cost, alcune delle quali hanno minacciato di abbandonare il mercato italiano.

Di fatti, Ryan O’Leary di Ryanair ha accusato lo Stato italiano di aver aiutato unicamente (e copiosamente) Alitalia, ignorando la crisi diffusa dell’intero settore aereo e creando le condizioni per un iniquo enorme vantaggio competitivo per la Compagnia di bandiera italiana nel mercato. Inoltre, come è stato evidenziato dall’economista e professore Giuricin sul Foglio, viene previsto il monopolio di Alitalia per i “servizi essenziali” (tra cui i collegamenti con le isole) e alle altre compagnie aeree viene imposta l’adozione di un contratto unico (quello di Alitalia). Come denuncia O’Leary, questi provvedimenti probabilmente non avranno in alcun modo l’effetto di rilanciare il settore, ma al contrario potrebbero inficiare gravemente la concorrenza, portare a un rincaro dei prezzi e – sostiene O’Leary – a una grave perdita di posti di lavoro.

 

Le compagnie straniere e low cost sono essenziali per il trasporto aereo (e per il turismo) italiano

Bisogna notare, a questo punto, che le compagnie aeree straniere e low cost sono essenziali per il trasporto aereo (e per il turismo) italiano e, in particolare, per i collegamenti con l’estero: secondo i dati di Enac nel 2018 il volume di spostamenti all’interno della penisola di Ryanair e di Easyjet sommati superava quello di Alitalia, mentre per gli spostamenti con l’estero la compagnia più usata era Ryanair che sovrastava persino la molto sussidiata Alitalia.

Si può vedere, dunque, come le decisioni politico-economiche del governo siano essenzialmente avulse da ragionamenti propriamente “economici”: lo Stato si presenta come “entrepeneurial”, ma si potrebbe più correttamente definire “gambler”. Si è decisamente lontani da politiche che mirino a una vera e propria “rinascita” – come dice Conte – del Paese. E tanto si verifica quando più sarebbero necessari dei provvedimenti che considerino l’allocazione delle risorse e l’impiego di nuove spese con sobria, se non frugale, morigeratezza perché l’esplosione del debito pubblico non diventi totalmente ingestibile.

 

Mariana Mazzucato e lo statalismo di ritorno

Il rinnovato e ravvivato entusiasmo per l’opera di uno Stato imprenditore, la cui dottrina viene attualmente esaltata a Palazzo Chigi considerata anche la nomina dell’economista Mariana Mazzucato, sembra, tuttavia, guidato da logiche, come evidenziato prima, poco “economicistiche”, da logiche che un imprenditore, per quanto poco lungimirante egli sia, non potrebbe permettersi. Non c’è nulla di “innovatore” (nonostante il nome del saggio della consigliera di Conte) nello statalismo di ritorno praticato da Conte, esso è tristemente mosso dalle vecchie ragioni consociative “di necessità” e di consenso e, forse, si potrebbe anche dire connotato da una componente stucchevolmente moralista, da un sentimentalismo tartufesco.

Si era preteso di lustrare Quota 100 e il reddito di cittadinanza (ma anche i continui aiuti ad Alitalia) mediante giustificazioni moralistiche ed ora si tenta di nascondere e di mascherare il mantenimento di quei precedenti provvedimenti, le nuove nazionalizzazioni e le oramai palesi inefficienze di Anpal dietro un presunto piano di ripresa e di rinascita. Si nazionalizza Alitalia e si mantiene Quota 100 per le stesse ragioni di consenso consociativo e di statalismo inefficiente per cui si continua a Roma a mantenere Atac.

 

La storia del dirigismo italiano

La storia del dirigismo italiano, dello sperpero per consenso, per propaganda e per conservazione è una lunga e antica storia.

Il modello economico fascista è perfettamente inseribile all’interno di questa tendenza: con l’istituzione dell’Iri lo Stato italiano arriva a controllare una parte imponente delle imprese e, al contempo, la concorrenza viene fiaccata attraverso la consolidazione e istituzionalizzazione di un sistema consociativo con consorzi e cartelli. Nell’Italia fascista lo statalismo trova un compare naturale anche nel protezionismo che, con fare moralizzante, viene presentato come amor economico di patria in opposizione agli speculatori stranieri e ai mostri del libero mercato.

Nella prima repubblica il dirigismo statale, dopo la virtuosa parentesi liberale di De Gasperi ed Einaudi, trova uno slancio rinnovato come meccanismo di “voto di scambio” a debito e in spesa pubblica: con le baby pensioni, la cassa per il mezzogiorno e le varie improduttive partecipate statali, le risorse pubbliche più che per innovare vengono usate come mezzo di propaganda elettorale, di sussidio e di perpetrazione di equilibri costituiti.

La politica economica dei due esecutivi Conte ha segnato una solenne riproposizione, una esaltazione ed un novello sdoganamento di un più che mai pressante statalismo. Si è nuovamente di fronte a un’economia eccessivamente influenzata dalla Stato, ma, paradossalmente, non in maniera “economicistica”. Per le affermazioni di molti esponenti di governo si potrebbe affermare di essere di fronte, anzi, a una autentica negazione dell’idea del mercato.

 

Bacchettoni in economia, moralisti nel welfare

Si ha una concezione “bacchettona” dell’economia, poco laica e, oseremmo dire, poco “protestante”. In Italia il concetto dell’efficienza e del funzionamento di un’economia di mercato è un concetto negletto, derelitto, arcano, quasi sibillino per gran parte della classe politica (anche per la presunta Lega “liberista”).

Anche per questa ragione l’Italia si trova ad essere una sostanziale anomalia in Europa e in Occidente per quanto riguarda la natura e la modalità dell’intervento dello Stato in economia e anche per quanto riguarda il welfare. Il sistema del welfare in Italia, difatti, è un sistema non-universalista, spesso irrealista, ma soprattutto con un’impostazione deleteriamente assistenzialista, centralista e moralista. Sovente il welfare italiano, con un approccio “gesuita”, tenta di ergere lo Stato a caritatevole salvatore che deve, però, con proba integrità, assicurarsi di come l’assistito usi i propri sussidi in modo moralmente avveduto.

All’epoca dell’introduzione del reddito di cittadinanza si era lungamente discusso sull’intenzione (poi realizzata) del Governo di limitare il tipo di beni acquistabili attraverso tale reddito ad alcuni beni definiti “essenziali”. Ad oggi, non è possibile utilizzare il reddito di cittadinanza per l’acquisto di servizi assicurativi, ma anche di biglietti per gallerie d’arte (e, naturalmente, per l’acquisto di beni di gioielleria o per il noleggio di navi o simili). Dunque, il reddito di cittadinanza, oltre ad essersi sostanzialmente rivelato inutile come misura per la creazione di posti di lavoro, è un provvedimento dirigista e fariseo di ritenuto sostegno al reddito e di presunta lotta alla povertà: non viene posto al centro l’individuo, ma viene scrutinata attentamente la probità del modo in cui egli decide di utilizzare il sussidio, secondo il presupposto per cui lo Stato conosce già molto meglio dell’individuo stesso il modo in cui realizzare il suo bene.

Massimo Bordin, nel 2018 all’epoca delle polemiche, aveva notato nella sua Bordinline come “In questo caso però il concetto espresso da Di Maio contiene il senso di un imbroglio ulteriore. Altro che abolire la povertà. Un povero si sentirà meno povero quando potrà finalmente comprarsi una cosa “inutile”. Vietarglielo vuol dire inchiodarlo al suo stato”.

Si potrebbe argomentare come la caratteristica che ora appare preminente, precipua della concezione della politica economica in Italia sia il moralismo, un moralismo sovente farisaico, falsamente sentimentale. Questo fatto è per una serie di motivi un grande intralcio al funzionamento stesso dell’economia del Paese, ma anche allo sviluppo di un sistema di welfare “maturo”, europeo.

 

Se lo Stato fa “un gesto d’amore”…

La massima di Milton Friedman “The business of business is business” sembra essere ignota alla maggior parte della politica italiana, in particolare al Movimento 5 stelle e al premier Conte e, certamente, alle loro orecchie potrebbe financo sembrare qualcosa di astruso e bizantino. Il presidente del Consiglio dei ministri, durante la conferenza stampa del 3 giugno, ha voluto, tuttavia, ribadire come il suo governo abbia “il culto della libertà d’impresa”, per poi, nondimeno, contraddittoriamente evidenziare come, a suo parere, chi fa impresa dovrebbe “abbracciare delle prassi socialmente responsabili”. Questa concezione di Giuseppe Conte prelude a un intervento dello Stato in economia e, potremmo dire, prelude a un intervento “moralista”: un intervento che miri a realizzare una qualche sorta di bene economicamente sociale.

A riprova di quanto detto, possiamo prendere ad esempio nuovamente la professoressa Mazzucato che, alcuni di mesi fa, in un’intervista a Repubblica sosteneva che gli aiuti alle imprese per la crisi da coronavirus dovrebbero essere in ogni modo condizionati a delle regole “su cosa e come investire”; se si ricordano le affermazioni di Conte sul “gesto di amore” che avrebbero dovuto fare le banche e le polemiche sui prestiti alla FCA, rea di aver trasferito la sua sede fiscale in Olanda, vi è un quadro completo di uno Stato interventista, la cui azione è soprattutto condizionata da un’impostazione stucchevolmente e irragionevolmente moralista. All’evidenza, per la visione del premier e della sua consigliera economica, “The business of business is business” è una frase totalmente priva di senso dal momento che nella loro realtà ideale dei “business of business” si occupa lo Stato per far sì che “business” del “business” sia il bene sociale.

Nondimeno, anche se il premier sostiene goffamente di aver “il culto della libertà di impresa”, dalla concezione che , al contrario, trapela da Palazzo Chigi (da lui e della professoressa Mazzucato) sembra intuirsi un’idea totalmente in antitesi con i presupposti “filosofici” del libero mercato (come li intendevano gli illuministi scozzesi e, in seguito, la scuola economica austriaca): ovvero la presunzione dell’onniscienza dello Stato e la postulazione che esso debba naturalmente saper il bene della società e delle imprese stesse meglio di queste ultime. Nella attuale visione economica dello Stato italiano viene disconosciuta la teoria della dispersione della conoscenza ed anche la cosiddetta “legge di Hume” secondo cui non si possono derivare proposizioni prescrittive da proposizioni descrittive, con il ritorno di un grande legislatore (ed imprenditore che sia) onnisciente e assolutamente moralista. Lo Stato saprebbe gestire, in vista di un presunto accertato bene sociale, anche in virtù della sua lungimirante saviezza morale, le risorse e l’economia meglio di qualsiasi altro attore sul mercato. Molto semplicemente, questo pensiero è, invero, la negazione della libertà di impresa e del libero mercato.

 

La visione amorale del libero mercato è diffusa in Italia

La visione, diffusissima in Italia, per cui il libero mercato sarebbe un’entità amorale e “selvaggia” – visione che vorrebbe il normale aggiustamento dei prezzi per domanda e offerta come un’ingiusta usurpazione – si è, con Conte, saldamente stabilita al Governo.

Il comportamento del commissario Arcuri con il suo calmiere dei prezzi delle mascherine ne è un perfetto esempio. Arcuri, nel difendere il suo provvedimento, ha sovente denigrato i “liberisti da divano” (a capo dei quali vi sarebbe Calenda) e spesso il commissario ha velatamente – ma nemmeno troppo – insinuato che i farmacisti che non riuscivano (per ovvie ragioni di dinamiche di scarsità di offerta) a fornire le mascherine per 0,50 centesimi fossero dei crudeli ed immorali speculatori, renitenti alla proba opera regolatrice del Commissario.

Parimenti i dirigenti della FCA vengono rappresentati – in un ritorno di un’attitudine verso gli altri paesi europei aspramente nazionalistica – come dei traditori della patria che, per usufruire delle garanzie di SACE per il prestito, dovrebbero riportare la propria sede legale nelle patrie terre o, addirittura, secondo Landini, far entrare lo Stato nel capitale dell’azienda. Questa posizione è non solo moralmente, ma anche economicamente deleteria: il sindacalista Bentivogli aveva ben spiegato sul Foglio come, anzitutto, FCA Italia paghi le tasse in Italia, ma come sarebbe irrazionalmente dannoso negare le garanzie per un prestito a un’azienda che ha in Italia 55.000 dipendenti e 300.000 posti di lavoro nell’indotto.

 

Il moralismo statale in economia crea disastri

Tale concezione dell’economia – che ha come fine il bene sociale – individuato dallo Stato con maldestra saccenteria – porta a disastri economici. L’interferenza, oltre che dello Stato, del moralismo in economia si potrebbe indicare come uno dei più pericolosi attuali freni alla crescita e allo sviluppo (e alla ripresa) dell’Italia. L’estremizzazione di questa tendenza ha portato ad affermazioni quasi-malthusiane anche da parte del consigliere economico di Conte, Gunther Pauli, secondo il quale il virus sembrerebbe quasi una punizione divina per un sistema economico immorale, un’occasione per procedere alla catarsi dell’economia di mercato.

Tuttavia, se ci si ostina nel praticare tale visione economica, si vedrà come, in realtà, essa crei anche problemi allo stesso “bene sociale” che si proponeva di proteggere dal “liberismo selvaggio”. Dunque, un’opera millantata moralizzatrice avrebbe, nei fatti, risultati paradossalmente “immorali”, poiché a una restrizione delle libertà economiche segue anche un deterioramento dell’economia e del benessere sociale.

 

I vizi privati possono trasformarsi in virtù pubbliche

Il filosofo francese De Mandeville nella sua piccola ed ironica novella “la favola delle api” tenta di descrivere come i vizi privati (che spesso sono, da coloro che considerano la ricchezza un illegittimo usurpamento, pubblicamente deplorati) possano trasformarsi in virtù pubbliche.

La novella racconta di un alveare in cui alcune probe api tentano di liberarsi delle api che come professione praticavano dei lavori considerati immorali, delle api accumulavano troppa ricchezza o di quelle che si crogiolavano nelle lascivie del lusso e della moda. Il glorioso ed onesto alveare viene realizzato, ma esso si rivela presto un disastro economico e sociale. La migrazione di diverse api ed altre disgrazie portano alla fine dell’alveare. “Il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtù da sola renda mai una nazione celebre e gloriosa”.

I governi hanno il vizio di ignorare le possibili conseguenze negative involontarie delle loro politiche. Nonostante essi, in Italia, abbiano una fastidiosa pretesa moralista, spesso hanno poca considerazione per la “moralità”, o meglio per la responsabilità, delle proprie azioni. Lo Stato italiano con il suo approccio moralista esalta ancora di più l’aspetto paternalista del suo intervento nell’economia; c’è, in Italia, dovizia di esempi di come le politiche stataliste siano, in realtà, dannose per il sistema.

 

Lo stato “moralizzatore” è irresponsabile

Non ha credibilità un governo che rappresenta la propria politica economica come moralizzatrice, ma che sperpera “immoralmente” ed inefficientemente le proprie risorse (a debito) in provvedimenti meramente strumentali come Quota100.

Lo Stato italiano sempre di più si espande tentando di inserirsi nella vita privata dei cittadini, attraverso l’economia, ma anche attraverso un diritto penale iperproduttivo; spesso con goffa (ma inquietante) e inefficiente intrusività scava nel profondo delle loro vite e tenta di porsi come riconosciuta autorità spirituale. Un’istituzionalizzazione strutturale di tale interferenza – come avviene nel diritto e nell’economia – può intaccare seriamente l’organismo minimo ed armonioso di uno Stato liberale, espandendo in maniera neoplastica gli ambiti di influenza dello Stato.

L’approccio etico della invasività statalista si distingue, però, nel nostro paese per una peculiarità: è caratterizzato da una banalità italica per cui si tende ad essere irreprensibili nel giudicare i vizi altrui, mentre si è allegramente incuranti delle proprie colpe, secondo una concezione provinciale ed autoassolutoria della moralità (o più propriamente della responsabilità).

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Ariela Briscuso
briscu@per.it

Nata a Roma nel 2000. Studia "Politics, Philosophy and Economics". Scrive su "Stradeonline"

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