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Dal calcio alla finanza, il caso Evergrande preoccupa la Cina

di Vittorio Ferla

 

Il Guangzhou Zuqiu Julebu è la società di calcio più prestigiosa del campionato cinese. Gli appassionati italiani la conoscono bene perché è stata allenata da Marcello Lippi (dal 2012 al 2014) e da Fabio Cannavaro (in due puntate, nel 2014-15 e dal 2017 a oggi), già protagonisti della vittoria dell’Italia ai campionati del mondo del 2006 in Germania. Ma il team cinese è anche conosciuto come Guangzhou Evergrande poiché è controllato dall’omonimo colosso immobiliare asiatico oggi soverchiato da una montagna di debiti che potrebbe portare l’azienda al default. E ridurre al collasso l’economia cinese come accadde anni fa agli Usa con la Lehman Brothers.

In estate il Jiangsu, campione in carica, era già stato costretto a sospendere le attività calcistiche per via del disimpegno da parte di Suning, la società proprietaria anche dell’Inter che vive una grande crisi di liquidità. Ma la crisi di Evergrande potrebbe travolgere non soltanto la squadra – una delle più vincenti del calcio cinese con 8 campionati vinti, dal 2011 al 2019, più due Champions League d’Asia – ma anche la Chinese Super League. Inoltre, il settore immobiliare rappresenta fino al 30% del Pil cinese: ecco perché le prossime settimane saranno critiche per tutta l’economia del paese asiatico. Evergrande fa parte della “Global 500”, la classifica annuale delle prime 500 aziende del mondo, compilata e pubblicata annualmente dalla rivista Fortune. Quotata alla borsa di Hong Kong e basata a Shenzhen, impiega circa 200 mila persone e alimenta indirettamente più di 3,8 milioni di posti di lavoro ogni anno.

L’impero di Evergrande si basa sulla proprietà residenziale – più di 1.300 progetti in più di 280 città in tutta la Cina – ma il gruppo ha investito pure in veicoli elettrici, sport e parchi a tema. Inoltre vende acqua in bottiglia, generi alimentari, latticini e altri beni in tutta la Cina. Tra i suoi progetti ciclopici, c’è la costruzione del più grande stadio di calcio del mondo: un sito da 1,7 miliardi di dollari con la forma di un gigantesco fiore di loto, capace di ospitare 100 mila spettatori. Ma il Guangzhou potrebbe non vederne mai la conclusione. A causa dei prestiti accumulati per finanziare iniziative gigantesche come questa, i debiti di Evergrande sono aumentati a dismisura: con oltre 300 miliardi di dollari di passività, il gruppo immobiliare rischia l’insolvenza e il default.

Una storia strettamente intrecciata alle spregiudicate strategie del governo di Pechino. Negli ultimi anni, infatti, la Cina ha pompato la sua crescita grazie agli investimenti finanziati dal debito: così, l’anno scorso, una sfilza di società statali cinesi è stata schiacciata dal peso di pesanti obbligazioni. A settembre, Fitch e Moody’s hanno declassato i rating di credito di Evergrande, a causa dei suoi problemi di liquidità. Il governo di Pechino cerca ora di correre ai ripari: la People’s Bank of China ha iniettato denaro nel sistema finanziario, per aumentare la liquidità a breve termine e calmare la tensione dei mercati.

Secondo Bloomberg, l’iniezione netta per le banche è stata di 460 miliardi di yuan (71 miliardi di dollari) questa settimana, di cui 70 miliardi di yuan (10,8 miliardi di dollari) venerdì. Ma è già troppo tardi. Gli stessi media cinesi paragonano i problemi finanziari di Evergrande a “un enorme buco nero”. Se è così, nessuna somma di denaro potrà risolvere il problema.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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