Dall'agricoltura di una volta all'agricoltura 4.0 | Fondazione PER
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Dall’agricoltura di una volta all’agricoltura 4.0

di Antonio Pascale

 

Con cadenza pressoché regolare si organizzano manifestazioni a sostegno dell’agricoltura italiana. Sono le benvenute, soprattutto se colorate e allegre. Gli slogan che animano le manifestazioni in genere si concentrano sulla qualità e naturalmente la tipicità e la diversità dei nostri prodotti. E tuttavia i suddetti slogan si concedono il lusso di promuovere un immaginario rétro. Non è un caso isolato, non riguarda solo le manifestazioni. In agricoltura il rétro è dovunque; difatti, “c’era una volta” vince a mani basse. Se qualcuno vi chiedesse: ma preferite farvi operare da un chirurgo moderno o uno rétro, eh! quei bei chirurghi di una volta con la sega, be’ nessuno sarebbe così pazzo da optare con animo lieto per l’antichità. E invece sui media e spesso anche nelle sedi istituzionali il contadino di una volta si impone (basta passeggiare lungo i corridoi di Ministeri e Regioni, Ispettorati, per assistere allo spettacolo di un’agricoltura ottocentesca, alle pareti immagini di contadini con spighe in mano – con tutta quella paglia – vecchie macchine a vapore, tramonti dorati).

Si capisce, il cibo (giustamente) è sacro e poi siamo portati a pensare che una volta tutto fosse più naturale, la frase “una volta”, del resto, rimanda alle nostre nonne. Guardate quante osterie della nonna ci sono in Italia, quanti ristoranti dove si mangia come una volta. Tuttavia, le nonne pensano anche ai nipoti; dunque, qualcuno dovrebbe pur parlare dell’agricoltura dei nipoti, quella moderna.

La sensazione è che tutta questa promozione delle nonne serva a coprire un vuoto di conoscenza e un sacco di problemi. Se non li definiamo, poi sarà difficile pensare a un’agricoltura 4.0, sostenibile, giusta, e tanto buona.

Affrontiamo allora meglio la questione: tutti noi tecnici – e io lo sono, svolgo da 31 anni un ruolo ispettivo al Mipaf – sappiamo la verità: la nostra agricoltura è in difficoltà, proprio perché è rimasta al tempo delle nonne.

Un po’ di numeri fanno capire la portata del problema. Sono dati Istat/Eurostat, (2015, ma non sono cambiati). Un primo dato sembra promettente. È il valore della produzione agricola italiana, passato da 50 miliardi di euro del 2005 a 57 miliardi del 2015, dunque più 14%. Per un titolista è un invito a nozze, può facilmente scrivere che la nostra agricoltura è in ripresa. Poi però bisognerebbe smontare il dato e capire, per esempio, quali settori hanno contribuito al suddetto miglioramento. Purtroppo sono le attività extra agricole, agriturismi e simili, cose buone certo, ma non legate direttamente alla produzione.

Poi c’è una comparazione da fare: è vero che noi siamo cresciuti, ma la Ue nel suo complesso è cresciuta di più, del 22%. Poi passiamo all’occupazione agricola: è in calo da 972 mila (2005) a 878 mila (2014). Questo calo, lo sappiamo, è fisiologico: è cominciato decenni prima con la rivoluzione verde e con l’industrializzazione.

Andiamo avanti. Vediamo l’export. Buone notizie: da 4,1 miliardi (2005) a 6,6 miliardi (2015). Tuttavia, le importazioni sono aumentate da 9,2 miliardi (2005) a 13,8 miliardi (2015). Quindi, saldo commerciale import/export negativo (-7,2 miliardi). I redditi agricoli infine crescono dal 2005 al 2015 del 14%; ma nella media Ue salgono molto di più: del 40%.

L’agricoltura italiana soffre, e possiamo evidenziare tre cause concatenate.

La prima è strutturale, riguarda la superficie delle aziende, in gergo: frammentazione delle imprese agricole. Prendiamo due comparti: quello agrumicolo e quello olivicolo, due vanti, due punti di forza. Le imprese agrumicole si attestano intorno a una media di 1,65 ettari di superficie agricola, molto bassa. Nel decennio 2000/2010 la dimensione è passata da 0,86 ettari a 1,62, ma solo perché si è ridotto il numero complessivo delle aziende. Detta in breve, la maggior parte delle aziende agrumicole non hanno una dimensione economica tale da garantire un reddito sufficiente. La produzione viene infatti soddisfatta da poche aziende medie/grandi (le aziende superiori a 20 ettari costituiscono il 30% della superficie agrumicola italiana).

Quello olivicolo invece? E niente, solita ridottissima dimensione, siamo attorno a 1,78 ettari. Questo dato va ancora scomposto: il 38% delle aziende ha meno di un ettaro (questa classe rappresenta il 14% sul totale coltivato), mentre il 10% delle aziende ha più di 10 ettari (e rappresenta il 34% della superficie coltivata). Nel mezzo una variegata classe di aziende con pochi ettari. Questa tipologia la potete trovare in quasi tutti i comparti.

Seconda causa: anagrafica. L’età dei coltivatori è alta, la scolarizzazione è bassa. Gli olivicoltori per esempio (ma non solo loro) stanno invecchiando. Il 41% è sopra i 65 anni, e il ricambio generazionale è bassissimo, appena il 3% ha meno di 34 anni.

Quindi frammentazione più invecchiamento uguale poca o scarsa propensione all’innovazione. La verità è che tanti coltivatori lo sono part time: è più un hobby o una professione?

Tutto questo crea un paradosso: l’Italia è uno dei principali produttori e anche il principale importatore di olio. Dunque, prendiamo dalla Spagna, Grecia, Tunisia, Turchia, Portogallo e Francia. Tutta l’area del Magreb sta imparando a coltivare l’olio, e ormai come qualità si stanno avvicinando molto agli standard spagnoli. Importiamo, tagliamo, esportiamo e siamo anche i primi consumatori d’olio ma non innoviamo. Alcuni dicono che la nostra olivicoltura è un museo: qualcosa da guardare.

Queste cause strutturali, capite bene, si legano all’immaginario del “c’era una volta”. Dunque, alla fine puntiamo tutto sulla tradizione e poco sull’innovazione.

Eppure, l’innovazione è emozionante e sapete perché? Perché ci consente di produrre More from Less. Più bit meno Kwatt. Più produzione, prodotti migliori con meno imput. Nei decenni scorsi abbiamo pagato un certo uso spregiudicato dei diserbanti e degli agrofarmaci, ora invece produzioni e imput necessari si disaccoppiano. Una recente meta analisi (Wilhelm Klümper e Matin Qaim) ha confermato il paradigma More from Less. I 147 studi che esaminavano le recenti tendenze nell’agricoltura ad alto rendimento per soia, mais e cotone, riscontrano tutti un calo del 37% nell’uso di agrofarmaci a fronte di un aumento dei raccolti pari al 22%.

Quindi, avanti con l’agricoltura 4.0 e la sua nuova cassetta degli attrezzi. Sì, ma che cos’è? In sostanza è un tipo di agricoltura che si pone obiettivi nobili, produrre, e bene e con qualità ma in maniera sostenibile: bassi costi, meno sprechi e in generale, riduzione delle risorse utilizzate. Belle parole, pure molto comuni, si gonfiano i petti, si strappano applausi, sì, ma come si fa? Con l’innovazione tecnologica, per esempio con l’agricoltura di precisione.

Che sia l’occhio di un profano o l’occhio di un addetto ai lavori, esperto, il nostro sguardo su un campo coltivato non può fornirci tante informazioni. Un campo è un campo, terra, appunto. Ci vuole un aiuto tecnologico. Prendete un televisore con maxi schermo, bene, quello è il vostro campo. Vedete l’immagine, e magari, in generale, vi sembra buona, eppure, a consuntivo, trovate delle sorprese: ci sono un sacco di elementi critici (che so, il nostro schermo consuma troppo, le prestazioni rallentano quando meno ve l’aspettate, sfocature, increspature ecc.) ma non riuscite a capire dove sono. Se invece scomponete lo schermo in singoli pixel, allora sarà più facile individuare l’elemento critico.

La (prima) novità? Nell’ottica dell’agricoltura 4.0, grande e piccolo non sono nemici, ma gemelli eterozigoti, appartengono alla stessa famiglia.

Come per far funzionare bene un maxi schermo è necessario controllare i singoli pixel, così un’azienda agricola con ampia superficie deve concentrarsi sul piccolo. L’agricoltura di precisione consente di smontare il campo in micro campi. Ogni pixel, ogni mq di terreno viene mappato (quanto azoto? E fosforo, potassio? Ci sono falde acquifere, elementi podologici che creano condizioni critiche?), sia dall’alto (con satelliti, droni), sia dal basso (con altri tipi di sensori). Alla fine, integrando i dati vengono fuori bellissime mappe colorate.

Se mi permettete un’analogia narrativa, il nostro campo diventa un personaggio vivo e con parecchie sfumature, di colore e intensità tonale. Possiamo vedere in quale micro campo si produce di più (e capire il perché), in quale micro campo di meno (e capire il perché).

Qui c’è un elemento di novità da segnalare: non si cerca di spingere sempre più in alto la produzione, ma si tenta di estrinsecare da ogni singolo pixel il suo massimo potenziale produttivo.

Diciamo che nel nostro campo produciamo cereali per cinque tonnellate per ettaro. Ciò vuol dire che in un punto produrremo sette, in altri quattro, in altri due, in altri cinque, e poi queste rese faranno, appunto, la media: cinque tonnellate. Se si vuole aumentare la produzione, io agricoltore sceglierò varietà che puntano ancora più in alto, che so, a otto tonnellate per ettaro, così da aumentare la media in campo (in un punto otto, in altro cinque, e così via). Ma se io invece di cercare rese più alte, quindi spingere sempre sull’acceleratore, cerco di capire perché in quello specifico punto produco di meno (poco azoto? Ristagno idrico? Attacco parassitario in corso?), perché in quei punti la media si abbassa, allora, posso fare in modo di sistemare il mio pixel malfunzionante e modulare l’immagine generale, cioè tirare fuori da ogni micro campo la potenzialità produttiva e qualitativa, così da migliorare (omologare la produzione per) l’intero campo.

Seconda novità: con l’agricoltura di precisione, posso risparmiare, e tanto anche.

Che senso ha mettere la stessa quota di azoto in tutto il campo se in un punto i sensori mi segnalano la giusta presenza di azoto? E, scusate il bisticcio, per far capire la precisione dell’agricoltura di precisione, se mi accorgo che in determinati settori del campo, che so, il terreno è più compatto (dunque meno ospitale) causa calpestio macchine (magari l’angolo di sterzata è troppo ampio), posso far leggere la cartografia completa del mio campo al satellite e teleguidare con precisione millimetrica la macchina (una seminatrice, una concimatrice) affinché non calpesti quei settori del campo.

Si sprecano gli esempi in questo campo: posso intervenire con agrofarmaci solo se l’attacco è sopra una certa soglia critica, risparmiando sui costi (e sulla chimica). Posso settare le macchine affinché queste si adeguino alle reali condizioni del campo, che si sa sono mutevoli e cangianti, variano da pixel a pixel, da mq a mq.

Tutto questo è già possibile e altre belle cose ancora, ma nella sostanza capite bene che l’agricoltura 4.0 richiede un approccio integrato. Il contadino bucolico sparisce e nasce quello tecnologico. Cioè uno capace di collaborare con agronomi, informatici, ingegneri, perché ognuno di queste figure professionali lavora al buon funzionamento del suo singolo pixel, ma i pixel devono poi unirsi per formare l’immagine generale.

È un notevole cambiamento di paradigma. Tutti quelli che credono nel bio, per esempio, dovrebbero spingere l’agricoltura 4.0. Perché in questo momento qualche sospetto sul bio c’è (io produttore certifico che ho eseguito scrupolosamente il protocollo bio e il Ministero timbra le mie autocertificazioni), ebbene queste ombre con l’agricoltura 4.0 sparirebbero.

Posso, infatti, con un semplice dispositivo in remoto, controllare ciò che la mia macchina fa realmente, qui e ora, in campo, che concimi usa, che agrofarmaci ecc., Insomma l’agricoltura di precisione offre una meccanismo di trasparenza ad oltranza, oltre che una reale e provata sostenibilità ambientale.

A questo punto l’obiezione è: va bene, ma costa, solo se ho un elevato capitale iniziale posso permettermi l’agricoltura di precisione, viste anche le premesse? E cioè la nostra agricoltura soffre di nanismo, frammentazione, età media alta ecc., e insomma questo cambio di paradigma chi lo fa? Obiezione accolta. Tuttavia, potrebbe funzionare il meccanismo Formula Uno, ovvero, grazie ad alti investimenti, sperimento sulle macchine da gara dei protocolli che poi diventano col tempo di massa. Quindi, le opportunità fornite dalle suddette tecnologie possono essere adottate anche da piccole aziende (alle “Bonifiche Ferraresi” si stanno formando giovani agronomi e tecnici vari specializzati in agricoltura di precisione), affinché anche il contadino con piccolo appezzamento possa puntare sull’innovazione e abbassare i costi. Tra l’altro l’Italia è all’avanguardia. Basti pensare al lavoro del prof. Roberto Confalonieri e del suo “Cassandra Lab” (sta lavorando sul riso con ottimi risultati). Comunque, Confalonieri nei convegni racconta spesso la sua gioia quando un vecchio agricoltore ha imparato a usare un’applicazione sul cellulare per controllare la sua azienda. Ecco, mi sembra un buona immagine per concludere questo articolo e cominciare a infondere nei media e nei circuiti della politica la nuova linfa dell’agricoltura 4.0.

Antonio Pascale
Antonio Pascale
antoniopascale@perfondazione.eu

Scrittore, saggista, autore teatrale e televisivo, ispettore presso il Ministero per le Politiche Agricole, pubblicato da Einaudi, minimum fax, Laterza, Chiare lettere, vincitore di molti premi, tradotto in varie lingue, collabora con il Corriere della Sera, Il Foglio, Il Mattino, Mind e le Scienze.

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