Dallo sviluppo alla decrescita: la marcia del gambero della sinistra | Fondazione PER
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Dallo sviluppo alla decrescita: la marcia del gambero della sinistra

di Giovanni Cominelli

 

Succede ciclicamente, tanto nelle vicende personali quanto in quelle collettive, di essere obbligati a porsi le domande che danno il nome alla straordinaria tela di Paul Gauguin: “Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?”.

 

Vagando senza meta

Il modello comunista è caduto, quello socialdemocratico si sta sgretolando. Dalla caduta del Muro, il PCI-PDS-DS-PD ha presieduto governi o vi ha partecipato come forza egemone nel 1996-2001, nel 2006-2008, nel 2011-2013, nel 2013-2018, nel 2019-?, non è ancora riuscito a dotarsi di un’identità culturale solida, diversa da quella storica.

Così, vagando senza meta, alla ricerca delle risposte, dopo aver messo mano all’aratro con Matteo Renzi, da un anno a questa parte ha incominciato a volgersi indietro. Il Vangelo di Luca (Lc 9, 62), però, è piuttosto tranchant su tale sguardo: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio”. Benché qui la posta in gioco sia molto più bassa – si tratta semplicemente di attrezzarsi quale sinistra di governo – il PD ha intrapreso un viaggio a ritroso nel tempo, un’anabasi del pentimento, destinata ad esser meno fortunata di quella descritta da Senofonte, cui improvvisamente si aprì davanti il mare.

 

La marcia del gambero

L’Assemblea di rifondazione del PD a Bologna, dal 15 al 17 novembre 2019, ha confermato questo mood. L’analisi lamentosa ed egemone è la solita: la sinistra è stata succube del neo-liberismo. Alle FORA – Forze Oscure della Reazione in Agguato – della vulgata secchiana degli anni ’50 sono state sostituite le FOLA: Forze Oscure del Liberismo in Agguato. La subalternità a queste forze, già incominciata all’epoca della Terza via di Blair e di Schröder, avrebbe reciso i legami con il popolo tradizionalmente di sinistra; peggio, lo avrebbe regalato alla destra peggiore. Fabrizio Barca ha esibito toni lirici al riguardo. E Corbyn che ha rotto radicalmente con la Terza via? Non è lui che ha perso le elezioni, è Boris Johson che le ha vinte! Risponde Barca: “… ha avuto successo nel trasformare la questione sociale in questione identitaria e nazionale”. Così ci si consola, a volte.

Si impone, dunque, un ritorno alle radici: questo lo slogan. E non importa se in questa marcia del gambero itinerario all’indietro, dal PD ai DS, si perdono per strada i compagni di strada del socialismo liberale, provenienti dal PSI di Craxi e dall’ala migliorista del PCI, e quelli del cattolicesimo liberale, che arrivano dalla Margherita e dai Cristiano-sociali. Poiché, esiste, in Italia, una consistente ridotta valtellinese, di sinistra questa volta, in cui si sono rinchiusi i veterani di antiche battaglie, sembra che l’attuale gruppo dirigente del PD voglia correre ad ingrossarla o, comunque, a rappresentarla. Come se quell’identità fosse una prigione, dalla quale non si può uscire, neppure per quell’ora d’aria, che la breve stagione di Renzi ha assicurato.

 

Il Pci è sempre stato… “comunista”

E’ pleonastico ricordare qui che il PCI è sempre stato “comunista”: da Bordiga, a Gramsci, a Grieco, a Berti, a Togliatti, a Longo, a Berlinguer, a Natta, fino ad Occhetto.

In realtà, aveva rinunciato, ancorché obtorto collo, al nocciolo duro del comunismo – la dittatura del partito unico e la nazionalizzazione dei beni di produzione – già quando nel corso della Conferenza di Yalta – dal 4 all’11 febbraio 1945 – Stalin e Churchill avevano collocato l’Italia nel blocco occidentale. Tuttavia i comunisti continuarono a mantenere l’idea di un superamento del sistema della proprietà privata e della democrazia liberale – quest’ultima sostituibile da una più autentica “democrazia sostanziale” – in nome delle “riforme di struttura” e della “democrazia progressiva”, poi evoluta in “democrazia sostanziale”.

Il rapporto con l’URSS restò saldo fino al XVIII congresso del PCI del 18-22 marzo 1989, convocato dall’intero gruppo dirigente di allora all’insegna delle Tesi sul “comunismo democratico”, secondo la volenterosa illusione di Gorbaciov e Occhetto. Finalmente anche i compagni sovietici si decidevano a scegliere il comunismo democratico all’italiana! Ma il 9 novembre del 1989 il calabrone, cui Togliatti aveva paragonato il PCI, che non dovrebbe riuscire a stare in aria, in effetti si schiantò al suolo.

 

L’errore di Berlinguer sulla socialdemocrazia

Perché non abbracciare allora il socialismo democratico? Già Enrico Berlinguer aveva spiegato a Scalfari, nell’intervista del 28 luglio 1981, che “La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) – NdR. quella italiana di Craxi non era considerata tale! – si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate – NdR: In realtà Peter Glotz scriverà nel 1985 il “Manifest für eine Neue Europäische Linke”, in cui descrive “la società dei due terzi” e parla, ovviamente, del “terzo” degli esclusi – .

Berlinguer aveva colto la crisi – indubbia – dei laburisti inglesi, sconfitti dalla Thatcher nel 1979, e dei socialdemocratici tedeschi, mandati all’opposizione da Kohl nell’ottobre del 1982, con il meccanismo della sfiducia costruttiva, ma proponeva loro una direzione opposta a quella che poi intrapresero vittoriosamente Tony Blair – il 2 maggio del 1997 – e Gehrard Schröder il 27 settembre 1998. Berlinguer suggeriva il ritorno della sinistra europea agli anni ’50, cioè ad una radicalizzazione che spezzasse i vincoli del sistema capitalistico.

 

La Terza Via e la fine del “secolo socialdemocratico”

Invece, il primo aveva vinto con la proposta del New Labour e della Terza via, il secondo con quella della Neue Mitte. La fine del “secolo socialdemocratico”, secondo l’espressione di R. Dahrendorf, era tuttavia in agguato, ma per cause diverse da quelle indicate da Berlinguer. Erano dovute alla rottura unilaterale del patto da parte capitalistica che i laburisti e socialdemocratici avevano siglato nella seconda metà del ‘900 con il sistema capitalistico nazionale: la pecora capitalista pensava a nutrirsi e a far crescere la lana, lo Stato socialdemocratico avrebbe tosato, con moderazione, la docile pecora. Quel patto e con esso “la Terza via” e la “Neue Mitte” saltò, perché la pecora è diventata indocile e capricciosa. Fuor di metafora, il capitalismo si è globalizzato e finanziarizzato, mentre la politica, quella socialdemocratica compresa, è fatalmente rimasta nazionale: il Welfare in un Paese solo!

 

Assistenza e redistribuzione: il Pci del debito pubblico

L’afflato etico di Berlinguer, combinato con il catastrofismo anticapitalistico e con l’indicazione del sistema del socialismo reale come quello che aveva risolto per l’essenziale i problemi dello sviluppo – come affermò nella relazione introduttiva al XVI Congresso del PCI nel marzo 1983 – non fornì tuttavia al PCI nessun suggerimento concreto sul come muoversi “oltre” il sistema capitalistico. In realtà, “la riserva escatologica” del PCI, di cui Berlinguer è stato l’ultimo autentico custode, evaporò, dopo la sua morte. Il venir meno del soggetto-classe operaia per ragioni socio-economiche rese del tutto impraticabile il progetto del superamento dei meccanismi della produzione capitalistica. Così il PCI si gettò, già nel corso degli anni ’80, sui diritti e sugli “ultimi”. Da partito della classe operaia a “partito radicale di massa”, come intravidero per tempo Augusto del Noce e Baget Bozzo. La politica economico-sociale ne conseguì: assistenza e redistribuzione.

Anche il PCI partecipò entusiasticamente alla gara per la dilatazione del debito pubblico. Il crollo del Muro liquidò definitivamente il comunismo, in tutte le sue varianti. Che cosa rimase quale residuo? Detto no al comunismo, no alla socialdemocrazia, no al liberalismo, nella versione socialista o cattolica, restarono sul tavolo lo statalismo, l’assistenzialismo, il giustizialismo – dove non riesce la politica a redimere il mondo, possono farlo i magistrati – la cui versione più radicalmente populistica è stata fornita dalla Lega dei cappi e dal M5S. Con tale populismo le affinità elettive sono profonde, ancorché poco confessabili. Risalgono alla piattaforma teorica fornita da Enrico Berlinguer sempre nel 1981.

 

La crisi d’identità: riscoperta della classe e decrescita

Dalla crisi post-’89 il PCI-PDS-DS-PD non si è ancora ripreso, dividendosi in quattro atteggiamenti teorico-pratici: uno migliorista, uno liberal-riformista, sempre fortemente minoritari; uno pragmatico-governista, sensibile al fascino dei posti di governo e di potere; uno “fondamentalista”.

La reazione fondamentalista è tipica dei grandi agglomerati ideologici, quando sono esposti alle burrasche delle epoche di passaggio. Fondamentalismo, cioè ritorno ai fondamenti, alle radici. Se oggi siamo inadeguati rispetto al presente, è perché abbiamo tradito l’eredità dei nostri maggiori. Di qui il “ritorno a Marx”, la riscoperta della “classe”, l’appello neo-berlingueriano e bergogliano all’attenzione agli emarginati, agli ultimi… L’intenzione è quella della “riconnessione sentimentale al nostro popolo”, la riscoperta dell’identità della sinistra degli oppressi e dei deboli. Il fallimento del comunismo e la crisi del patto socialdemocratico hanno spinto il PCI-PDS-DS-PD ad abbandonare i temi della produzione e dello sviluppo per gareggiare con una destra, che, a sua volta è passata dal liberismo filocapitalista all’assistenzialismo, al debito pubblico, al populismo e alla decrescita.

Si può uscire da questa crisi di identità, che già Claude Levy-Strauss nel pieno dello sviluppo neo-capitalistico degli anni post-bellici, a partire dai suoi studi antropologici, aveva definito come il novello “mal du siècle” del secolo XX?

 

Marx, la sinistra e lo sviluppo delle forze produttive

Forse, sì, si può prendere lezione da Marx, che del capitalismo rampante è stato un formidabile studioso e sociologo. Proprio lui ha spiegato in modo convincente che ad ogni modo di produzione e ad ogni nuova fase dello sviluppo industriale corrispondono forme di coscienza, culture, ideologie, istituzioni diverse. Dunque, identità diverse. A meno che si intende l’identità come le sacre specie chiuse in un tabernacolo. L’identità non è oggetto di adorazione o di nostalgia, è frutto di un’invenzione creativa, intellettuale, innanzitutto, di uno studio scientifico dell’epoca che viene avanti, condotto alla luce di una tavola di valori, che a sua volta è il prodotto di un’evoluzione materiale e intellettuale.

L’identità della sinistra, secondo Marx, rispetto alla destra liberal-capitalistica, è la sua superiore capacità di sviluppare le forze produttive. La classe operaia è antagonista del sistema capitalistico non soltanto perché sfruttata, ma soprattutto perché è essa stessa una potente forza produttiva ed è portatrice di un’istanza di sviluppo delle forze produttive, che i rapporti capitalistici di produzione tendono a bloccare, dopo una prima fase di crescita, fino al crollo finale. Le forze produttive: il sapere, la scienza – ciò che Marx chiama “la coscienza enorme”- l’uomo stesso. Rispetto al modo di produzione capitalistico, quello comunista prevede uno sviluppo di quantità e di qualità tali da generare quel tipo di società futura, che da fra’ Gioacchino da Fiore fino a Karl Marx è stata descritta nei termini utopico-sognanti di un umanesimo omnilaterale e plenario. Oggi ci limitiamo laicamente a misurare lo sviluppo delle forze produttive con lo Human Development Index.

La profezia marxiana non si è realizzata. Il modo di produzione del socialismo realizzato è fallito, mentre il sistema capitalistico, in tutte le sue varianti – da quella anglo-sassone, a quella renana, a quella cinese – e con tutte le sue trasformazioni e contraddizioni, ha “i secoli contati”, come scrisse Giorgio Ruffolo. Se non è il dernier cri della civiltà umana, continua ad essere per ora l’unico campo di sviluppo del forze produttive e del progresso umano. Ma il nocciolo duro del marxismo – quello dello sviluppo delle forze produttive umane – continua a parlare nel presente, ben oltre gli impasti di marxismo e psicanalisi, di marxismo desiderante, di marxismo dei bisogni…

 

Libertà e liberazione. Ma serve lo sviluppo

Ed è qui che è attesa la sinistra, oggi. Storicamente è stata denominata sinistra quella parte sociale, intellettuale e politica che si è posta dal lato della liberazione degli esseri umani dalle oppressioni sociali e culturali. Sinistra vuol dire libertà e liberazione. Sinistra vuol dire sviluppo umano. Sinistra vuol dire “ominizzazione del mondo”, direbbe Teilhard de Chardin. Tutto ciò, oggi, si chiama lavoro, scienza, tecnologia, istruzione e educazione.

Lavoro, cioè cooperazione di tutte le forze del lavoro imprenditoriale e di quello dipendente, che trasformano la materia in energia e in vita. Il lavoro è la modalità di presenza attiva degli esseri umani nella società e nella storia del mondo.

Sinistra vuol dire conflitto, combattimento contro ogni conservazione, non lotta di classe. Vuol dire istituti di governo della globalizzazione. Da tempo la sinistra è subalterna delle narrazioni distopiche, da Heidegger a Severino, che vedono nella tecnologia la fine dell’homo sapiens della tradizione classica e nella globalizzazione un oceano dove i poveri e gli ultimi inevitabilmente finiscono sommersi.

Farsi carico degli ultimi, dei poveri, delle periferie, dei nuovi emarginati è possibile solo se la sinistra è capace di politiche di sviluppo.

 

 

 

 

Giovanni Cominelli
Giovanni Cominelli
cominelli@perfondazione.eu

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo. Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.

1 Comment
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    Euro Perozzi
    Pubblicato il 22:12h, 20 Gennaio Rispondi

    Bello! Ma credi che tutte le sottili allusioni siano veramente capite?
    Credi che l’equilibrismo del lessico per salvare alcune delle parole schieranti sia veramente produttivo?
    È così difficile dire che c’è un confine preciso tra sviluppo e decrescita, tra globalizzazione e sovranismo che fa a pezzi alcune categorie a cui i tuoi lettori sono abituati?

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