De Gasperi e le origini dell'atlantismo italiano | Fondazione PER
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De Gasperi e le origini dell’atlantismo italiano

di Paolo Acanfora

 

A partire dal secondo dopoguerra la politica estera italiana è stata caratterizzata da un duplice fondamentale orientamento internazionale che ha condizionato profondamente la fase originaria della democrazia repubblicana. L’atlantismo e l’europeismo sono, infatti, scelte in una certa misura rintracciabili sin dai primi programmi e tendenze dei diversi partiti ricostituiti durante la guerra. Nel caso dell’europeismo la questione è lapalissiana. L’urgenza di superare i conflitti nazionalistici e di evitare il ripetersi di esperienze drammatiche come le due guerre mondiali ha posto gran parte dei partiti politici in una posizione di promozione e sostegno di politiche di cooperazione europea miranti, in ultima istanza, alla costruzione di forme, più o meno strutturate, di unificazione del continente. Propositi che potevano rimanere ancora assai vaghi e generici ma che pure indicavano inequivocabilmente una direzione di marcia: superare gli assolutismi nazionali per ricostruire un’Europa pacificata.

Diverso è naturalmente il discorso sull’atlantismo che non può prescindere dal pieno dispiegarsi sul piano internazionale delle dinamiche della Guerra fredda e dalle conseguenti logiche di appartenenza al blocco occidentale. Tuttavia, già in pieno sforzo bellico vi era, in parte della classe dirigente italiana, la consapevolezza che il principale interlocutore cui fare riferimento non poteva che essere la potenza statunitense. Che si dovesse ragionare in un’ottica bilaterale o multilaterale, gli Stati Uniti rappresentavano per il futuro dell’Italia democratica e postfascista un alleato imprescindibile.

Le due guerre mondiali avevano sancito definitivamente il declino della “mondialità europea” (l’egemonia della civiltà europea sul mondo) ed affermato l’inequivocabile primato militare, economico, politico statunitense. Vi era poi un ulteriore tassello che ha giocato un ruolo significativo tra guerra e primissimo dopoguerra: il fondamento (apparentemente) condiviso dell’alleanza antifascista era costituito dalla comune sottoscrizione della Carta atlantica, voluta da Roosevelt, appoggiata da Churchill ed infine firmata anche da Stalin. Si riprendeva in essa lo “spirito” dell’idealismo wilsoniano del primo dopoguerra, affermando i principi dell’autodeterminazione dei popoli, della cooperazione per la sicurezza internazionale, della libertà di commercio e delle cosiddette libertà “dalla paura e dal bisogno”.

Su queste basi si immaginava di definire il nuovo sistema internazionale postbellico ed era a tali principi che, ad esempio, una personalità quale Luigi Sturzo si richiamava per combattere la sua battaglia dall’esilio americano per un’Italia democratica ed antifascista. Questo primo atlantismo si rivelerà assai fragile (anche in virtù della contraddittorietà dell’azione delle stesse potenze che lo avevano elaborato) e, una volta definitosi il nuovo quadro internazionale della Guerra fredda, lascerà il posto ad un secondo e più duraturo atlantismo: l’organizzazione militare e politica dell’Occidente sotto la leadership statunitense che prese forma il 4 aprile 1949 con la firma del patto atlantico. Se il primo aveva una matrice antifascista, il secondo ne aveva una esplicitamente anticomunista.

L’Italia fu tra i primi firmatari del patto atlantico (e si trattò di un esito né banale né facile). L’azione politica di De Gasperi, alla guida del governo nazionale ininterrottamente dal dicembre 1945 sino all’agosto 1953, fu segnata dalla chiara predilezione per un rapporto prioritario con gli USA. Una strategia dettata dalla valutazione pragmatica dei rapporti di forza esistenti sul piano internazionale ma anche dalla convinzione dell’esistenza di affinità elettive tra i due paesi – pur, com’è ovvio, in un quadro di profonde differenze – e da una visione della società statunitense che è stata definita “tocquevelliana” (particolarmente in merito al ruolo della religione nella società civile). Un rapporto che si andava saldando nel tempo e che tuttavia aveva palesato non poche criticità – si è giustamente parlato di una relazione complessa, difficile, al punto da definire la Democrazia cristiana degasperiana un “alleato scomodo” per gli Stati Uniti.

Il discorso di Truman del marzo 1947 e il lancio del Piano Marshall del giugno avevano rappresentato la cristallizzazione di un processo di divaricazione tra Stati Uniti ed Unione sovietica che si era aperto dopo la fine della guerra. Le conseguenze sul piano nazionale furono subito evidenti. Nel maggio il III governo De Gasperi entrava in crisi, ponendo fine agli esecutivi di unità antifascista. Si trattava di un passaggio cruciale che sarebbe tuttavia un errore considerare solamente un riflesso del contesto internazionale. Per lungo tempo, sul piano storiografico, hanno prevalso le ricostruzioni che tendevano a leggere gli eventi nazionali in modo deterministico, meccanicistico, come necessarie conseguenze di quanto avveniva nel contesto globale.

Naturalmente i vincoli della Guerra fredda furono notevoli ma per comprendere la storia repubblicana è fondamentale far dialogare in modo sistematico le dinamiche nazionali con quelle internazionali, senza sovrapposizione e senza semplificazioni riduttive. In questo modo, si può vedere, ad esempio, che la coalizione antifascista in Italia viveva problemi specifici con condizioni particolari. La convivenza nello stesso governo di partiti marxisti, atei e materialisti (comunista e socialista), con un partito di ispirazione cattolica (la Democrazia cristiana) era certamente complicata e rappresentava una soluzione d’assoluta emergenza – uno dei massimi dirigenti della DC l’aveva definita una “coabitazione forzata”. Che nel contesto delicatissimo della ricostruzione le strategie politiche di due partiti di estrema sinistra e di un partito centrista (con diverse sensibilità al suo interno, progressiste e conservatrici) potessero essere piuttosto diverse, appare addirittura ovvio.

Quanto avveniva sul piano internazionale rafforzava, dunque, le crisi già in atto e ne dava una forma, in qualche misura, ineludibile. Ancor più, potremmo dire che con la svolta del 1947 si avviava un processo costituente che si concludeva proprio con la firma del patto atlantico. Una fase costituente globale (la tendenziale divisione del mondo in due sfere d’influenza) che si intrecciava con quella nazionale, avviatasi il 2 giugno 1946 con la scelta referendaria della forma di governo e l’elezione dell’Assemblea costituente. Fu la saggezza della classe dirigente di allora ad impedire che questi due processi potessero creare un cortocircuito tale da provocare fratture insanabili nel paese. Nonostante l’esclusione dall’esecutivo di comunisti e socialisti, il dialogo tra le parti sul piano costituzionale continuò fino all’approvazione, a larghissima maggioranza, della Costituzione.

Il punto di congiunzione tra le due fasi costituenti è rintracciabile proprio nel patto atlantico, efficacemente definito da alcuni il coronamento del processo di fondazione della Repubblica. Se così è, la scelta atlantica ha rappresentato qualcosa di più di un pilastro della politica estera italiana. L’atlantismo è stato proposto come un’identità politica, una nuova appartenenza. Non è un caso, naturalmente, che proprio Alcide De Gasperi – artefice, a tratti addirittura solitario, dell’adesione italiana – nei meeting internazionali con i capi di Stato occidentali ed in primis con l’amministrazione statunitense, insistesse sulla valorizzazione dell’articolo 2 del trattato che propugnava la cooperazione tra gli Stati membri includendo non solo l’ambito militare ma anche quello economico e culturale (nel senso dei valori fondativi delle istituzioni coinvolte).

In questa direzione, De Gasperi sosteneva con insistenza la necessità di costituire una vera e propria “comunità atlantica”, con una “gioventù atlantica” capace di essere competitiva con il corrispettivo sovietico. Questo è uno degli aspetti cruciali della visione atlantista di De Gasperi. La consapevolezza di dover combattere una battaglia che non aveva solo una dimensione militare ma politica, ideologica, propagandistica, pedagogica. La nuova guerra andava combattuta principalmente sul piano del consenso degli individui e delle masse.

In questa direzione, l’avversario per De Gasperi non era solamente il comunismo ma anche il nazionalismo. Nella sua costruzione della Dc come partito della nazione, la componente degasperiana aveva profondamente valorizzato l’appartenenza nazionale dei cattolici (sin nella storia risorgimentale, con non poche palesi contraddizioni e forzature) ma aveva nel contempo stigmatizzato il nazionalismo di matrice neofascista come antistorico, nocivo per gli interessi dell’Italia ed inaccettabile per la nuova comunità repubblicana. La visione comunitaria atlantica offriva una dimensione di appartenenza più ampia, di civiltà. Non è un caso che con l’affievolirsi delle possibilità di uno sviluppo comunitario dell’atlantismo (rimasto sostanzialmente circoscritto all’ambito militare) De Gasperi cercò di cogliere i nuovi spazi che si aprivano con l’altra grande direttiva della politica estera italiana: l’europeismo.

L’intreccio tra i due orientamenti internazionali è noto – una prima forma di cooperazione europea nacque proprio per la gestione dei fondi del piano Marshall, così come fu esplicita la spinta statunitense per favorire la nascita di una comunità europea di difesa. Tuttavia l’europeismo ebbe una sua evidente specificità ed è stato declinato in modi molto diversi (anche in aperta contraddizione con l’alleanza atlantica). Dal punto di vista di De Gasperi, l’opportunità dell’esercito comune doveva spingere gli stati membri della neonata comunità europea del carbone e dell’acciaio ad avviare un processo di integrazione politica e a costruire la nuova patria europea, una patria che non avrebbe cancellato le appartenenza nazionali pregresse ma le avrebbe giustapposte in un’identità più ampia e inclusiva. Un’Europa che avrebbe camminato con autonomia ma in armonia con le altre potenze atlantiche in una logica di comune appartenenza occidentale.

Paolo Acanfora
acanfora@ciao.it

Paolo Acanfora è Professore Associato presso il Dipartimento di Storia Antropologia Religioni Arte e Spettacolo dell’Università “La Sapienza” di Roma, dove insegna Storia contemporanea. È membro dello Scientific Committee e dello Steering Board di Civitas – Forum of Archives and Research on Christian Democracy ed è direttore dell’Ufficio italiano dello European Center for Peace and Development (University for Peace/UN). Tra le sue pubblicazioni, le monografie L’Inter Press Service e il nuovo ordine internazionale. Informazione e terzomondismo negli anni della Guerra fredda (Reality Book, 2019).

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