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Deforestazione e Covid-19, due facce della stessa medaglia

di Caterina Avanza

 

Ma allora, cosa aspetta l’Unione europea a fare sul serio sulla deforestazione?

 

Da anni gli scienziati allertano sulle conseguenze della deforestazione. Le foreste (come del resto gli oceani) sono i polmoni del nostro pianeta, assorbono CO2 ed evitano alla terra di surriscaldarsi. Cosi come sono ben note le conseguenze della deforestazione sulla biodiversità.

Ma alcuni ricercatori, fra cui il boliviano Carlos Zambrana-Torrelio presidente di EcoHealth Alliance, hanno messo in evidenza un’altra conseguenza della deforestazione, meno conosciuta ma oggi tristemente di attualità: l’apparizione di virus pericolosi per l’uomo.

In realtà le malattie trasmissibili all’uomo sono sempre esistite ma non trovavano le condizioni necessarie per la loro propagazione. Sacrificando parti intere di foreste tropicali, si procede a un avvicinamento di ecosistemi che fino ad oggi non erano mai stati in contatto. È quello che è accaduto per l’Ebola – la deforestazione ha spinto alcune specie di pipistrelli a spostarsi sugli ultimi alberi preservati a prossimità degli uomini, ed ecco che la malattia trasmissibile trova le condizioni per trasmettersi. Così è stato per la Sars, proveniente anch’essa da escrementi di pipistrelli.

Uno studio scientifico intitolato Emerging Infectious Diseases ha dimostrato che la distruzione di 4% di foresta tropicale provoca l’aumento di casi di malaria del 50%…

E c’è anche chi, come David Quammen nel suo libro intitolato “Le infezioni fra gli animali e la prossima pandemia” considera che tutti gli ingredienti siano riuniti per uno scenario del tipo “vendetta di madre natura”: sovrappopolazione umana e di bestiame, distruzione degli ambienti naturali e perturbazione degli ecosistemi.

 

La lotta contro la deforestazione e la preservazione degli ecosistemi non sono quindi una battaglia da ambientalisti da salotto, ma piuttosto un’azione di buon senso di gente dotata di un semplice e naturale istinto di sopravvivenza! Quando vedo Jair Bolsonaro rivendicare la sovranità nazionale sulle ceneri dell’Amazzonia, mi viene da pensare che il sovranismo sia di fatto una forma di suicidio collettivo e di massa!

 

Allora cosa fa l’Europa in materia?

 

In casa propria l’Unione europea può fare meglio ma sta decisamente facendo bene. Oggi, quasi la metà della superficie dell’Unione europea è ricoperta da foreste o boschi (182 milioni di ettari). E la parte ricoperta da foreste, tra il 1990 e il 2015, è aumentata di una superfice uguale alla taglia del territorio della Grecia. Questo grazie alla politica comunitaria di riforestazione.

 

Ma se le foreste aumentano in Europa, diminuiscono nel resto del mondo e in particolare nelle zone tropicali.

Sul versante della deforestazione mondiale e in particolare in sud America, in Africa e in Indonesia, l’Unione europea deve darsi una mossa e dare l’esempio. Nella risoluzione Olio di palma e deforestazione, il Parlamento europeo ha indicato che circa un quarto dei prodotti agricoli provenienti da zone di deforestazione illegale sono destinati al mercato europeo. Questi prodotti sono principalmente l’olio di palma, la soia, il caucciù, la carne bovina, il mais, il cacao e il caffè.

 

La prima causa di deforestazione è infatti l’agricoltura. La sfida che abbiamo davanti è quindi quella di sfamare una popolazione in aumento senza diminuire ulteriormente la superficie dedicate alle foreste.

 

A quelli che però invocano la fine del commercio e del libero scambio come soluzione miracolo per salvare la foresta e l’ambiente (e sono tanti), vorrei ricordare che l’uomo ha iniziato a commerciare con altri popoli ai tempi dei Sumeri nel 2050 a.C. e che non sarà una pandemia a farlo smettere.

Anzi, oserei dire che sarà proprio grazie al fatto che l’Unione europea è oggi la prima forza commerciale al mondo, che le cose forse potranno evolvere.

L’Unione europea ha infatti il coltello dalla parte del manico perché dispone del mercato unico più grande del mondo – 550 milioni di consumatori. L’Unione europea è quindi in grado di dettare le regole attraverso una strategia “zero deforestazione” alla quale i paesi esportatori si sottometteranno proprio per avere accesso a questo mercato comune che fa cosi gola.

 

Per fare questo, l’Unione europea deve creare un sistema robusto di certificazione delle importazioni “zero deforestazione” che dia o neghi l’accesso dei prodotti al mercato comune. Associato alla certificazione, serve un sistema efficace di verifica. La verifica in loco è praticamente impossibile, ma oggi grazie ai satelliti siamo in grado di seguire lo stato di deforestazione di una zona data. Imprese europee come Copernicus o Starling lo propongono già. Ferrero, che ogni anno compra 200.000 tonnellate di olio di palma, ovvero lo 0,3% della produzione mondiale, ha ricorso alla tecnologia satellitare per assicurarsi che i suoi fornitori rispettino gli impegni contrattuali in materia di non deforestazione.

Grazie al monitoraggio satellitare si potrebbe creare una lista nera delle zone che non rispettano la certificazione e i prodotti provenienti da quelle zone, sarebbero quindi bloccati dai servizi doganali europei ed esclusi dal mercato comune europeo.

È triste dirlo ma si sono ottenuti più resultati in materia di rispetto dell’ambiente firmando dei trattati di libero scambio o grazie alla pressione dei consumatori, che attraverso le grandi convenzioni dell’ONU!

 

 

Caterina Avanza
Caterina Avanza
avanza@perfondazione.eu

Consigliera politica al Parlamento europeo per En Marche, il movimento del presidente francese Emmanuel Macron. Laureata in Scienze politiche all’Università di Bologna, quindi master in Affari europei alla Sorbona. Sempre per En Marche è stata coordinatrice della campagna delle europee. Consulente presso importanti istituti di sondaggi fra cui l’IFOP – Istituto Francese di Opinione e Politica.

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