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Democrazia decidente e alternanza, oltre l’ostinazione dei conservatori

Giovanni Cominelli

 

1.

Avevo intrapreso i primi passi in politica all’insegna di un facile slogan: “Lo stato borghese si abbatte e non si cambia” e di un’idea semplice: che i partiti sono tutti quanti solo “nomenclatura di classi sociali”. Occorse poco tempo per capire che lo Stato italiano non era ancora arrivato ad essere borghese. Era ancora ed è piuttosto piemontese-borbonico. E che i partiti non erano affatto in una corrispondenza biunivoca con una classe, ma piuttosto una massa gelatinoso-consociativa che avvolgeva lo Stato politico dei tre poteri, quello amministrativo della burocrazia, quello tecno-economico dell’industria di Stato e alcuni settori a metà tra la società civile e lo Stato, quali la Scuola, l’Università, la Sanità ecc…

Non solo la mitica rivoluzione invocata nei cortei non era possibile – nel frattempo era finita ostaggio del Partito armato, nelle due varianti BR e Prima Linea –  ma neppure una modesta alternativa poteva essere concretamente immaginata, per la semplice ragione che il sistema politico non era dotato del meccanismo l’alternanza. Questa sensazione di blocco aveva ispirato i pensieri confusi del Movimento del ’77, ossessionato dalla cosiddetta germanizzazione del Governo DC-PCI, e l’insurrezionalismo dell’Autonomia operaia. Spiragli sembrarono aprirsi negli anni ’80. Enrico Berlinguer andò a Salerno ad annunciare, in una conferenza stampa, il 28 novembre del 1980, l’alternativa. Ma si capì ben presto che essa aveva una connotazione più etica che politica. Si trattava di fare pressione sulla DC per ricondurla dal Preambolo del ’79 al compromesso del ’76. Che questa fosse l’idea di fondo lo confermò l’intervista a Scalfari del 28 luglio 1981. Non il governo dell’alternativa, ma il “governo degli onesti”! L’altro spiraglio, politicamente e culturalmente più largo, fu quello della “Grande riforma” annunciata già da Craxi fin dal 1979. Che finì, tuttavia, con un “abbaiare alla luna”, secondo l’espressione autocritica dello stesso. L’alternativa significava, infatti, bipolarismo e perciò scardinamento del sistema politico consociativo a favore dell’alternanza. Ora, l’eventuale bipolarismo avrebbe visto, all’epoca, il PCI e non il PSI alla testa del blocco dell’alternativa. Perciò Craxi sperava di conquistare, dapprima, la guida del blocco alternativo della sinistra per via politico-elettorale e poi consolidare, eventualmente, questa egemonia per via di riforma istituzionale presidenzialistica. Un’operazione mitterrandiana. L’alternanza venne perciò rinviata alle calende greche. E quando queste arrivarono nel 1989, con la caduta del Muro, e con il referendum del 1991, Craxi si trovò a difendere il sistema consociativo, dentro il quale era assai più facile far valere una rendita di posizione. Sistema, che il PCI continuò a difendere ostinatamente fino al Comitato centrale del 28 novembre 1987, quando Achille Occhetto, eletto vicesegretario il 27 giugno di quell’anno, tenne una clamorosa relazione introduttiva.

 

2.

Vi comparivano idee decisamente nuove: si prospettava il superamento della “democrazia consociativa”, definita “un’idea nobilmente conservatrice” in nome di una “democrazia dell’alternanza”. Si apriva alle riforme istituzionali, cioè alla “Grande riforma” di Craxi. Il vecchio discorso ingraiano di “Masse e potere” – che aveva reso al plurale il titolo di un famoso libro di Elias Canetti “Massa e potere” – veniva piegato in una direzione meno fumosa e per nulla organicista. 

Da dove sbucava questo nuovo pensiero? Da quale percorso carsico emergeva questa “trovata” di Achille Occhetto? Emergeva da fatti e da pensieri.

I fatti: il fallimento dell’esperienza dell’unità nazionale e la successiva proposta salernitana berlingueriana dell’alternativa avevano innescato un dibattito all’interno del gruppo dirigente del PCI sugli sbocchi politici, in particolare sui rapporti con i socialisti. Giorgio Napolitano aveva polemizzato con Berlinguer nell’agosto del 1981, dopo l’intervista del segretario del PCI del 28 luglio sulla “questione morale”: l’etica non era una linea politica. Era stato “processato” nella Direzione del 10 settembre, estromesso dalla segreteria nazionale e spedito a dirigere il Gruppo parlamentare a Montecitorio. Come capogruppo comunista alla Camera, tra la fine del 1983 e l’inizio del 1984, aveva espresso più di una volta una linea politica diversa rispetto a quella di scontro frontale con il PSI al governo.

I pensieri: Claudio Petruccioli, già Direttore dell’Unità e poi cooptato nella Segreteria nazionale da Alessandro Natta, aveva da tempo proposto su L’Unità e su Rinascita un’elaborazione sul rapporto tra democrazia e socialismo, che superava tutte le distinzioni fasulle tra democrazia formale e democrazia sostanziale, che partiva dall’affermazione berlingueriana della democrazia come valore universale per dire che “la democrazia era la via del socialismo”. Cioè: il socialismo cessava di essere “un sistema/regime alternativo” da raggiungere per la tappa democratica, invece che per la presa violenta del potere; diventava “solo” un processo di liberazione. Bernstein lo avrebbe chiamato “movimento”. Ma questo movimento si svolgeva tutto dentro i vincoli dei valori, delle idee, delle regole della democrazia. In qualità di ghostwriter di Occhetto e di dirigente politico in proprio, Claudio Petruccioli aveva messo a punto un nuovo schema teorico: era finito il dopo-guerra, si era consumata la democrazia consociativa, era venuto il tempo dell’alternanza, bisognava progettare un nuovo sistema politico-istituzionale che la rendesse praticabile. In questo quadro occorreva ripensare il rapporto con il PSI, uscendo dalla scomoda posizione per cui  “il PCI era isolato all’opposizione e il PSI era isolato al governo”.

Nonostante i generosi tentativi di riversare questa elaborazione nei documenti ufficiali dei Comitati centrali e dei Congressi – il XVIII Congresso si svolse a Roma dal 18 al 22 marzo 1989 – il gruppo dirigente, comunista per ancora per pochi mesi, faceva orecchie da mercante e opponeva una sorda resilienza.

Usciti i più anziani dalla Resistenza, quelli meno anziani dalla prova cruciale del 1956, tutti cresciuti sotto l’egida della partitocrazia e della democrazia consociativa – secondo una statistica il 74% delle leggi approvate in Parlamento avevano ottenuto anche il voto del PCI – i centristi berlingueriani, i sinistrissimi alla Ingrao, i miglioristi alla Chiaromonte non riuscivano a prendere atto che il dopo-guerra era finito e che “la Repubblica dei partiti”, cui Scoppola stava dedicando la propria riflessione, si era consumata. Anche l’area migliorista, che pure prestava una maggiore attenzione al tema dell’Unità socialista e alle avances di Craxi, non si poneva il tema dell’alternanza, se non sul piano delle alleanze politiche, simmetrici al pensiero di Craxi.

Solo i più giovani liberal di quell’area, un po’ scapestrati ideologicamente, attenti alla dimensione istituzionale dell’alternanza, si erano dichiarati entusiasti del Comitato centrale del 1987.  Fu forse per questo che Giorgio Napolitano piuttosto interessato e curioso si prese un giorno la briga di interpellare in privato il giovane Sergio Scalpelli e il sottoscritto giù nello scantinato della Casa della Cultura di Milano. Ci eravamo autodefiniti spiritosamente “ingraiani di destra”. “Ingraiani”, perché sensibili al tema del cambiamento istituzionale come il leader della sinistra interna; “di destra”, perché andavamo in direzione di una democrazia liberale dell’alternanza, opposta alla ingraiana “democrazia organica nonché sostanziale”, avente il comunismo come “orizzonte”.

Su quella pigrizia intellettuale del gruppo dirigente del PCI si abbatterono le macerie del Muro di Berlino. Molti, in seguito, si chiederanno con sincera sorpresa perché solo in Italia, rispetto agli altri Paesi europei occidentali, la caduta del Muro abbia generato un tale sconquasso del sistema politico e la sua distruzione in pochi anni. Eravamo come un Paese dell’Est. La ragione era evidente fin da allora: perché la cortina di ferro, di cui il Muro era la massima rappresentazione simbolica e fisica, era co-fondativa del sistema politico italiano, nel quale la DC guardava a Ovest, la sinistra intera a Est. Questo strabismo aveva condizionato l’intera costruzione delle istituzioni della Repubblica: il bicameralismo, il governo debole, la continuità dello Stato amministrativo sabaudo-fascista la legge elettorale proporzionale, il ritardo ventennale delle Regioni… Il Muro: un mucchio di “pietre d’inciampo” sul nostro cammino nazionale.

L’ostinazione conservatrice non era solo del PCI, caratterizzava l’intero arco costituzionale, che continuava a ritenersi eterno.

A quella cultura, prigioniera del “caso italiano” che Lucio Magri richiamava estaticamente in ogni suo discorso, continuava a sfuggire che la caduta del Muro avrebbe sconvolto il quadro internazionale ed europeo, in particolare avrebbe reso asimmetrico il bipolarismo mondiale e, in Europa, avrebbe portato alla riunificazione neo-bismarckiana della Germania. E avrebbe reso evidente che il caso italiano era “un caso” non per essere la prova della maturità del comunismo, ma per la sua arretratezza democratica.

 

3.

Se la caduta del Muro sorprese la politica, la cosiddetta società civile aveva le orecchie più dritte. Il ’68 era stato l’inizio della crisi di legittimazione del sistema politico – da allora fu un succedersi di legislature incompiute – che nel corso del ventennio successivo si aggravò. Il ’68 aveva immesso una volontà di partecipazione, di innovazione, di cambiamento che il sistema politico non riusciva più a intercettare, dopo l’ondata del giugno 1975/76.

O meglio, qualcosa aveva tentato di fare. Il 14 aprile 1983, siamo nella IX legislatura, Camera e Senato avevano approvato la costituzione di una Commissione bicamerale – 20 deputati e 20 senatori – con il compito di formulare proposte di riforme costituzionali. La Commissione incominciò a riunirsi dal 30 novembre del 1983, presidente il liberale Aldo Bozzi. Terminò i suoi lavori nel 1985, con la proposta di revisione di 44 articoli della Costituzione. Le più rilevanti alludevano alla riduzione del bicameralismo. Ma i partiti presero in mano il dossier e lo abbandonarono alla critica roditrice dei topi.

Fu così che il 14 gennaio del 1988 Mario Segni lanciò il Manifesto dei 31. Le firme andavano da Umberto Agnelli allo scrittore Carlo Bo, a Luca Cordero di Montezemolo, a Rita Levi Montalcini, a Giuseppe Tamburrano a Antonio Zichichi… Il Manifesto non si inerpicava per i sentieri delle riforme istituzionali, chiedeva semplicemente una legge elettorale uninominale a doppio turno. Dal Manifesto dei 31 nacque il 22 aprile del 1988 il Movimento per la Riforma elettorale, con un numero crescente di adesioni di personalità della società civile e di parlamentari.  Il 1° febbraio 1990 fu depositata presso la Corte di Cassazione la richiesta di due referendum: il primo per modificare in senso maggioritario la legge elettorale del Senato; il secondo per abrogare la preferenza plurima e usarne una sola per l’elezione alla Camera dei deputati. Il 13 marzo fu depositata una terza richiesta referendaria per estendere il sistema elettorale maggioritario a tutti i Comuni sopra i 5.000 abitanti. Non è questo il luogo per una ricostruzione puntuale dell’intera vicenda. Il Governo Andreotti fece ricorso alla Corte costituzionale, che, perenne vestale del lucignolo spento della partitocrazia della Repubblica, bocciò il primo e il terzo quesito referendario.

La DC – De Mita aveva aderito, poi si ritrasse – il PSI – andate al mare – il PRI e la Lega nascente si schierarono nettamente contro il referendum rimasto. I liberali si divisero. Parte del PCI-PDS aderì. Achille Occhetto partecipò al comizio referendario tenuto il 15 maggio 1991 presso il cinema Metropolitan di Roma, al quale prese parte, oltre al protagonista Mariotto Segni, anche il repubblicano Oscar Mammì.

I quesiti referendari erano formulati in punta di diritto, come quasi sempre, perciò  illeggibili e incomprensibili per chiunque non avesse la laurea in diritto costituzionale, ma il senso era chiarissimo per gli elettori: si trattava di un’imperdibile occasione di  rivolta contro la corruzione dilagante e contro un sistema politico-partitico, che appariva sempre più introverso nelle proprie dinamiche, mentre la crisi di trasformazione della struttura industriale del Paese, l’ascesa di una nuova intelligenza produttiva e l’espansione del lavoro pubblico frantumavano progressivamente le vecchie classi, tra cui la classe operaia. Già Paolo Sylos Labini nel suo “Saggio sulle classi sociali” del 1974 aveva illuminato la trasformazione in corso. Ma, soprattutto, era maturata “la pretesa” di milioni di persone di avere una voce nella scelta di chi dovesse governarle. Si mescolavano l’insofferenza per una democrazia immobile e spesso corrotta e la voglia di partecipazione. Ancora nelle elezioni del 14/15 giugno del 1987 su 45.692.417 di elettori gli astenuti erano stati soltanto 5.105.844.

Nel referendum del 9 giugno 1991, votò il 62,50% degli Italiani. Il SI prevalse con il 95,57% dei voti, cioè con 29.896.979. Gli elettori avevano respinto al mittente l’infelice consiglio di andare al mare dato da Craxi e da Bossi.

Sulla base di quel risultato, i partiti cercheranno poi di ridurre il danno, con il mantenimento del 25% di quota proporzionale, nella nuova legge elettorale denominata Mattarellum. Fu fortemente criticata da Marco Pannella: “il mantenimento del 25% di quota proporzionale, il meccanismo dello scorporo che obbliga ciascun candidato dei collegi uninominali a collegarsi con liste di partito, i contrassegni partitici che riempiono le schede elettorali, gli elettori spinti a votare più per i simboli che per le persone, vanificano lo scopo del referendum”.

La storia successiva è nota: “desinit in piscem”, direbbe Orazio, paragonando una mediocre lirica ad una sirena. La mediocrissima politica generò una serie di Commissioni bilaterali, di reiterate leggi elettorali e di qualche referendum. Dal 1991 ad oggi i partiti hanno incessantemente fatto ogni sforzo per recuperare lo spazio perduto, ridotti ad appendici dello Stato, sempre più delegittimati rispetto alla società civile, in caduta di reputazione. Del resto, quale credibilità può avere un sistema di partiti che non riesce a riformare se stesso e che si oppone ad una piena attuazione dell’art. 49 della Costituzione?

Intanto il circuito perverso magistrati-mass-media ha preso abusivamente il timone del Paese, mentre i partiti si sono ridotti ciascuno ad una corporazione tra le altre, che lotta accanitamente per un proprio posto al sole. Casta corporativa tra caste corporative. Una conclusione amara si può trarre: il fallimento della riforma del sistema politico-istituzionale, la mancata risposta all’istanza della scelta del governo da parte dei cittadini, la chiusura dei partiti a riccio nella difesa della propria invadenza istituzionale è stato la causa motrice dell’insorgenza populista. Se una vena populista percorre da sempre le società dei Paesi democratici, è stata la politica partitica in Italia a generare un partito populista, che tutt’oggi dispone della maggioranza relativa in Parlamento. Non sta nessun noumeno storico e antropologico dietro il fenomeno del M5S. Stanno le scelte consapevoli e suicide di una classe dirigente provinciale e conservatrice, ossessionata dal potere e incapace di governo.

 

4.

Da qualche anno in tutto il mondo occidentale corre l’idea che la democrazia è in crisi. E’ un’idea-alibi. Non perché i fenomeni di stanchezza e rifiuto del modo democratico di rappresentanza e di decisione non siano reali. Solo che essi non sono un destino fatale di erosione , bensì di una fuga della classe dirigente dalle proprie responsabilità.

Non si dà affatto un calo della domanda democratica. La crescita della volontà di partecipazione è alimentata dalla maggior quantità e pervasività dell’informazione, e dalla diffusione della scolarizzazione – ancorché controbilanciata da un forte analfabetismo funzionale – dalla pretesa, spesso esagerata, di sapere (quasi!) tutto.

La domanda democratica è il punto di intersezione di due istanze: quella di scegliere direttamente il proprio rappresentante, visto che l’esercizio quotidiano della democrazia diretta appare per ora impraticabile tecnicamente; quella di scegliere direttamente chi ci governa.

La domanda di scegliere personalmente il capo dello stato e del governo, con il voto, non è la richiesta di partecipare personalmente al governo, ma quella urgente di essere governati, cioè di vedere risolti i propri problemi. Certo, se il sistema istituzionale vigente non è più un sistema di governo efficace, allora, sì!, insorge la domanda del suo cambiamento, allora, sì! qualcuno può cominciare a pensare che forse una delega più forte a un uomo forte potrebbe essere più efficace, allora
si può arrivare a fantasticare di una democrazia usa e getta e a simpatizzare per Putin e Xi Jinping.

Soprattutto a sinistra, si tende a contrapporre rappresentanza e governo e, in particolare, a sostenere che la crisi di fiducia nasce solo da un’incapacità di rappresentare nuovi bisogni, nuove povertà, nuovi settori sociali. Ora, la crisi di rappresentanza è evidente: basti pensare alla crescita costante dell’astensione, che in alcuni sondaggi è data al 47%  delle intenzioni, o alle transumanze massicce di voti di milioni di persone da una legislatura all’altra.

Solo che la crisi di rappresentanza nasce dall’incapacità di governo. Ti mando in Parlamento per rappresentare le mie istanze, per confrontarle con quelle altrui e per comporle in una soluzione efficace. Non per rinviarle! Ti mando in Parlamento per governare. E se non lo fai, perdo fiducia. E’ questa  la crisi della rappresentanza. Se il governo è forte, la rappresentanza è forte, la politica è forte e i partiti vengono rilegittimati.

No, la domanda democratica non manca. Sono le risposte dei partiti che latitano. E’ lo spirito costituente che non dovrebbe mandare in un simil-dopoguerra.

Eppure le condizioni politiche sono oggi le migliori: ci sono quattro partiti, a una spanna l’uno dall’altro, che rappresentano circa l’80% dei votanti. Si forma così un “velo di ignoranza” favorevole alle riforme, perché che rende imprevedibile per ciascuno l’esito del cambio delle istituzioni repubblicane in direzione presidenziale e dell’introduzione di una legge elettorale uninominale a doppio turno, coerente con il nuovo sistema.

Al momento, si deve constatare molta ignoranza presuntuosa nelle leadership, ma nessun velo.

Giovanni Cominelli
Giovanni Cominelli
cominelli@perfondazione.eu

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo. Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.

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