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Difesa europea: la pacchia è davvero finita

di Alessandro Maran

L’ombrello americano non funziona più. Se vuole proteggere i propri interessi, l’Unione europea deve accelerare il decollo della Difesa comune. In ballo c’è anche l’european way of life, e non è poco
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“La questione di come affrontare le autocrazie definirà la nostra capacità di plasmare il nostro futuro comune per molti anni a venire”, ha detto giorni fa Mario Draghi riecheggiando un concetto che Joe Biden va ripetendo fin dalla nomination: “Siamo di nuovo nel mezzo di una battaglia tra democrazie e autocrazie, tra libertà e repressione, tra ordine basato sulle regole e governo della forza bruta”.
Russia e Cina (e diversi altri) stanno cercando di rimodellare il mondo a loro immagine e somiglianza e la guerra in Ucraina fa parte di uno scontro più ampio che punta a ridimensionare il potere dell’occidente per fare del mondo un posto più accogliente per i tiranni. “Magari non vogliamo rivaleggiare e nemmeno avere a che fare con loro. Ma loro si occupano noi. Capiscono che il linguaggio della democrazia, della lotta alla corruzione e della giustizia è pericoloso per il loro potere dispotico e sanno che quel linguaggio ha origine nel mondo democratico, il nostro mondo”, ha scritto Anne Applebaum. E se teniamo alla democrazia dobbiamo lottare per essa.
Non è una novità. In un libro del 2020, Saving Freedom, Joe Scarborough ha raccontato quando toccò ad Harry Truman unire il mondo occidentale contro il comunismo sovietico. Era il 1947. Le mire di Stalin erano dirette sulla Turchia e sulla Grecia. La Grecia si trovava nel pieno di una guerra civile tra comunisti e anticomunisti, che sarebbe terminata nel 1949; la Turchia, invece, subiva le pressioni sovietiche che puntavano ai territori dei distretti di Kars e Ardahan e alla revisione del regime degli Stretti regolato dalla Convenzione di Montreux del 1936. L’impero britannico era sull’orlo della bancarotta: la guerra contro Hitler gli aveva assestato un colpo mortale. L’impossibilità di provvedere alla sicurezza del tradizionale alleato greco e di contenere l’avanzata di Mosca verso i mari caldi, indussero perciò Londra a rivolgersi al governo americano. Il 21 febbraio 1947 l’ambasciata britannica a Washington informò l’alleato che la Gran Bretagna non era più in grado di prestare aiuto a Grecia e Turchia, lasciando presagire l’affermazione dell’influenza sovietica in quei due paesi.
Solo l’America era in grado di difendere la libertà in occidente e Harry Truman, che assunse la presidenza dopo la morte di Franklin Delano Roosevelt, intraprese una battaglia politica interna, chiamò a raccolta repubblicani e democratici e riuscì a convincere amici e nemici a unirsi alla sua crociata per difendere la democrazia in tutto il mondo. Il 12 marzo 1947 enunciò al Congresso quella che sarà poi chiamata la “dottrina Truman”. Motivando il suo piano di aiuti per la Grecia e la Turchia, Truman dichiarò che gli Stati Uniti avrebbero aiutato “ogni popolo libero a resistere ai tentativi di asservimento operati da minoranze interne o da potenze straniere”.
I piani di espansione di Stalin in Europa occidentale furono contrastati dal containment, dal Piano Marshall, dalla formazione della Nato, dal ponte aereo per Berlino e la linea di politica estera indicata da Truman segnò un svolta radicale rispetto a 150 anni di isolazionismo, contribuì a un’ulteriore accelerazione della Guerra fredda e garantì la libertà dell’Europa occidentale e il crollo finale dell’Unione sovietica. Ai suoi tempi, racconta Scarborough, Harry Truman non era molto amato, neppure tra i democratici (il New York Times lo considerava un “provincialotto”). Eppure, i dodici presidenti che gli sono succeduti hanno ereditato un palcoscenico mondiale forgiato dalle sue politiche.
Oggi, di nuovo, il presidente americano ha assunto la leadership di un occidente un’altra volta unito. Anche di Biden se ne sono dette di tutti i colori. Ma fin dalla nomination, Joe Biden ha promesso di restaurare la leadership americana e riparare le alleanze incrinate; e la risposta dell’amministrazione americana all’invasione dell’Ucraina è stata più rapida, coraggiosa ed efficace di quanto si aspettassero perfino i più devoti sostenitori della causa transatlantica.
La Nato è unita dietro alla guida americana e sta rafforzando le difese comuni e le sanzioni imposte all’economia russa sono senza precedenti. Perfino nella litigiosissima Washington c’è un sostegno robusto all’approccio diplomatico di Biden. Inoltre, la minaccia rivolta all’Europa dalla Russia ha reso evidente la necessità del contrappeso americano: la caparbia diplomazia di Emmanuel Macron è stata finora un fiasco semplicemente perché non è la risposta adeguata a un dittatore che minaccia di usare le armi nucleari, che cerca deliberatamente di provocare l’aumento dei prezzi, una crisi alimentare e un’ondata di rifugiati per destabilizzare l’Europa e che con questi mezzi pensa di poter “vincere”.
Ora, ovviamente, viene il difficile. Anche per noi. Come hanno ricordato Michele Salvati e Norberto Dilmore, è proprio grazie all’assoluto predominio militare ed economico degli Stati Uniti che, nei trent’anni postbellici, i paesi a regime liberal-democratico sono riusciti a “conciliare tre cose che sino ad allora erano risultate inconciliabili: un sistema politico liberal-democratico, un’economia capitalistica, un benessere popolare diffuso”. Il guaio è che il paese che Biden si trova a governare è ben lontano dalle condizioni di forza economico-militare di cui disponevano gli Stati Uniti dopo la vittoria nella Seconda guerra mondiale; non ha la chiarezza di visione politica di Roosevelt e dei suoi successori ed è molto più diviso e polarizzato di allora.
Per compensare la maggiore debolezza e incertezza dell’America, il nostro continente, pur mantenendo una stretta alleanza con gli Stati Uniti, dovrebbe assumersi maggiori oneri di leadership. Ma se l’Unione europea non riesce a esercitare una maggiore assertività e un maggior protagonismo nei campi cruciali della politica estera e della difesa, è molto difficile che riesca a raggiungere obiettivi avanzati di “liberalismo inclusivo” sul fronte interno. Senza contare che
malgrado Biden e la sua Amministrazione abbiano rivitalizzato la relazione transatlantica, Trump o qualcosa di simile potrebbe tornare. Perciò, se vuole proteggere i propri interessi, l’Ue deve accelerare il decollo della difesa comune. Oltretutto, un esercito europeo rafforzerebbe la Nato, non la indebolirebbe.
L’idea di un esercito europeo distinto e distante dalla Nato non sta in piedi: senza America non c’è Europa. Capiamoci: non sprofonda il continente. Quella che non reggerebbe è l’“unione” europea, quella costruzione artificiale, connessa e interdipendente, fatta di norme e di regole, che ha tenuto insieme, per la prima volta nel dopoguerra, nazioni e popoli diversi perennemente in conflitto. Senza gli Stati Uniti torneremo a sbudellarci allegramente come abbiamo sempre fatto. C’è perciò un legame strettissimo tra il rafforzamento dell’Unione europea e il rapporto positivo con gli Stati Uniti.
La difesa europea va intesa come il secondo pilastro della Nato secondo lo schema Degasperi-Spinelli della Ced. Il che presuppone un occidente coeso e non separato e nessun cedimento alle impostazioni neutraliste che tendono a opporre Ue e Usa. Basterebbe chiedersi: senza la presenza degli Stati Uniti come si fa a dire di sì al riarmo della Germania (che, non a caso, avviene nella Nato)? E ancora: i paesi dell’Europa centr‑orientale, di fronte alla prepotenza russa, si fidano di più degli Stati Uniti o dell’Europa (che non è più né può continuare a concepirsi come l’Europa dei sei paesi fondatori)? Non è un caso che in Germania – e dentro la Commissione europea – si pensi a rilanciare il Ttip, l’accordo di libero scambio tra Ue e Stati Uniti che si è cercato di negoziare fino all’arrivo di Donald Trump, ma che era già in difficoltà anche prima per le reticenze di alcuni governi europei e la contrarietà di diversi movimenti sociali. Ma non sarebbe ora di affrontare il negoziato transatlantico su commercio e investimenti consci della posta in gioco?
E quel che dovrebbe farsi strada è proprio la consapevolezza che in assenza di una nazione democratica sufficientemente forte da essere un punto di riferimento e contrastare le potenze emergenti del capitalismo autoritario, un nuovo “centro” capace di esercitare un ruolo regolatore può emergere soltanto come “alleanza globale tra democrazie”, cementata da un mercato comune. Oltretutto, solo se l’Europa e gli Stati Uniti saranno capaci di lavorare insieme per diffondere e far rispettare delle norme comuni in tutto il mondo, i servizi e le industrie europee e americane potranno prosperare e garantire posti di lavoro ben pagati.
Quando gli attuali focolai di crisi saranno solo un ricordo, il fenomeno più importante del nostro tempo rimarrà l’ascesa dell’Asia. E il negoziato transatlantico è forse l’ultima occasione politica per l’occidente, per riuscire a influenzare in modo determinante, attraverso un accordo che interessa quasi la metà del pil mondiale, regole e principi di funzionamento dell’economia globale. Il guaio è che molti europei hanno dimenticato che l’atlantismo è una cosa seria. Il contenuto della civiltà atlantica è soprattutto etico‑-culturale. Si alimenta certo di commerci e di traffici ma quel che le dà il tono è proprio quel complesso di ideali etici e politici: “La comune fede nei diritti inalienabili della persona umana, nella libertà di coscienza e di parola, nella superiorità delle istituzioni libere e delle dottrine costituzionali fondate sul rispetto di una legge voluta dal popolo, non è un’invenzione a posteriori che si cerca di applicare forzatamente dall’esterno ma esisteva assai prima dell’alleanza del ’49 e fu tra le cause che la determinarono”. Ne ha scritto stupendamente, molto tempo fa, lo storico e giornalista Vittorio de Caprariis. E chissà che la guerra di Putin non ci dia una svegliata.
L’Europa vuol essere un gigante economico rimanendo, secondo la felice espressione di un ministro belga, “uno gnomo politico e un verme militare”; senza cioè assumere nessuna responsabilità, neppure sul piano regionale rispetto allo scacchiere balcanico o allo scacchiere mediterraneo. Ma non si può. I leader europei, l’anno scorso, hanno dovuto fare i conti con una realtà umiliante: senza l’aiuto americano, l’Europa non era in condizione di mantenere in funzione l’aeroporto di Kabul e proseguire con le evacuazioni neppure per pochi giorni. Del resto, l’Europa non è in grado di occuparsi nemmeno del cortile di casa. Neppure di fronte alla guerra nella ex Jugoslavia seppe cogliere l’opportunità della crisi per fare un salto di qualità nella sua soggettività politica. Senza l’intervento americano si starebbero ancora cavando gli occhi. In Libia, gli arei francesi e inglesi, da soli, non erano neppure in grado di acquisire gli obiettivi e il paese è stato rapidamente abbandonato al proprio destino da quegli stessi europei che, dopo aver spinto per la rimozione di Gheddafi, avrebbero dovuto, vista la vicinanza, impegnarsi con il follow‑up. In Siria abbiamo lasciato che Assad gasasse i bambini senza muovere un dito: allora solo la Francia si dichiarò disponibile a prendere parte a un attacco. E la Siria non confina con la California (sono del resto i turchi ad accogliere i profughi siriani: ma, si sa, lo fanno solo per soldi). In Italia poi abbiamo passato anni a discutere dei caveat: in Afghanistan i nostri Tornado potevano eseguire soltanto missioni di ricognizione. In Libia non ci vogliamo andare. Ci vanno i turchi (ma quelli sono mossi solo dal proprio tornaconto, mica come noi, direbbero al bar). E poi, che c’entra, ci andranno gli americani, no?
Eppure l’Europa è la piattaforma economica più importante del mondo, ha due potenze nucleari (con l’Inghilterra) nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, i membri europei della Nato (senza Stati Uniti e Canada) hanno quasi quattro volte la popolazione della Russia, il loro pil congiunto è più grande di almeno 12 volte e ogni anno spendono per la difesa, anche così combinati, almeno cinque volte più della Russia. E non si tratta solo di capacità militari ma di politica. La politica europea nei confronti della radicalizzazione islamista e dei fattori di sottosviluppo che la alimentano è stata un disastro. Eravamo in pensiero di fronte alla possibilità che le Primavere arabe scacciassero i tiranni (in fondo, per noi “quella gente era una soluzione”) e abbiamo ridotto la sfida migratoria a un problema di polizia. Il che, come scrive David Herszenhorn, porta a una conclusione che dovrebbe far davvero riflettere: “l’Unione europea non è in grado né di proteggere né di promuovere il cosiddetto european way of life”.
Ma ora i leader europei devono raccogliere la sfida. E forse possiamo imparare qualcosa dagli ucraini. “Ormai da decenni combattiamo una guerra culturale tra valori liberali da un lato e forme di patriottismo muscolare dall’altro”, ha scritto Applebaum. Gli ucraini ci stanno mostrando un modo per superarla. “Non appena sono iniziati gli attacchi, hanno superato le loro numerose divisioni politiche, non meno aspre delle nostre, e hanno impugnato le armi per lottare per la loro sovranità e la loro democrazia. Hanno dimostrato che si può essere patrioti e credere in una società aperta e che una democrazia può essere più forte e più agguerrita dei suoi avversari”. Come ha detto Giorgia Meloni, questo è il tempo della responsabilità, no?
Alessandro Maran è autore del saggio “Nello specchio dell’Ucraina. Lettera a un amico sulla libertà e la pace, sulla collocazione dell’Italia nel mondo e sugli italiani”, edito dalla casa editrice Nuovadimensione.

Publicato su Il Foglio del 3 novembre 2022

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Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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