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Dopo George Floyd e le proteste dei neri non sarà facile nemmeno per Biden

di Vittorio Ferla

 

Negli Stati Uniti è già trascorsa una settimana di violente proteste per la morte di George Floyd a Minneapolis. Fermato dalla polizia del Minnesota, Floyd è morto soffocato dall’agente Derek Chauvin, assistito da altri tre colleghi. Chauvin è stato poi arrestato e adesso è accusato di omicidio colposo di secondo grado e omicidio di terzo grado: dovra presentarsi in tribunale il prossimo 8 giugno. Almeno 75 città americane sono interessate dalle proteste. A partire da domenica mattina, la Guardia Nazionale presidia 15 stati. Ma il coprifuoco attivato in oltre 40 città, in molti casi è stato sospeso.

Intanto alla Casa Bianca regna il caos. Alcuni consiglieri chiedono al presidente di rivolgersi formalmente alla nazione invitando alla calma, mentre altri suggeriscono una condanna energica della rivolta e dei saccheggi. C’è tanta paura di perdere elettori in vista delle elezioni di novembre per la presidenza degli Stati Uniti. Come al solito, Trump ci mette del suo alimentando la confusione che si è diffusa nel paese: sui social mostra la faccia feroce istigando i suoi sostenitori alla violenza armata e minacciando l’uso di cani feroci e armi all’interno dei cancelli della Casa Bianca. Un linguaggio pericoloso che potrebbe ulteriormente infiammare gli animi dei manifestanti. “Dovrebbe semplicemente smettere di parlare”, ha detto Keisha Lance Bottoms, la sindaca afroamericana di Atlanta. Il vero problema è che Trump straparla, ma non governa. Proprio nel momento di massima difficoltà del paese – una pandemia virulenta, il tracollo dell’economia, la disoccupazione in crescita esponenziale, la competizione con la Cina, l’isolamento internazionale e, adesso, l’esplosione delle diseguaglianze razziali – il presidente sembra rinunciare al comando, incapace di incarnare quella guida indispensabile che serve per riemergere dal caos.

Sul fronte democratico, tuttavia, non va molto meglio. In queste ore in molti si chiedono se Biden sarà in grado di riemergere dal seminterrato dal quale, per causa del coronavirus, ha condotto la campagna elettorale nelle ultime settimane. E, soprattutto, se sarà in grado di cogliere l’occasione di queste proteste per sferrare l’attacco decisivo al presidente.

“Se vuoi un cambiamento in America, vai e registrati per votare”, aveva detto di recente Keisha Lance Bottoms agli elettori di colore. Ma Stacey Abrams, leader dei diritti civili in Georgia e aspirante vicepresidente nel ticket con Biden, e Ayanna Pressley, rappresentante democratica del Massachusetts al Congresso, entrambe afroamericane, avvertono che l’appello al voto contro Trump non basta più: “se i democratici vogliono che le persone votino, i leader del partito devono ascoltare perché le persone sono arrabbiate”. “Non puoi motivare qualcuno a comportarsi in un certo modo se non crede che da ciò possa effettivamente derivare un cambiamento”, spiega Abrams.

Biden ci prova. Dopo aver parlato con la famiglia Floyd, ha avvertito: “Siamo una nazione infuriata, ma non possiamo permettere alla nostra rabbia di consumarci”. Rivolto ai neri – che costituiscono una enorme base di consenso per i Democratici – ha aggiunto: “Siamo una nazione esausta, ma non permetteremo alla nostra stanchezza di sconfiggerci”. Ma l’elettorato nero, stanco di soprusi e disparità, desidera cambiamenti ben maggiori rispetto alla promessa del ritorno alla normalità che ha alimentato la campagna di Biden. L’ex vicepresidente non può affrontare il razzismo senza affrontare le disuguaglianze sistemiche e non può affrontare le disuguaglianze sistemiche semplicemente tornando all’America prima di Trump. “Le nostre esigenze non sono moderate”, ha dichiarato di recente il reverendo Jesse Jackson: “Liberarsi di Trump non è abbastanza”. I leader neri progressisti considerano il presidente in carica come un pericolo pubblico, così come molti elettori neri. Ma credono pure che i democratici siano stati talvolta un ostacolo nell’affrontare la brutalità della polizia e la disuguaglianza razziale. La deputata Ayanna Pressley spiega così il deficit di fiducia dei neri: “Le persone non partecipano, non perché sono ignoranti e non sanno abbastanza. Ma perché sanno troppo. Lo vivono ogni giorno”. Dopo l’esplosione del risentimento di questi giorni, a Biden non basterà la tradizionale base di consenso per vincere a novembre e mantenere la sua promessa di unità americana. Né gli basterà volgersi indietro agli anni di Obama. Biden dovrà mostrare una visione ben più attraente.

 

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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